Principi-Vescovi  

In una visione di politica generale, è possibile affermare che Ottone di Sassonia, consolidato il proprio potere e sconfitti definitivamente gli Ungari nel 955 d.C. scende in Italia per farsi incoronare imperatore (962 d.C.), restaurando così l’impero dei Carolingi al quale fornisce decisamente un carattere germanico. Depone per condotta scandalosa il papa Giovanni XII e pone sul trono di S.Pietro, Leone VIII e Benedetto V. Appoggiandosi decisamente alla politica ecclesiastica, combatte con tutti i mezzi il potere della grande feudalità laica. Ottone I concede benefici feudali ai maggiori rappresentanti dell’ordinamento ecclesiastico mutandoli in vassalli del sovrano col titolo di vescovi-conti e di principi-vescovi. In tal modo i vescovi vengono incorporati nel sistema feudale e dipendono dal re per la concessione del feudo e delle regalie ad esso connesse, come per l’investitura che avviene per mano dello stesso sovrano con la consegna del pastorale e dell’anello, simboli della funzione e della podestà religiosa del vescovo. Contemporaneamente, Ottone I, in nome di quell’Impero di Carlo Magno che egli vuole rinnovare, esercita un ferreo controllo sulla chiesa per liberarla dall’oppressione dell’aristocrazia romana. Con “ il Privilegio” del 962 d.C. egli garantisce al Papa tutte le donazioni fino ad allora ricevute, tranne l’Esarcato di Ravenna, ma impone l’approvazione imperiale per l’elezione del pontefice e il giuramento di fedeltà del nuovo eletto agli inviati dell’imperatore. La stessa politica verrà perseguita da Ottone II, Ottone III, Enrico II di Sassonia ed a seguire anche con gli imperatori della casa di franconia con Corrado II il Salico nei secoli successivi.

In una visione di politica locale ed in particolare per territorio del Tirolo, è possibile affermare che i passi alpini, di cui il Brennero era il più accessibile, rappresentavano dai tempi di Ottone I una cospicua fonte di reddito grazie ai dazi imposti sui viandanti e sul commercio in genere. A l tempo stesso la politica ottoniana era finalizzata a contenere il potere delle famiglie , che si erano rafforzate grazie al sistema feudale. Quindi intorno all’anno 1000 d.C. applicando quella politica generale sopra descritta, conferisce ai Vescovi il titolo di Principi dell’impero germanico, che resterà in vigore sino alla soppressione del potere temporale della chiesa ad opera di Napoleone nel 1803 .

I Principi-Vescovi potevano così esercitare anche il potere temporale, pur se attraverso “advocati”, cioè famiglie nobili particolarmente forti sul piano militare. Ai Principi-Vescovi dell’impero, furono quindi concessi i feudi liberi, che così vennero sottratti al principio ereditario ( la regola del celibato impediva ai vescovi di riconoscere i figli come legittimi eredi ).

Nel 1004 d.C. il vescovo di Trento fu investito del feudo della contea di Trento; i vescovi di Sabbiona, appena trasferitisi a Bressanone a loro volta si videro rafforzati nelle proprie posizioni di potere. Questa politica fu continuata anche da Corrado II il Salico che successe agli imperatori sassoni: con ulteriori donazioni (1027 d.C.) ai vescovati di Trento e di Bressanone, egli trasferì la proprietà dei passi alpini più importanti nelle mani dei principi della Chiesa a lui devoti, allo scopo di rendere sicura la “via dell’incoronazione” per Roma.

Nella realtà il ruolo del Principe-Vescovo è come uomo di Dio ma soprattutto uomo dell’ Impero, ed è certamente un amministratore oculato, che conservando la proprietà degli immobili e dei terreni, concede ai mercanti di aprire le loro botteghe e sviluppare liberamente i loro traffici. Traffici che sono tanti e floridi: tutto si scambia, arriva, transita e parte. Dalle valli tirolesi e venete, dalla pianura padana, lungo la via fluviale dell’Adige e da Nord convergono le merci più disparate, dal sale alle stoffe, dal vino al grano, delle armi al legname, dall’argento all’oro. Ad esempio i mercati di Bolzano (2 in primavera e 2 in autunno) durano due settimane e richiamano commercianti da ogni dove. I due gruppi di mercanti che hanno in mano gli affari, appartengono a larghissima maggioranza a due nazionalità: o italiana o alemanna. I primi si sistemano lungo i portici del lato nord, i secondi sul lato sud, e convivono benissimo. Ogni documento scritto riguardante le fiere e i mercati cittadini viene redatto nelle due lingue e un tribunale formato dai migliori fra i mercanti delle due parti giudica eventuali controversie.

STORIA DEI VESCOVI DI BRESSANONE
a cura di Leone Sticcotti
INDICE
Da Sabiona a Bressanone
La “Casula” di Albuino
ADALBERO (1006-1017)
HERIWARD (1017-1022)
HARTWIG (1022-1039)
Gli “avvocati” (Vögte) dei vescovi
POPPONE (1039-1047)
ALTWIN (1049-1097)
PURCHARD e ANTO (1091 - 1100)
La “lotta per le investiture”
HUGO (1100-1125)
REGINBERTO (1125-1140)
La simonia
ARTMANNO (1140-1164)
OTTONE di ANDECHS (1165-1170)
ENRICO II di FÜGEN (1170-1174)
RICHER (1174-1177)
ENRICO III (1178-1196)
EBERARDO di REGENSBERG (1196-1200)
CORRADO di RODANK (1200-1216)
BERTOLDO I di NEIFEN (1216-1224)
ENRICO IV di TURES (1224-1239)
EGNONE di APPIANO (1240-1250)
BRUNO di KIRCHBERG (1250-1288)
ENRICO V (1290-1295)
LANDOLFO (1295-1301)
GIOVANNI II SAX (1302-1306)
GIOVANNI III di SCHLACKENWERT (1306-1322)
ULRICO DI SCHLÜSSELBERG (1322)
CORRADO DI KLINGENBERG (1322-1324)
ALBERTO DI EGNA (1324-1336)
MATTEO KONZMANN (1336-1363)
LAMBERTO DI BORN (1363-1364)
GIOVANNI IV di LENZBURG (1364-1374)
FEDERICO di ERDINGEN (1376-1396)
ULRICO I REICHOLF di Vienna (1396-1417)
SEBASTIANO I STEMPFL (1417-1418)
BERTOLDO II di BÜCKELSBURG (1418-1427)
ULRICO II PUTSCH (1427-1437)
GIORGIO I di STUBAI (1437-1443)
GIOVANNI V RöTTEL (1444-1450)
NICOLO’ CUSANO (1452-1464)
GIORGIO II GOLSER (1464-1488)
MELCHIORE di MECKAU (1488-1509)
La guerra dell’Engadina
L’eredità del cardinale Melchiore di Meckau
CRISTOFORO I di SCHROFENSTEIN (1509-1521)
Contadini in rivolta
SEBASTIANO II SPRENZ (1521-1525)
Inizia la “ guerra rustica”
GIORGIO III d’AUSTRIA (1525-1539)
La “Tirolische Landesordnung” di Michael Gaismayr
Anabattisti e Hutteriti
BERNARDO I CLESIO (1539)
CRISTOFORO II FUCHS (1539-1542)
CRISTOFORO III MADRUZZO (1542-1578)
GIOVANNI VI TOMASO DE SPAUR (1578-1591)
ANDREA d’AUSTRIA (1591-1600)
Il nuovo Palazzo vescovile
CRISTOFORO IV ANDREA SPAUR (1601-1613)
CARLO I D’AUSTRIA (1613-1624)
GIROLAMO OTTONE AGRICOLA (1625-1627)
DANIELE ZEN (1627-1628)
GUGLIELMO de WELSPERG (1628-1641)
GIOVANNI VII PLATZGUMMER (1641-1647)
ANTONIO CROSINI (1647-1663)
SIGISMONDO ALFONSO THUN (1663-1677)
PAULINO MAYR (1677-1685)
Maria Hueber
GIOVANNI VIII FRANCESCO KHUEN (1685-1702)
GASPARE IGNAZIO KÜNIGL (1702-1747)
LEOPOLDO DE SPAUR ( 1747-1778)
IGNAZIO DE SPAUR (1779)
GIUSEPPE I DE SPAUR (1779-1791)
CARLO II FRANCESCO de LODRON (1791-1828)
BERNARDO II GALURA (1829-1856)
VINCENZO GASSER (1856-1879)
GIOVANNI IX LEISS (1880-1884)
SIMON AICHNER (1884-1904)
JOSEF II ALTENWEISEL (1904-1912)
FRANZ EGGER (1912-1918)
FRANZ SCHMID (1918-1921)
JOHANNES I RAFFL (1921-1927)
JOSEF MUTSCHLECHNER (1928-1930)
JOHANNES XI GEISLER (1930-1952)
JOSEPH III GARGITTER (1952-1964)

Da Sabiona a Bressanone
Diverse circostanze, tra cui la costruzione a Bolzano della nuova sede per la curia vescovile, se da una parte, contribuiscono ad aumentare il ruolo di Bolzano come centro della diocesi, dall’altra potrebbero far diminuire nella consapevolezza dei fedeli il peso e l’importanza dei mille anni di storia del vescovado di Bressanone. Come questo fu la continuazione di quello di Sabiona, che risale al VI secolo, così la diocesi di Bolzano-Bressanone, ormai trentenne, è la prosecuzione di quella che per mille anni ha avuto sede a Bressanone.
Il fedele diocesano, che partecipa all’avventura cristiana iniziata duemila anni fa, si inserisce in un cammino, e lo compie egli stesso, che si svolge nello spazio e nel tempo: è spazio e tempo personale e familiare, ma anche di generazioni e popoli, di secoli e millenni.
Riteniamo perciò cosa utile ai lettori, e si spera sia anche gradita, ripercorrere la storia della diocesi di Bressanone, attraverso la successione dei vescovi, che, da Albuino a Gargitter, hanno contribuito, ciascuno secondo la propria personalità, il proprio bagaglio culturale, la propria carica spirituale, alla storia di questa terra, storia religiosa e civile, storia politica ed economica ecc.
I cenni biografici dedicati ad alcuni vescovi risulteranno più scarni rispetto ad altri; ciò dipende, specie per i tempi più remoti, da scarsità di testimonianze storiche, fonti, documenti, che li riguardano. Ciò non dovrebbe però pregiudicare la ricchezza dell’insieme storico che verrà man mano fatto conoscere ai lettori che avranno la costanza di seguire le varie puntate della narrazione.

L’occasione del trasferimento della sede vescovile da Sabiona a Bressanone fu la donazione, il 13 settembre 901, al vescovo Zaccaria da parte del re Ludovico IV il Fanciullo, l’ultimo dei carolingi tedeschi, della corte regia di Prishna con tutte le sue pertinenze, il cui territorio comprendeva l’attuale centro storico di Bressanone e l’antico abitato di Stufles. Il relativo documento si conserva tuttora nell’archivio vescovile di Bressanone.
L’acquisizione del vasto territorio nel fondovalle e le mutate condizioni del tempo consentirono col tempo al vescovo di trasferire la sede della docesi dal’altura di Sabiona alla piana di Bressanone: sembra essersi esaudito così il voto dei vescovi di Sabiona che pare da tempo aspirassero a trasferire la loro residenza dall’impervio nido di roccia in una più accessibile contrada.
Si dovette però regolare il corso dei fiumi e bonificare le zone paludose, per ricavare le aree necessarie alle infrastrutture; si costruì il castello del Capitano della città, la cattedrale (una basilica a tre navate, con un coro est ed un coro ovest sotto ai quali c’era una cripta), con annessi il battistero, il chiostro, le abitazioni del clero e della corte e la Scuola del Duomo, che si occupava della formazione dei futuri sacerdoti e curava il canto sacro.
Terminata gran parte delle costruzioni nel 960, alcuni ecclesiastici poterono risiedere a Bressanone, mentre i vescovi vi si trattenevano solo temporaneamente.
Così Bressanone divenne il centro spirituale e culturale di una vasta diocesi. La scelta del luogo non fu certo casuale.
Come tutte le città di fondazione medioevale Bressanone sorgeva in un punto strategico della geografia delle comunicazioni, in grado di controllare direttamente i traffici lungo la strada del Brennero e l’incrocio con la val Pusteria, che dopo gli anni delle invasioni barbariche andavano rapidamente riacquistando la loro antica importanza commerciale e culturale.
Inoltre, era interesse degli imperatori germanici che le sedi vescovili nella “terra tra i monti” fossero occupate da persone di loro fiducia; si trattava di territori attraversati dalla strada del Brennero, la più importante via di comunicazione tra Nord e Sud, che i sovrani tedeschi utilizzarono spesso nelle loro spedizioni in Italia; anche per aver sperimentato l’infedeltà e la ribellione dei feudatari laici, sia italiani che tedeschi, gli imperatori attribuirono al potere ecclesiastico compiti amministrativi e politici, procedendo alla creazione dei principati ecclesiastici. Aspetto non secondario della maggior affidabilità dei vescovi come feudatari, non avevano eredi carnali.
Se già in un documento del 967 si menziona il vescovo di Sabiona Richbert come “vescovo della santa Chiesa di Bressanone”, primo vescovo di Bressanone va però considerato Albuino, che completò, nel 990, il trasferimento della sede vescovile da Sabiona a Bressanone.

E’ in un documento dell’8 settembre 977, col quale l’imperatore Ottone II (973-983) donò al vescovo di Sabiona Albuino il Maso Reifnitz (oggi Rifnitz) in Carinzia, che lo stesso viene menzionato per la prima volta come vescovo della “Chiesa di Sabiona e Bressanone”.
Non si sa in che anno Albuino, che si può considerare il primo vescovo di Bressanone, fosse divenuto pastore di Sabiona, si presume verso il 975. E’ ad Albuino comunque che si attribuisce il definitivo trasferimento della sede vescovile da Sabiona a Bressanone, ciò che dovrebbe essere avvenuto intorno al 990. Volle anche con alcuni gesti affermare come la diocesi di Bressanone fosse la continuazione del vescovado di Sabiona: da una parte la traslazione da Sabiona a Bressanone delle reliquie di S. Ingenuino, dall’altra la sostituzione di S. Stefano con S. Cassiano come primo patrono, mentre come secondo patrono rimase S. Ingenuino.
Albuino, che discendeva da una potente famiglia della Carinzia, gli Ariboni, membri della quale occupavano la sede arcivescovile di Salisburgo e quella vescovile di Passavia (Passau), era nato nella prima metà del X secolo dal margravio di Carinzia Albuino e da Hildegarda, che per sostenere il figlio agli studi presso la scuola del Duomo di Bressanone cedette una vasta tenuta nella valle della Drava.
Durante il suo lungo governo Albuino riuscì a moltiplicare i possedimenti della diocesi, attraverso donazioni, acquisti e contratti, anche in Baviera, Carinzia e Carniola, sia per conto proprio che tramite i suoi ricchi parenti.
Oltre che dell’imperatore Ottone II Albuino godè dei favori anche di Enrico II (1002-1024), avendo ad ambedue reso preziosi servizi nelle loro importanti imprese e campagne.
Da Ottone II (973-983) ottenne il maso Villach con castello e chiesa, da Enrico II, appena salito al trono, un podere di considerevoli dimensioni a Ratisbona (Regensburg), podere che fu venduto nel 1809, dopo 800 anni di appartenenza ai vescovi di Bressanone.
Non solo, ma il santo imperatore, per la salvezza dell’anima del suo predecessore Ottone III, della propria e di quella della sposa
Cunegonda, donò all’amato vescovo di Bressanone, con documento del 10 aprile 1004, anche la sua tenuta di Veldes, in Carniola (ora Bled, in Slovenia, importante centro turistico sito in posizione incantevole sull’omonimo lago). Gli introiti di tale possedimento
il vescovo dovette però spartirli col capitolo del Duomo, al quale pervennero altri regali in immobili da parte del duca Ratpot, nel cui territorio si trovava Bressanone. Il clero del Duomo potè così disporre di un patrimonio separato da quello del vescovo e svilupparsi come capitolo del Duomo indipendente. Ciò però contribuì a far sciogliere poco a poco la preesistente vita comunitaria del clero del Duomo.
Circa l’attività pastorale di Albuino, pressoché nulla si sa dalle fonti; essa però dovette dare tale impressione nei contemporanei e nei posteri, tanto che a partire dalla fine dell’XI secolo fu venerato dal clero e dal popolo come “beatus”; numerosi documenti riportano tale titolo. Che la venerazione fosse diffusa è mostrato anche dal suo inserimento nel Martirologio romano.
Essa fu promossa in modo particolare dal beato vescovo Hartmanno (1140-1164), il quale, nel 1141, riunì le reliquie di Albuino e di Ingenuino sull’altare maggiore del duomo di Bressanone.
Si può perciò supporre che Albuino abbia promosso gli interessi della Chiesa, per esempio attraverso l’istituzione di nuovi centri pastorali, costituzione di chiese ecc. Albuino deve essersi inoltre distinto per eminenti virtù.
Diverse chiese, tra cui quella di Nova Levante, sono dedicate ad Albuino, unitamente a Ingenuino, e i due sono uniti anche nella festa che si celebra ogni 5 febbraio. Le ossa di Albuino si trovano oggi assieme a quelle di Ingenuino in una cassa marmorea sull’altare di S. Cassiano ( nel transetto di sinistra) della cattedrale di Bressanone, mentre il teschio è custodito in un reliquiario d’argento finemente lavorato.



La “Casula” di Albuino

Ad Albuino si fa risalire uno degli oggetti del tesoro del Duomo di Bressanone, sistemato nel 1978 al pianterreno della Casa del Capitolo attigua al chiostro: è la “Adlerkasen”, la famosa pianeta bizantina, che viene menzionata col nome di Albuino sin dai più antichi inventari. Si ritiene che il paramento liturgico, a forma di campana, di seta purpurea con aquile tessute in nero, sia un dono dell’imperatore Enrico II. Questa seta, detta “tessuti dell’imperatore”, fa parte dei preziosi prodotti della manifatttura di corte di Costantinopoli a cavallo dell’anno mille.
Dopo due rifiuti di prestare il raro cimelio, a Londra nel 1929, a Parigi nel 1931, il capitolo del Duomo cedette alla richiesta, del 1937, per un esposizione a Roma, dove la preziosa pianeta venne restaurata nel 1939.
L’allora notaio capitolare Cleto Alverà riuscì, nonostante i tempi burrascosi, a far sì che, anche con l’aiuto dell’alto Commissario Franz Hofer, l’opera d’arte potesse, pur in modo alquanto avventuroso, ritornare a Bressanone il 2 dicembre 1943.


ADALBERO (1006-1017)

Al vescovo Albuino successe, nel 1006, Adalbero: di origini nobili, probabilmente della Baviera, si era formato nella scuola del monastero di Niederalteich presso Passau.
Nel 1007 prese parte ad un incontro di vescovi tedeschi a Francoforte sul Meno, dove per interessamento dell’imperatore Enrico II (1002-1024) fu decisa l’istituzione del vescovado di Bamberga.
Lo stesso imperatore contribuì ad ampliare i possedimenti del vescovo di Bressanone a Veldes, in Carniola, donandogli, con decreto del 22 Maggio 1011, il castello di Veldes e trenta masi reali, che si trovavano tra la piccola e grande Sava e costituivano un unico ambito amministrativo. Tale proprietà fu alienata per una somma irrisoria nel 1858.
Non vi sono ulteriori notizie sull’attività del vescovo, che morì nel 1017.



HERIWARD (1017-1022)

Il successore di Adalbero fu Heriward, al quale si debbono i lavori per la recinzione con mura del complesso vescovile.
Nel 1020 partecipò alla cerimonia di consacrazione della chiesa di S. Stefano a Bamberga, fondata dall’imperatrice Cunegonda. L’occasione di questa consacrazione fu utilizzata da papa Benedetto VIII(1012-1024) per rispondere ai reiterati inviti della coppia imperiale e recarsi a Bamberga. Forse fu su richiesta dell’imperatore che il vescovo Heriward accompagnò il papa oltr’Alpe prestandogli diversi servigi. A ricompensa di ciò e su interessamento del papa, con documento del 24 Maggio 1020 fu trasferita alla Chiesa di Bressanone, con l’autorizzazione a disporne liberamente, l’abbazia benedettina di Disentis (nei Grigioni), che, fondata nel 614, è il più antico monastero benedettino svizzero.
Ma l’abbazia non digerì l’intromissione nella propria autonomia, sia per quanto concerne i terreni del convento, sia nella libera elezione dell’abate. Per timore di azioni dei vescovi di Bressanone, nascose parte dei tesori artistici (come il sarcofago carolingio con le reliquie di S. Placido e S. Sigisberto) facendoli murare nella cripta della chiesa del monastero. Questi oggetti furono ritrovati solo nel 1498, quando l’antica chiesa carolingia venne ristrutturata. Il conflitto con Bressanone per liberarsi dalla sua tutela terminò nel 1136, con l’intervento dell’imperatore Lotario II (1125-1137), che rese di nuovo indipendente il monastero svizzero. Heriward morì nel 1022.



HARTWIG (1022-1039)

Di origini nobiliari, del ceppo degli Ariboni o di quello dei conti di Gorizia, (suo fratello Eriberto possedeva la contea della Pusteria), Hartwig prima di divenire vescovo di Bressanone, era stato cancelliere dell’omonimo arcivescovo di Salisburgo.
L’avvenimento di rilievo del suo episcopato é il conferimento, il 27 giugno 1027, da parte dell’imperatore Corrado II il Salico (1024-1039) della contea delle valli dell’Isarco e della media valle dell’Inn.
Con questo dono, che segnò una pietra miliare nella storia di questa terra, il territorio della contea fu separato dal ducato di Baviera, e i pastori di Bressanone divennero principi immediati del Sacro romano impero, con diritto di partecipare e di votare nelle Diete imperiali, subentrando nei poteri di sovranità territoriale a coloro, come i duchi di Carinzia e Baviera, che li avevano esercitati in passato.
I vescovi di Bressanone, come quelli di Trento, affidarono gran parte dei territori sotto il loro dominio a viceconti, o conti delegati, e a protettori, gli “advocati”. Hartwig già nel 1027 affidò al fratello Engelbert l’amministrazione della contea, tenendo per sé solo la stazione doganale di Chiusa.
Tra le sue opere, fece completare la costruzione, iniziata dal predecessore Heriward, delle mura di cinta di Bressanone, che acquisì il carattere di città, una delle più antiche del Tirolo tedesco. Attorno a gran parte delle mura fece costruire anche un fossato. A nord del Duomo fece erigere la chiesa parrocchiale, in stile romanico; tra le due chiese c’era il cimitero.
Durante il suo governo fu istituito il monastero benedettino di Sonnenburg presso S. Lorenzo in Pusteria, che accoglieva solo donne di nobile lignaggio. Ivi sorgeva su una collina un castello che fu trasformato in convento da Volkhold, il figlio del conte Otwin. Volkhold dotò il convento, in presenza del vescovo Hartwig, di molti possedimenti, specialmente nei dintorni a sud della Rienza e a Marebbe, e nominò avvocati del convento il nipote, vescovo Ulrico II di Trento, e i suoi successori. Come prima badessa Volkhold insediò la nipote Wichburg.
L’antico catalogo vescovile di Bressanone dedica grandi lodi ad Hartwig, conferendogli persino il titolo onorifico di “Beatus”: “Il beato Hartwig eccelleva per saggezza e virtù e non era da meno in bontà a nessun prelato dei nostri tempi. Nobile di nascita, ancor più nobile per meriti, di straordinaria benevolenza per il clero e per il popolo, fu munifico consolatore dei poveri, delle vedove e degli orfani. Egli ha fatto cingere completamente la città, che il suo predecessore vescovo Heriward, di beata memoria, che ha regnato solo per 5 anni, aveva posto parzialmente al sicuro con mura; ha fatto costruire la chiesa di S. Michele, consacrata nel 1038”. Il vescovo Hartwig morì il 30 gennaio 1039.



Gli “avvocati” (Vögte) dei vescovi

I vescovi di Bressanone, divenuti principi vescovi, dovettero affrontare, come avversari o come loro interessati fautori, i feudatari laici preesistenti, che si contesero l’avvocazia (Vogtei) per esercitare il potere giudiziario nel principato ecclesiastico: come in tutte le signorie ecclesiastiche, anche i principi vescovi di Bressanone dovettero servirsi, per alcuni affari temporali (militari ecc.) e nelle contestazioni giudiziarie, di rappresentanti laici detti “advocati”; ai vescovi, secondo la massima “ecclesia non sitit sanguinem”, non si addiceva il “Blutbann” (da “banno”, il potere di costringere, giudicare e punire), latinamente detto “judicium sanguinis”.
Gli avvocati venivano ricompensati con feudi divenuti, col tempo, ereditari; crebbe così, all’interno dei principati vescovili, la potenza di tali feudatari, che ne approfittarono per spogliare, piuttosto che difendere, chi li aveva preposti. Accanto agli avvocati nei singoli centri regionali del patrimonio della Chiesa si distinse man mano un avvocato privilegiato: dal 1049 la dignità di avvocato divenne ereditaria nella famiglia dei conti di Greifenstein-Morit; dopo la loro estinzione intorno al 1165 subentrarono i conti di Andechs-Merania, i quali furono sostituiti nel 1210 dal conte Alberto III di Tirolo.
Quando vennero investiti dello “ius advocatiae ed protectionis” i conti di Tirolo (dal 1253 conti “del Tirolo”) la situazione mutò, perché i nuovi “avvocati” intesero a poco a poco esercitare in prima persona, in seguito a concessioni in gran parte estorte con la forza, il dominio temporale nel vescovado, divenendo più potenti degli stessi principi vescovi.



POPPONE (1039-1047)

A succedere al vescovo Hartwig, deceduto il 30 gennaio 1039, fu chiamato ancora nello stesso anno POPPONE (POPPO), o dall’imperatore Corrado II, o da suo figlio e successore, Enrico III, che regnò dal 6 giugno. Nel regno franco e poi in quello germanico i sovrani ebbero grande influenza sull’elezione dei vescovi, se non erano loro stessi a provvedere alla nomina.
Si ritiene che il nuovo vescovo provenisse dalla Baviera, nato precisamente a Pildenau.
Nel gennaio 1040 partecipò alla dieta imperiale di Augusta, nel corso della quale Enrico III confermò al vescovo di Bressanone la contea dell’Isarco e dell’Inn, la dogana presso Chiusa e altri possedimenti così come l’abbazia di Disentis, oltre a nuove concessioni nella zona di Veldes. Poppone godè sì dei favori del sovrano ma fu anche suo fedele servitore e lo accompagnò nei suoi viaggi e nelle sue spedizioni militari, come quella, nel 1043, in Ungheria, terra che fu assoggettata all’impero germanico.
Nel 1046 partecipò alla prima spedizione in Italia di Enrico III, dove erano in tre a contendersi il trono papale; per ciascuno di essi era in dubbio la regolarità della nomina. Enrico III scese attraverso il Brennero col suo esercito e a Bressanone Poppone si aggregò alla spedizione. Furono indetti per l’occasione tre Sinodi, uno a Pavia, uno a Sutri presso Roma e il terzo proprio a Roma, il 20 dicembre 1046.
Enrico III fece deporre i tre papi e nominò, col consenso del clero romano, Ludgero di Bamberga, che, insediato nel giorno di Natale, prese il nome di Clemente II, e nello stesso giorno incoronò imperatore Enrico III. Il 5 gennaio 1047 lo stesso papa convocò un grande Sinodo. Tra l’altro c’era da dirimere una contesa di rango tra gli arcivescovi di Milano, di Ravenna e il patriarca di Aquileia, si doveva cioè stabilire chi dei tre avesse diritto di sedere alla destra del pontefice. Il vescovo Poppone si espresse per il metropolita di Ravenna e, come risulta dal decreto pontificio, il Sinodo fece propria la proposta di Poppone. Da ciò risulta come costui godesse di alta considerazione, forse anche perché considerato uomo di fiducia dell’imperatore.
Clemente II morì il 7 ottobre 1047 e fu sepolto nel Duomo di Bamberga; ne approffittò tosto il già deposto Benedetto IX per insediarsi sul trono papale. Al che una rappresentanza di romani si recò in Germania e si rivolse all’imperatore per avere un nuovo papa. Nel Natale 1047 fu Poppone ad essere elevato a tale dignità, pur avendo i romani proposto un altro principe della Chiesa. Prima che Poppone partisse per Roma, con documento del 25 gennaio 1048, Enrico III concesse ancora al suo vescovado un territorio boschivo, comprendente la valle di Anterselva.
Non fu facile però l’ingresso a Roma di Poppone: il Margravio Bonifacio di Tuscia, che avrebbe dovuto accompagnarlo a Roma, si rivelò invece sostenitore di Benedetto IX e avversario di Poppone, il quale dovette recarsi in Germania e invocare l’aiuto del sovrano. Le minacce di questi di intervenire col suo esercito, fecero presa su Bonifacio, che fece deporre Benedetto IX e insediare Poppone, il quale, accolto con grandi onori dai romani, il 17 luglio 1048 prese il nome di Damaso II.
A causa dell’insopportabile caldo fu però costretto a recarsi a Palestrina, dove morì di malaria il 9 agosto. Non è escluso però che sia morto avvelenato per opera del suo predecessore Benedetto IX.
Della sua tomba nella chiesa romana di S. Lorenzo fuori le Mura si è conservato un sarcofago classico, che si presume sia servito per la sepoltura di Damaso II, il quale prima di morire fece dono al suo vescovado di una reliquia di S. Agnese, che si trova nel tesoro del Duomo di Bressanone, conservata in un busto di argento del 1500. Il lavoro pregevole è un’opera di Valentino Schauer e di Meister Christoph. Il progetto risale probabilmente all’intagliatore in legno e allora sindaco di Bressanone Hans Klocker.



ALTWIN (1049-1097)

Nel mezzo secolo in cui Altwin, successore di Poppone nel 1049, fu vescovo di Bressanone, il vescovado fu coinvolto in pieno nella lotta per le investiture. Anche Altwin dovette al governo imperiale la sua nomina a vescovo di Bressanone; avrebbe addirittura comprato la dignità vescovile per 100 Marchi (all’epoca una somma considerevole). Pare però che a promuovere la sua nomina e ad intascare la somma fu un consigliere del sovrano del tempo, non essendo la simonia nel carattere di Enrico III (1039-1056).
Prima della nomina Altwin era stato prevosto a Salisburgo. Nel 1057 a Neuburg sul Danubio gli furono confermati i possedimenti. Nel 1060 partecipò alla consacrazione dell’arcivescovo di Salisburgo, Gebhard, che divenne il più forte sostegno al partito papale in Germania durante la lotta per le investiture.
Nel 1063 prese parte alla vittoriosa campagna in Ungheria di Enrico IV (1056-1106), che ricompensò Altwin con beni a Steinberg e Otales in territorio goriziano.
L’ambire dei re per il favore dei vescovi in relazione alla lotta per le investiture ebbe come conseguenza, dopo la metà del secolo, che gran parte delle abbazie del regno furono offerte ai vescovi tedeschi come regalo o come feudo. Così nel 1065 il convento di canonici agostiniani di Polling presso Weilheim passò in proprietà al vescovo di Bressanone.
Altwin era continuamente in viaggio; tra l’altro partecipò, il 6 maggio 1072, alla consacrazione e all’insediamento del primo vescovo di Gurk, Gunther von Krapfeld.
Poiché nella disputa tra papa Gregorio VII (1073-1085) ed Enrico IV Altwin rimase fedelmente dalla parte dell’imperatore, questi nel 1077 gli regalò un maso Meier a Silandro e sei mesi dopo altri beni in Val Passiria.
Dopo che Enrico IV nel Marzo 1080 fu scomunicato per la seconda volta, costui decise di deporre Gregorio VII. All’uopo fu indetto nel Giugno 1080 un Sinodo a Bressanone, città scelta perché più facile da raggiungere dalla Germania e dall’Italia e perché il re si fidava in modo assoluto di Altwin.
Enrico IV comparve con grande seguito al “Conciliabolo” di Bressanone, dove si radunarono 21 vescovi italiani e nove tedeschi. Tra essi il cardinale Hugo Candidus da Roma, il patriarca di Aquileia, l’arcivescovo di Milano e Liemar di Brema. A questa assemblea contraria al papa mancava il vescovo Enrico di Trento, pur essendo partigiano del re. Assente era anche l’arcivescovo di Salisburgo Gebhard, che era invece il principale sostenitore del partito papale in Germania.
Il Sinodo, che si presentò come “Concilio generale”, si svolse il 25 e 26 giugno e si concluse con un decreto contenente accuse insostenibili contro Gregorio VII; definito spergiuro, assassino e rinnegato se ne esigeva la deposizione o le dimissioni.
Il documento fu sottoscritto anzitutto dal Cardinale Hugo Candidus. Tra i vescovi tedeschi firmatari del decreto vi fu anche Altwin, mentre il vescovo di Osnabrck, nascosto dietro l’altare, riuscì ad evitare la firma.
Si dibattè poi chi dovesse sostituire Gregorio VII: la scelta, per l’equilibrio di interessi dei tre metropoliti dell’Italia settentrionale cadde sull’arcivescovo Wiberto di Ravenna. Il Sinodo fu causa di discredito per Bressanone, come mostrano alcuni resoconti del tempo.
Il 21 Marzo 1084 Enrico e Wibert entrarono solennemente a Roma, con nuova occupazione della Sede romana. Iniziò così uno scisma che doveva durare fino al 1111.
Per i servizi prestati, Enrico IV regalò al vescovo Altwin, a Verona il 2 settembre 1091, la contea di Putrissa (Pusteria), che si estendeva dalla chiusa di Mhlbach fino a Casies. Iniziò con ciò per Altwin la tragedia della sua vita. Subito dopo il suo ritorno subì l’assalto del duca bavarese Guelfo, che imprigionò il vescovo nella cappella di S. Giovanni, insieme al conte Merbart di Sabiona. Poiché il bavarese non riusciva ad espugnare la fortezza di Sabiona, accanitamente difesa dal figlio di Merbart, fece trascinare Merbart davanti alle mura del castello, minacciando di ucciderlo; solo allora si aprirono le porte di Sabiona.
Altwin fu cacciato dalla sua sede vescovile, e al suo posto fu insediato un certo Purchard.
Solo nell’estate 1096, ad avvenuta riconciliazione tra Guelfo e l’imperatore, fu possibile ad Altwin di far ritorno a Bressanone, dove morì il 7 marzo 1097. Fu sepolto nella cripta del Duomo.



PURCHARD e ANTO (1091 - 1100)

Dopo la cacciata di Altwin da parte del duca Guelfo, fu nominato vescovo di Bresanone un aderente al partito papale, Purchard, che pare fosse imparentato con Guelfo e originario, come gli stessi Guelfi, della casata d’Este. Purchard resse la diocesi dal 1091 al 1099.
Fino al compromesso dell’anno 1096 tra l’imperatore Enrico IV (1056-1106) e il duca Guelfo il vescovo Purchard poté affermarsi apertamente. Dopodiché ci furono difficoltà, poiché egli probabilmente dovette cedere ad Altwin e poi al successore di questi, Anto ( o Anzo), al quale, dopo la morte di Altwin avvenuta nel 1097, era stato conferito dal partito imperiale il seggio vescovile di Bressanone.
Contro Anto si sollevarono, sempre nel 1097, i figli di Guelfo, che non erano d’accordo col cambio di partito del padre. Lo assalirono di sorpresa e lo imprigionarono. Dopodiché Purchard poté riprendere il suo posto. Ma trovò subito una fine orribile, perché dopo 8 anni di governo fu abbattuto dai propri ministeriali, come narra l’antico catalogo vescovile. E’ possibile che gli mancasse la consacrazione a vescovo, cosa che si può ancora maggiormente ammettere per Anto. Su costui vi sono poche notizie, e nulla sulla sua provenienza. Come già accennato, nello stesso anno della sua elevazione fu colto di sorpresa dai figli di Guelfo e imprigionato. Quando costoro però nel 1098 si sottomisero all’imperatore, poté riconquistare la liberà e forse anche arrivare alla sede vescovile. Sembra però che sia morto presto, nel 1100.



La lotta per le investiture

Così si chiama il lungo ed aspro conflitto, in cui furono coinvolti anche i vescovi di Bressanone, tra il Papato e l’Impero, svoltosi sul piano religioso e politico tra il 1075 e il 1122; la materia della contesa fu il diritto di conferire le investiture ecclesiastiche da parte dell’imperatore.
Era dal IX secolo, soprattutto per opera dei capi carolingi, che la nomina di vescovi e abati era praticamente caduta nelle mani del re e dei vari signori feudali, non soltanto per ciò che riguardava la scelta del nuovo titolare, ma anche per la cerimonia dell’investitura vera e propria: era il signore in persona a consegnare al nuovo vescovo le insegne del suo ufficio, il pastorale e l’anello, accompagnandolo con le parole: “Ricevi la Chiesa”.
Tale pratica fu nel contempo causa ed effetto del processo di laicizzazione che aveva colpito la Chiesa, specie in Germania, dove i vescovi, anche quelli di Bressanone, si erano trasformati in veri e propri principi temporali: ricoprivano uffici civili, diplomatici e talvolta anche militari, e godevano di vasti privilegi economici.
I re e imperatori tedeschi, nella loro scelta, badavano certo più alla devozione e alla efficienza dei vescovi nel rappresentare gli interessi dell’impero che alle loro qualità e virtù ai fini di una buona conduzione della diocesi. Anzi, della stessa concessione dell’alta dignità eccelsiastica fecero un affare, trafficando con le sedi vescovili con una “tassa elevata” ai maggiori offerenti.
Alcuni papi cercarono di opporsi in modo più o meno energico, ma poterono far poco. Ci volle il monaco Ildebrando da Soana, divenuto papa Gregorio VII, per raggiungere qualche risultato. Uomo dall’energia di ferro, era seriamente intenzionato a riformare a fondo la Chiesa, non indietreggiando dinanzi a resistenze e difficoltà.
Fu nel Sinodo di Roma del 1075 che furono prese decisioni di innovazione e rottura nei confronti di una lunga consuetudine. Tra i decreti papali vi fu quello in cui Gregorio stabilì: “Nessun ecclesiastico riceva in alcun modo una chiesa dalle mani di un laico, nŠ gratuitamente, né a titolo oneroso, sotto pena di scomunica per colui che la dà per colui che la riceve”. Tale decisione, che scatenò un uragano di proteste in Germania, acuì il conflitto, di importanza storica mondiale, che mise a fronte l’imperatore Enrico IV e il Papa, il potere politico e quello religioso. Il contrasto, dopo aver costretto Enrico IV all’umiliazione di Canossa (1077), proseguì sotto i pontefici e gli imperatori successivi, con vicende alterne, fino al compromesso sancito nel 1122 dal concordato di Worms.



HUGO (1100-1125)

Come successore di Anto (deceduto nel 1100) l’imperatore Enrico IV (1056-1106) insediò Hugo, membro della cappella di corte, il quale ebbe nella lotta per le investiture lo stesso atteggiamento di Altwin, fu cioè tra i più fedeli sostenitori del partito imperiale.
Enrico IV verso la fine del suo regno fu in aspro conflitto col figlio Enrico V (1106-1125), che era di parte papale e che nel 1105 convinse suo padre ad abdicare. Però quando Enrico V si sentì sicuro sul trono, mutò i suoi principì e reclamò, parimenti a suo padre, la nomina e l’investitura dei vescovi. Riprese la lotta con il papato, con il vescovo Hugo dalla parte imperiale.
Negli anni 1110/1111 ebbe luogo la prima spedizione in Italia di Enrico V, per l’incoronazione a imperatore. Pretese inoltre da papa Pasquale II (1099-1118) il diritto all’investitura. Questi gli rifiutò entrambe, per cui il re fece catturare il papa, che nel giro di 2 mesi si piegò, concesse a Enrico V l’investitura e nell’aprile 1111 lo incoronò imperatore.
Il forte partito gregoriano si indignò però per la debolezza e l’arrendevolezza del papa; a tale partito appartenevano allora anche molti vescovi tedeschi, e così gran parte di quelli francesi. Al Sinodo dei vescovi del Laterano del 1112 questo privilegio dell’investitura venne dichiarato come estorto e perciò invalido. Si lanciò di conseguenza, in alcuni incontri di vescovi in Francia e Germania, l’interdetto su Enrico V, per cui la lotta si riaccese violenta. L’imperatore dopo l’incoronazione tornò in Germania, utilizzando la strada del Brennero. Pare che il vescovo Hugo l’abbia accompagnato da Bressanone, perché dopo il rientro dell’imperatore nel Luglio 1111 Hugo ricevette a Ratisbona con un diploma imperiale la conferma di tutti i diritti di immunità preesistenti per il suo vescovado.
Hugo accompagnò l’imperatore nella seconda spedizione in Italia, che si svolse tra il 1116 e il 1118; il re lo premiò confermandolo nell’ottobre 1117 nel possesso dell’abbazia di Disentis, che invece voleva sciogliersi dal legame con Bressanone. Enrico V tentò di riottenere da papa Gelasio II (1118-1119) il diritto all’investitura, ma non ci riuscì, al che fece presentare come antipapa l’arcivescovo Moritz di Braga (Portogallo), che era stato scomunicato da papa Pasquale II (1099-1118).
E’ dall’antipapa Gregorio VIII che Hugo si lasciò consacrare a vescovo nella primavera 1118. Fino allora, mentre le incombenze dell’ufficio pare siano state espletate dal vescovo Gebardo di Trento (1106-1118), la consacrazione gli era mancata, poiché probabilmente gli arcivescovi di Salisburgo fedeli al papa gliel’avevano rifiutata.
Nell’autunno 1122 dopo lunghe difficili trattative tra Enrico V e papa Callisto II (1119-1124), si addivenne ad un compromesso, il famoso Concordato di Worms: i vescovi non sarebbero stati più nominati dall’imperatore, ma eletti principalmente dai capitoli del Duomo. A dire il vero si riconobbe il diritto del sovrano di intervenire nelle votazioni o di farsi rappresentare, per cui esercitò di fatto da allora una grande influenza sulle elezioni. Il vescovo doveva ricevere i feudi dal re o dall’imperatore con la consegna di uno scettro, in Germania prima della consacrazione a vescovo, dopo la stessa in Italia e in Borgogna.
Ben presto l’arcivescovo di Salisburgo Corrado I (1106-1147), zelante ed energico propugnatore della disciplina ecclesiastica, prese dura posizione contro il vescovo Hugo, perché era stato consacrato vescovo dall’antipapa, perciò in modo irregolare. Riuscì anche, nel 1124, ad ottenere da Roma l’autorizzazione per la sua destituzione. Come successore presentò Reginberto, abate di S. Pietro a Salisburgo.
Non si ha notizia su dove e quando Hugo, che era stato generoso col capitolo del Duomo e che potè fermarsi qualche anno in diocesi, sia deceduto, probabilmente a Veldes in Carniola.
Con la sua morte si concluse un periodo molto triste della storia diocesana, durante il quale erano peggiorati a vista d’occhio i comportamenti morali-religiosi, si era fortemente allentata la disciplina ecclesiastica, specialmente per quanto concerne il celibato.



REGINBERTO (1125-1140)

Nominato anche Reinbertus o Reimbertus, fu prima monaco e priore del convento benedettino Admont, divenendo poi, nel 1116, abate di S. Pietro a Salisburgo. Come tale condivideva i principi dell’arcivescovo Corrado I (1106-1147), che riuscì a collocare una serie di amici della riforma ecclesiastica sulle sedi vescovili della sua provincia ecclesiastica, tra essi anche Reginberto.
Se é probabile che a Bressanone ci sia stata una elezione da parte del clero del Duomo, sarà sicuramente avvenuta sotto l’influenza dell’arcivescovo. Il provvedimento arcivescovile ebbe comunque conferma, il 24 agosto 1125, da parte dei principi tedeschi riunitisi a Magonza per l’elezione del re.
Non é noto quando Reginberto abbia iniziato a governare la diocesi, poiché pare che nel 1127 fosse ancora a Salisburgo.
Incombette su di lui l’arduo compito della riforma ecclesiastica. A causa dei torbidi della lotta per le investiture dai quali il territorio fu alquanto travagliato, la situazione religiosa a causa del comportamento avverso al papa dei predecessori era considerevolmente peggiorata; Reginberto pose particolare attenzione per rimuovere tale stato di cose; purtroppo mancano notizie particolareggiate sul suo governo.
Anzitutto cercò di riformare il clero. A questo scopo promosse la fondazione del convento benedettino di St. Georgenberg presso Schwaz e il convento premonstratense di Wilten presso Innsbruck.
A St. Georgenberg esisteva già in precedenza un eremitaggio e a Wilten un capitolo di collegiata di sacerdoti secolari e di chierici. Onde avere la conferma per entrambe, si recò a Roma da papa Innocenzo II (1130-1143), che la concesse con due bolle del 30 Agosto 1138. Ma Reginberto aveva anche un altro motivo per recarsi a Roma: era stato querelato presso il papa; il suo amico arcivescovo di Salisburgo gli aveva dato una lettera di raccomandazione, per cui Innocenzo II accolse degnamente Reginberto e confermò la fondazione dei due conventi, mentre non accolse la sua domanda di dimissioni.
Reginberto, che, oltre a fare diverse donazioni al capitolo del Duomo, dotò i due nuovi conventi di diritti e beni, in particolar modo Wilten, fu attivo al Sinodo provinciale di Salisburgo del 1129 e nel 1140 alle discussioni in merito al trasferimento del convento di Feistriz a Seckau. Morì tra il 12 e il 14 settembre 1140.



La simonia

L’opera riformatrice di Gregorio VII, il papa che cercò di rendere autonoma la nomina del vescovo dall’ingerenza del potere laico (vedi scheda “ Lotta per le investiture” su Il Segno n.49), fu in gran parte una lotta contro la simonia: E’ il termine con cui si designano atti di compravendita di beni spirituali (sacramenti, ordinazioni, indulgenze ecc.) o di cariche ecclesiastiche cui sono connessi determinati privilegi anche di natura economica e sociale.
Deriva dal latino ecclesiastico “simonia”, da Simon Mago, un samaritano, ricordato dagli Atti degli Apostoli, che avrebbe cercato di comprare dagli apostoli Pietro e Giovanni il potere di trasmettere, con l’imposizione delle mani, i doni dello Spirito Santo ai neofiti cristiani.
Pur essendo deplorata e condannata dalla Chiesa romana, la simonia, connessa al potere politico ed economico dei benefici ecclesiastici, fu largamente diffusa nel Medio Evo e nel Rinascimento ed ebbe una specifica influenza nella vita della Chiesa: il sospetto di simonia non risparmiò neppure alcuni papi.
Già ampiamente testimoniata in epoca merovingia da Gregorio di Tours (i re vendevano il sacerdozio e i chierici lo compravano a peso d’oro), E’ soprattutto legata alla società feudale dato che l’acquisto di dignità ecclesiastiche comporta anche quello di benefici (il poter contare, da parte di chi occupasse una posizione nella Chiesa, fosse vescovo, abate, canonico, parroco o cappellano, su un insieme di possessi fondiari e di rendite che gli garantivano un determinato profitto annuo); spesso vescovi e abati per rifarsi delle spese dell’acquisto gravavano sui loro sudditi, provocando così per reazione le ribellioni del basso clero e del popolo e la nascita di gruppi pauperistici ed evangelico-ereticali.
Se il Sinodo di Roma del 1075, indetto da Gregorio VII, condannò e vietò la simonia, anche nella diocesi di Bressanone non mancarono i tentativi di contrastare tale pratica. Le prescrizioni in merito dei sinodi diocesani rimasero però pressoché disattese, per cui dovettero essere periodicamente rinnovate.



ARTMANNO (1140-1164)

Sulla vita del beato Artmanno (Hartmann), uno dei pastori più eminenti sul seggio vescovile di Bressanone, danno notizia non solo leggende, ma anche fonti storiche. Tra le molte, la “Vita Beati Hartmann” scritta dal prevosto di Novacella Hermann (1200-1210). L’autore ha raccolto gran parte delle notizie da persone che furono a contatto personale con Artmanno. Di quest’opera biografica che fino al 1500 costituisce l’unica di questo genere, nel 1940 è stata fatta un’edizione critica dal canonico agostiniano e docente Anselm Sparber.
Artmanno nacque verso la fine dell’XI secolo a Oberpolling presso Passau e fu educato nel monastero di canonici agostiniani S. Nicola a Passau, dove entrò in seguito come canonico.
Avendo sentito di Artmanno l’arcivescovo di Salisburgo Corrado I (1140-1164), un amico dichiarato dei canonici, lo nominò decano di un monastero di canonici e in questo ruolo si mostrò la sua bravura ed efficienza. Nel 1128 Corrado lo nominò prevosto di Herrenchiemsee, dove l’arcivescovo aveva introdotto canonici regolari. Il margravio Leopoldo III d’Austria (1095-1136) lo fece invece prevosto del convento di canonici di Klosterneuburg. Prova della straordinaria personalità di Artmanno, è il fatto che ogni volta che se ne andava, nei conventi iniziava di nuovo a scadere la disciplina.
Fu senz’altro per influenza dell’arcivescovo di Salisburgo che nel 1140 Artmanno fu eletto vescovo di Bressanone. Secondo il suo biografo all’elezione avrebbero partecipato “clerici et ministeriales”; ciò indica come nel 1140 spettava ancora un diritto elettorale al basso clero e ad elementi laici.
Anche se Artmanno non volle essere principe vescovo come altri confratelli nella carica e si sentiva più di tutto un pastore d’anime, assolse comunque ai suoi doveri di principe dell’impero, specialmente nelle decisioni di politica ecclesiastica o quando fu interpellato per il suo prezioso consiglio.
Così nel 1147 fu alla dieta imperiale di Ratisbona, quando l’imperatore Corrado III (1138-1152) si consultò con i principi sulla seconda Crociata. E di nuovo, nel 1156, fu a Ratisbona per contribuire ad un compromesso tra Enrico il Leone, duca di Sassonia e Baviera, ed Enrico II d’Austria.
Altri sforzi di pacificazione nel conflitto tra papa Alessandro III (1159-1181) e l’imperatore Federico I Barbarossa (1152-1190) ci furono nel 1163 quando Artmanno con il suo grande amico l’arcivescovo di Salisburgo Eberardo I comparve all’assemblea imperiale a Magonza. In questa circostanza Artmanno redasse anche un diploma imperiale per la famosa mistica tedesca Hildegarda di Bingen (1098-1179).
Molto cordiale fu il rapporto tra Hartmann e l’imperatore Federico I, come riferisce il suo segretario Rahewin: Federico I vedeva nel vescovo di Bressanone Artmanno, che con la fama della sua singolare santità e il suo severo stile di vita superò tutti i vescovi della Germania, un ottimo maestro per le questioni del regno e un uomo di fiducia per la salvezza dell’anima.
L’imperatore, quando ne ebbe occasione, confessò in piena umiltà i suoi peccati ad Artmanno, si raccomandò costantemente alle sue preghiere.
Quando Federico I, nel 1154, passò per il Brennero per la sua prima campagna d’Italia, si incontrò a Bressanone con Artmanno e nella sua marcia di ritorno nel 1155 confermò i privilegi del vescovado.
Nel 1158 il sovrano si trovò di nuovo a Bressanone e si incontrò con il vescovo. Nonostante questa intima amicizia con l’imperatore, Artmanno era con l’arcivescovo di Salisburgo Eberardo tra i pochissimi vescovi tedeschi che nel conflitto tra imperatore e papa furono decisamente dalla parte di Alessandro III (1159-1181) e si rifiutarono di riconoscere il pontefice imperiale Viktor IV (1159-1164). Qui si mostra nella sua piena grandezza la personalità di Artmanno.

A Bressanone Artmanno trovò un ricco campo di lavoro. Prima di tutto c’era da rinnovare il clero. Artmanno operò anzitutto con l’ esempio: portava un cilicio che non deponeva nemmeno di notte; celebrava quotidianamente la S. Messa. Si distinse per la sua generosità e per la sua carità.
Già nel 1141 fece traslare le reliquie di Albuino e unirle a quelle di Ingenuino.
Poiché non gli riuscì di rinnovare il capitolo del Duomo, e poiché fu suo cruccio che non ci fosse un convento nè in Bressanone nè nei dintorni, nel 1142 fondò con il conte di Sabiona Reginberto il convento di canonici agostiniani di Novacella. I primi canonici vennero da Klosterneuburg, convento dove Artmanno era stato prevosto prima di divenire vescovo, e per il quale si prese sempre cura paterna, così come ebbe predilezione per altri conventi.
Durante il suo governo fu eretta la parrocchia di Laion presso Chiusa, la cui chiesa consacrò nel 1147.
Il suo impegno sociale lo mostrò quando col ricco canonico del Duomo Richer fondò nel 1157 a Bressanone l’ospedale ospizio di Santa Croce per pellegrini e viaggiatori poveri, che nel 1764 fu ristrutturato a seminario.
Cedette al ministeriale Friedrich un maso a Rodengo, dove nel 1150 fu costruito un castello che divenne la sede dei potenti signori Rodank.
Fu invitato in diverse località a consacrare chiese e altari.
Morì il 23 dicembre 1164 a Bressanone.
Si era fatto preparare, dopo la S. Messa, un bagno. Poiché si era indugiato oltre al tempo solito, l’inserviente chiamò un sacerdote, ma quando entrambi entrarono, trovarono il vescovo ormai deceduto.
La sua salma fu onorata per 5 giorni e poi deposta in Duomo.
Subito dopo la sua morte ottenne il titolo di “beatus”. Ma dopo un decreto di Urbano VII non si potè più, nel XVIII secolo, venerarlo e furono cancellati Uffici e S. Messe in suo onore. Solo dopo che il canonico Philipp Nei Puell nel 1768 ebbe descritto la vita del beato si riprese la venerazione di Artmanno. Nello stesso anno Bressanone cercò di avviare a Roma un processo informativo per la beatificazione. Il principe vescovo Joseph von Spaur (1779-1791) presentò la richiesta a Papa Pio VII l’8 Maggio 1782 in occasione del ritorno di questi da Vienna, con esito positivo: la congregazione dei riti autorizzò l’11 febbraio 1784 celebrazioni di S. Messe e Uffici in onore del beato Artmanno.
Oggi la sua memoria si celebra il 12 dicembre. Viene venerato come beato dal 1819 anche a Klosterneuburg e dal 1943 in tutti i conventi di canonici austriaci.
Altari dedicati ad Artmanno si trovano nella chiesa abbaziale di Novacella, nella chiesa del seminario a Bressanone e ad Aufhofen.
Di lui si conservano paramenti liturgici a Bressanone, un pluviale a Novacella, a St. Georgenberg un pastorale e guanti a Polling.
Il pastorale donato da Artmanno a St. Georgenberg è del resto uno dei più antichi lavori artistici del Tirolo. Le curvature e il pomo sono di avorio, il pastorale stesso è di legno, l’incastonatura d’argento è comunque del 17ø secolo.
Il beato Artmanno non fu solo una delle personalità più influenti e spiccate sul seggio vescovile di Bressanone, ma prima di tutto un santo uomo di Dio.



OTTONE di ANDECHS (1165-1170)

L’aspro conflitto tra papa Alessandro III (1159-1181) e l’imperatore Federico I (1152-1190) ebbe i suoi riflessi anche a Bressanone. Dopo la morte del vescovo Artmanno, “Barbarossa” riuscì a far sì che a reggere il vescovado di Bressanone andasse un suo parente e partigiano, e precisamente Ottone di Andechs. Il capitolo del Duomo non osò opporsi, per timore della vendetta imperiale.
Poiché Ottone era scismatico, cioè sostenitore dell’antipapa imperiale Pasquale III (1164-1168), non ottenne nè la conferma nè la consacrazione dall’arcivescovo di Salisburgo Corrado II (1164-1168).
Ottone, che nel 1165 conferì come feudo al fratello Bertoldo III l’avvocazia sul vescovado e sulle contee della Pusteria e dell’Inn, non era amato neanche dal clero.
Tutto ciò deve averlo spinto, nel 1170, all’abdicazione e al ritorno a S. Stefano a Bamberga, dove prima di divenire vescovo era stato prevosto.



ENRICO II di FÜGEN (1170-1174)

Come successore di Ottone di Andechs il capitolo del Duomo scelse uno dei suoi membri, il canonico Enrico di Fgen, un uomo istruito, che fu consacrato da vescovi fedeli al papa.
Poiché Enrico, che probabilmente subito dopo l’elezione si era recato dall’imperatore per ottenerne il benestare nonché l’investitura con i relativi diritti, è menzionato in un documento di Federico I del 1170 come vescovo eletto ma non ancora consacrato e, quando partecipa con altri due vescovi alla dieta imperiale di Salisburgo del febbraio 1172 appare come partigiano dell’imperatore, può essere che l’indicazione del catalogo vescovile a proposito della consacrazione sia falsa oppure che Enrico di Fügen nel conflitto tra papa e imperatore sia passato dalla parte del sovrano.
Enrico II nel 1173 fu attaccato di sorpresa e preso prigioniero dal conte Corrado di Valley; morì poco dopo, il 7 gennaio 1174.



RICHER (1174-1177)

Anche Richer fu pienamente coinvolto nell’ interminabile ed esasperata lite tra imperatore e papa e fu alla fine sua vittima.
Il nuovo pastore di Bressanone era come molti dei suoi predecessori partigiano dell’imperatore, per cui l’arcivescovo di Salisburgo Adalberto (1168-1177) gli negò la conferma e la consacrazione. Ma nel 1174 Richer fu il protagonista della deposizione di Adalberto e dell’elezione di Enrico di Berchtesgaden (1174-1177) come antivescovo a Salisburgo.
In questa circostanza Richer ottenne dal vescovo di Gurk Enrico I la consacrazione a vescovo. Indignato per queste vicende Adalberto comminò la scomunica ai partecipanti all’elezione dell’antivescovo di Salisburgo e chiese aiuto a papa Alessandro III. Questi dichiarò nulla la deposizione di Adalberto, deplorando il comportamento sia del vescovo di Gurk che di quello di Bressanone, Richer, un tempo il suo più fidato compagno di studi.
La pace di Venezia del 1177, dopo la sconfitta dell’imperatore nella battaglia di Legnano del maggio 1174, che pose fine al conflitto tra Alessandro III e il Barbarossa, ebbe pesanti conseguenze sul distretto metropolitano di Salisburgo.
I due arcivescovi Adalberto ed Enrico come il nostro Richer furono costretti ad abdicare, anche se quest’ultimo in un incontro a Ferrara si era riconciliato con il papa, che in questa circostanza gli confermò la fondazione dell’ospedale di S. Croce e il trasferimento allo stesso della parrocchia di S. Andrea. In questo ospizio Richer trascorse gli ultimi giorni e, morto il 3 luglio 1178, trovò l’ultimo riposo nella cappella dell’ospedale.
A Richer si deve anche la tempestiva ricostruzione della città e del Duomo, dopo il devastante incendio del 1174.



ENRICO III (1178-1196)

Quando Enrico III giunse al seggio vescovile di Bressanone, aveva alle spalle una vita alquanto movimentata. Dal 1151 al 1174 aveva guidato il monastero di canonici agostiniani di Berchtesgaden e fu anche arcidiacono nella diocesi di Salisburgo, dove nel 1174 si lasciò designare come antiarcivescovo imperiale. Papa Alessandro III, considerando questo comportamento dei salisburghesi come tradimento e defezione, sentenziò che avevano cessato di essere cattolici.
Per questo motivo Enrico ritenne di non dover arrivare a farsi consacrare vescovo. Fu solo quando accettò di abdicare come antiarcivescovo di Salisburgo, che potè essere consacrato vescovo di Bressanone, il 19 agosto 1978, nel monastero benedettino di Attel presso Rosenheim da parte del nuovo arcivescovo di Salisburgo Corrado III (1177-1183).
Enrico III, che godette di particolare benevolenza da parte dell’imperatore, è tra i sommi pastori sul seggio vescovile di Bressanone più coronati di successo.
Con diploma del 16 settembre 1179 Federico I Barbarossa gli conferì una serie di diritti regali di sovranità, come quello di istituire dogane e pedaggi, alta giurisdizione, diritti di molino, mercato e moneta.
Con ciò i vescovi di Bressanone divennero veramente principi dell’impero germanico e pressoché indipendenti dal ducato di Baviera.
Enrico però si è reso benemerito anche nella cura d’anime. Nel 1186 organizzò il primo sinodo diocesano, il primo di cui si abbiano testimonianze, al quale parteciparono diversi prevosti, i canonici del Duomo di Bressanone con tutto il clero e nel corso del quale furono trattate anche questioni di carattere religioso, oltre alle decime sui nuovi dissodamenti.
Secondo l’antico catalogo vescovile, riuscì a portare a 10 anni la “tregua di Dio”, la pace tra i suoi ministeriali, dopodiché si riaccesero tra loro le ostilità.
Enrico fu anche tra i promotori, nel 1180, della nascita della città di Innsbruck.
A lui si deve il completamento della ricostruzione della cattedrale, in stile romanico a tre navate, dopo il devastante incendio del 1174, ricostruzione che dopo il primo impulso dato dal suo predecessore Richer, si era arenata.



EBERARDO di REGENSBERG (1196-1200)

Nato nel 1170 a Regensberg presso Zurigo, ottenne, per interessamento dello zio vescovo di Costanza, un posto nel capitolo del duomo di Costanza e poi in quello di Augusta. Forse è anche grazie alle buone relazioni dello stesso zio con la casa regnante che si arrivò, nell’estate 1196, all’elezione di Eberardo a vescovo di Bressanone, confermata dall’arcivescovo di Salisburgo Adalberto.
Ma per la sua giovane età Eberardo non era ancora stato ordinato sacerdote; fu autorizzato da papa Celestino III (1191-1198) a dedicarsi per qualche tempo agli studi teologici.
Ordinato sacerdote nel 1197 a Friesach dall’arcivescovo di Salisburgo Adalberto III (1183-1200), potè finalmente esser consacrato vescovo nell’estate 1199.
Ma Eberardo dovette lasciare presto la sede vescovile di Bressanone, perché i ministeriali di Salisburgo lo elessero a successore del deceduto arcivescovo di Salisburgo Adalberto. Ricoprì, con il benestare e il conferimento del pallio da parte del papa Innocenzo III, dal dicembre dello stesso anno, per ben 46 anni.



CORRADO di RODANK (1200-1216)

Corrado di Rodank, chiamato a succedere come vescovo di Bressanone ad Eberardo divenuto arcivescovo di Salisburgo, passò alla storia come grande promotore delle belle arti.
Nato nel 1140, era figlio di Reginberto di Rodank, il cui castello avito, Rodenegg, costruito nel 1120 da Federico, un ministeriale del vescovo di Bressanone, si eleva su un lungo sperone di roccia lambito dalla Rienza, all’imbocco della Val Pusteria.
Nel 1173 divenne canonico del Duomo, nel 1177 amministratore dell’ospedale di Santa Croce; entrato tra i canonici agostiniani di Novacella, divenne presto prevosto del monastero, che guidò fino al 1200 in modo eccellente, distinguendosi anche per diverse virtù. A Novacella, oltre a far ricostruire in tempi brevi quanto era stato devastato nel 1190 da un incendio, fece costruire un ospizio per pellegrini e malati, la cui cappella fu consacrata nel 1199 dall’allora vescovo Eberardo.
Come vescovo di Bressanone Corrado fu tra i sostenitori di Filippo re di Svevia, che fu assassinato nel 1208. Nel 1209 accompagnò re Ottone IV nel suo viaggio a Roma per essere incoronato imperatore.
Poiché il conte del Tirolo Alberto III (1190-1253) aveva donato alla Chiesa di Bressanone il Castello di Summersberg, presso Gudon, con i beni annessi, Corrado gli conferì l’avvocazia del vescovado di Bressanone e l’amministrazione della Val d’Isarco, tenuta in precedenza da Enrico di Andechs.
Il vescovo Corrado mostrò il suo impegno nel sociale costruendo a nord di Chiusa un ospizio per pellegrini, poveri e malati e l’annessa chiesa dei 12 Apostoli. Unico resto dell’insediamento ospedaliero è l’attuale chiesa di S. Sebastiano, una delle rare chiese a pianta circolare dell’Alto Adige; prese tale nome dopo che l’ospizio e la chiesa dell’ospedale furono spostati, nel 1471, presso porta Bressanone, a causa delle frequenti alluvioni dell’Isarco.
Presso la sua cappella vescovile di corte, vicino al chiostro, Corrado istituì un capitolo di collegiata per sacerdoti secolari; fece decorare la sua cappella domestica, l’attuale chiesa di S. Giovanni, con importanti affreschi dal suo pittore di corte Hugo, al quale si possono attribuire anche gli affreschi conservati nel soffitto, sopra le volte gotiche lungo le pareti e sull’arco trionfale della chiesa della Vergine, la seconda cappella palatina fatta costruire dal vescovo Corrado nei primi anni del Duecento, sul lato settentrionale del palazzo vescovile.
Durante il restauro della cappella di corte Corrado incorse in un mortale infortunio: aveva finito le preghiere notturne in tale cappella e mortificato con flagelli il proprio corpo ed era in procinto di tornare nella sua abitazione prima del mattutino, quando cadde tra le impalcature, che non erano state rinforzate per trascuratezza dei carpentieri.
Era il 14 ottobre 1216. Le sue spoglie furono deposte davanti all’altare principale della chiesa della Madonna.
Senza dubbio Corrado di Rodank va annoverato tra i pastori di primo ordine della diocesi di Bressanone. Fu un principe della Chiesa pio, colto, zelante.



BERTOLDO I di NEIFEN (1216-1224)

Di Bertoldo di Neifen, chiamato a succedere come vescovo di Bressanone a Corrado di Rodank, non ci sono notizie su nascita e gioventù. Nel 1208 venne nominato amministratore del vescovo di Trento Federico dei Vanga (1205-1218), che come vicario imperiale di Federico II (1212-1250) si doveva assentare spesso dalla diocesi; dal 1212 Bertoldo fu anche segretario di Federico II, e ricoprì entrambe le cariche finché divenne vescovo di Bressanone.
A conferma del favore imperiale per il nuovo vescovo, con il decreto emesso durante la dieta imperiale di Norimberga il 21 dicembre 1217, che lo definisce “nostro principe”, gli vennero cedute tutte le miniere di argento, metallifere e di sale che si dovessero trovare nel suo territorio.
Nel 1218, incaricando un certo Perngerus di sostituirlo, si assentò per prender parte alla crociata promossa da Leopoldo VI d’Austria (1198-1230) per liberare la Terrasanta, alla quale parteciparono col loro seguito anche i conti Alberto del Tirolo e Ulrico di Appiano. Bertoldo partecipò alla spedizione di re Andrea d’Ungheria che con un piccolo esercito da Akkon tentò invano di avanzare verso Gerusalemme. Alla crociata partecipò anche il principe vescovo Federico dei Vanga che, giunto sulle coste della Siria presso Tolemaide, si ammalò e morì il 6 novembre 1218. Mentre Leopoldo VI era ritornato a Vienna nell’ottobre 1219, la fortezza di Damietta sul Nilo potè esser presa solo, dopo lungo assedio, nel novembre 1219.
Dopo il suo ritorno, Bertoldo, come vescovo eletto ma non ancora consacrato, si incontrò a Bolzano nell’Agosto 1220 con Federico II, per poi accompagnarlo a Roma per l’incoronazione a imperatore, che ebbe luogo il 22 Novembre.
Dell’assenza di Bertoldo approfittò il conte del Tirolo Alberto III (1190-1253), operando perché diversi ministeriali in Val d’Isarco e Pusteria si ribellassero al vescovo e poter con loro combattere contro il vescovado.
Fece costruire due castelli, Castel Lamberto presso Brunico e Rappinstein presso Colle Isarco per rendere da questi insicure le strade. Così Alberto III, che dal 1210 era subentrato ad Enrico di Andechs nell’avvocazia di Bressanone, si trasformò da difensore a oppressore del vescovado.
Bertoldo chiese aiuto al neoeletto re tedesco Enrico, figlio di Federico II. Con la sua intermediazione si addivenne il 3 Marzo 1221 ad Augusta ad un compromesso.
Il conte Alberto e i suoi alleati furono obbligati a riparare ai danni causati al vescovado oppure dare un indennizzo, un risarcimento. Avrebbero dovuto anche distruggere i due castelli, pena la decadenza perpetua dal feudo di Bressanone, cosa che però non avvenne. Alberto promise anche di non appoggiare i ministeriali ribelli al loro vescovo: Alberto mantenne la parolafinch visse Bertoldo, ma poi riprese le ostilità contro il suo successore.
Nell’Aprile 1220 Federico II aveva confermato ai principi vescovi tedeschi nei loro privilegi, concedendo non solo il pieno godimento dei diritti regali fino allora avuti, ma aggiungendo una serie di nuove agevolazioni. Con ciò si rinforzò talmente la sovranità territoriale dei principi vescovi, che divennero ben di poco inferiori ai duchi.
Bertoldo, oltre a stipulare nel luglio 1221 un accordo col convento di Novacella, in base al quale gli cedette il patronato sulla parrocchia di Valdaora, confermò il convento di collegiata nel chiostro di Bressanone e stabilì per esso gli statuti e l’arredamento, concedendogli anche le entrate dell’incorporata parrocchia di Lagundo e di altri beni vescovili. Questo convento fu confermato nel 1230 anche da papa Gregorio IX (1227-1241).
Nel 1222 Bertoldo si recò nuovamente alla corte dell’imperatore in Italia. Tornato a Bressanone nel Marzo 1223, vi morì nel Luglio 1224.



ENRICO IV di TURES (1224-1239)

Discendente da nobile e potente famiglia di Tures, il successore di Bertoldo di Neifen aveva studiato ad Aquileia, dove il padre Hugo, sposatosi con Eufemia di Villalta (presso Udine), si era trasferito. Accolto dal clero del Duomo, divenne arcidiacono della chiesa metropolitana di Aquileia.
Non è chiaro chi abbia influito sulla scelta di Enrico, che fu consacrato vescovo di Bressanone a Venezia, nel 1228, dall’arcivescovo di Salisburgo Eberardo II (1200-1246).
Subito dopo, Ugo IV di Tures, nipote del vescovo Enrico, cedette al vescovado gran parte delle proprietà, tra cui i castelli di Tures e Villa Ottone, che poi ricevette in feudo, divenendo così feudatario dei principi vescovi. Enrico IV potè così avere nel nipote un sostegno contro una prevedibile offensiva da parte dei potenti conti del Tirolo.
Su suggerimento dell’imperatore Federico II il vescovo Enrico, in occasione della dieta imperiale di Ravenna del 1232, concesse in feudo al duca Ottone I di Andechs-Merania le contee della Val Pusteria e dell’Inn, mentre l’amministrazione di gran parte della contea in Val d’Isarco e l’avvocazia sul vescovado di Bressanone poterono invece essere mantenute dal conte Alberto III di Tirolo (1212-1253).
Nel 1234 Bressanone fu sconvolta da un tremendo incendio, che coinvolse la zona del Duomo, compresa la cattedrale: andarono distrutti principalmente i tetti e i soffitti in legno. Il vescovo Enrico riuscì a riparare in fretta i danni della cattedrale romanica a tre navate, che potè essere consacrata il 31 luglio 1237 dal’arcivescovo di Salisburgo Eberardo II, a suo tempo vescovo di Bressanone; nell’occasione venne concessa un’indulgenza di 80 giorni alla chiesa, una basilica a volta con navata, con una cripta sotto l’elevato coro a tre transetti e con due campanili frontali, che si trovano tuttora.
Anche il vescovo Enrico IV si mostrò munifico verso il capitolo del Duomo e il convento di Novacella, al quale regalò due masi con estese proprietà boschive. Nel 1227 conferì al preposito di Novacella Enrico II e ai suoi successori la carica di Arcidiacono sulla Pusteria.
Nel 1235 fu fondato a Bressanone un convento di Clarisse; il vescovo contribuì considerevolmente a dotare di beni tale convento, che era il primo in terra tedesca e il primo ad essere dedicato ad Elisabetta di Turingia, canonizzata nello stesso anno da papa Gregorio IX (1227-1241).
Nell’Agosto 1236 l’imperatore Federico II fece tappa a Bressanone mentre si recava in Italia con un esercito di cavalieri; con l’occasione apprese, da diverse lamentele, della negligenza del vescovo in fatto di amministrazione e nell’esercizio della giurisdizione, per cui si verificavano non poche ingiustizie.
L’imperatore tolse allora al vescovo, che forse si era mostrato troppo poco “svevo”, e perciò politicamente poco affidabile, l’amministrrazione del vescovado, e conferì il potere temporale ad un governatore imperiale, un certo Haward, in collegamento col capitolo del Duomo e con i ministeriali.
Enrico IV potè mantenere il potere spirituale e l’ufficio di vescovo e per il suo mantenimento gli furono assegnati dei beni.
Di nuovo si era rivelata l’importanza dell’affidabilità del vescovo di Bressanone, come del vescovo di Trento, cui toccò analoga sorte, per render sicura al partito svevo la strada del Brennero, specialmente per i rifornimenti militari in Italia.
Haward esercitò le sue funzioni di governatore e giudice fino alla morte, avvenuta il 19 novembre 1239, del vescovo Enrico IV, che pare sia stato sepolto nella chiesa delle Clarisse.



EGNONE di APPIANO (1240-1250)

Ultimo importante rappresentante della celebre casata dei conti di Appiano, un tempo potente in Val d’Adige ma che nelle ripetute lotte contro i conti di Tirolo perse molto in prestigio, potere e possedimenti, Egnone dal 1233 fu canonico a Trento, come altri due fratelli, e, dopo un incontro nel 1239 a Padova con l’imperatore , al quale doveva la sua nomina, dal 1240 fu attivo sostenitore del partito svevo, per cui nello stesso anno fu scomunicato da papa Gregorio IX (1227-1241), che era in aspro conflitto con Federico II.
Egnone dovette ben presto affrontare, alleandosi con vassalli e altri dinasti come il duca Bernardo di Carinzia, il conte Alberto di Tirolo, indignato per la nomina di Egnone; anche costui si era preparato allo scontro, riuscendo ad avere dalla sua parte alcuni vassalli del vescovado.
Il conflitto scoppiò nell’autunno del 1240, devastando la Val d’Isarco e la Pusteria, proseguendo anche nel rigido inverno. Fu il 20 Marzo 1241 che si addivenne a Bressanone ad un trattato di pace. Egnone, soccombente, dovette cedere al conte Alberto e a suo genero, duca Ottone di Andechs-Merania, tutti i feudi vescovili, i quali alla morte di uno avrebbero dovuto trasferirsi all’altro per via ereditaria.
Il 30 Aprile Egnone si riconciliò col conte Mainardo di Gorizia, che gli restituì il castello di Veldes e annessi possedimenti.
Nel Concilio di Lione indetto nel 1245 da Innocenzo IV (1243-1254) venne dichiarata la deposizione dell’imperatore e si minacciò di scomunica e deposizione i vescovi tedeschi di parte imperiale, come Egnone di Bressanone, al quale il papa fece recapitare da un messo papale due lettere.
Nella prima gli rinfacciava di non rispettare l’interdetto, di aver assunto il governo della diocesi senza il benestare papale e di aver dilapidato molti beni della Chiesa. Non avendo ciò approdato a nulla, tramite un altro legato papale nel Luglio 1246 scomunicò nuovamente Egnone; gli fu concesso un termine di un mese, non osservando il quale non gli rimaneva che la deposizione. Al che Egnone fece un voltafaccia, passò dalla parte papale e da allora fu suo fedele sostenitore, guadagnandosi il favore del papa. Fu consacrato vescovo nella seconda metà del 1246 o agli inizi del 1247.
Egnone fu coinvolto anche nella questione della successione dell’arcivescovo di Trento Aldrighetto di Castel Campo (1232-1247). Il capitolo del Duomo aveva scelto il proprio decano Uldarico da Porta, scelta confermata dal Patriarca di Aquileia. Non fu di tale avviso papa Innocenzo IV, che l’8 marzo 1247 affidò al vescovo di Bressanone l’amministrazione del vescovado di Trento. Il capitolo del Duomo rifiutò di riconoscere Egnone, che fu incaricato dal papa di sospendere dalla carica i canonici e di trasferire ad altri i loro benefici. Nella questione si intromise anche il conte Alberto di Tirolo, avvocato delle diocesi di Bressanone e di Trento, il quale si rivolse al papa, raccomandando l’efficiente conte Bruno di Kirchberg. Il papa incaricò il cardinal legato Pietro di svolgere indagini sulla veridicità delle indicazioni del conte e, in caso positivo, di nominare Bruno. Il che avvenne, di modo che si ebbero nel contempo tre candidati al seggio vescovile di Trento.
Fu nel 1250, dopo lunghe trattative e crisi, che si arrivò alla decisione del papa su Bruno di Kirchberg come nuovo vescovo di Bressanone e su Egnone trasferito a Trento; ciò senza interpellare il capitolo del Duomo, che in precedenza aveva avuto assicurazioni opposte. Bruno venne informato della cosa con lettera del papa del 25 novembre 1250. Per la prima volta la sede vescovile di Bressanone fu occupata su nomina papale. Egnone doveva nel frattempo amministrare il vescovado in qualità di vicario in attesa della consacrazione di Bruno a vescovo, con ripartizione tra i due delle entrate.
Se nel 1248 Egnone ereditò i beni del cugino Ulrico III d’Ultimo, morto nella crociata contro i Tartari, il conte Alberto III di Tirolo riuscì, poco prima della morte avvenuta nel 1253, a ottenere che l’arcivescovo Egnone lo investisse anche della contea di Appiano-Ultimo.
A Trento Egnone ebbe vita ancor più difficile che a Bressanone; dei 23 anni di governo potè trascorrerne nella sede vescovile solo 10; i restanti anni fu sempre in fuga Errore. L'origine riferimento non è stata trovata.: da Sud lo incalzava Ezzelino da Romano, da Nord erano invece i conti di Gorizia Mainardo I (1253-1258) e Mainardo II (1258-1295).
Inoltre dovette cedere già nel 1259 l’avvocazia sul vescovado di Trento e tutti i feudi posseduti da suo padre. Nacque così, a spese dei principi vescovi di Bressanone e di Trento, il Errore. L'origine riferimento non è stata trovata.. Quando infine fu persino convocato a Roma, Egnone si ammalò durante il viaggio e morì a Padova nel 1273.



BRUNO di KIRCHBERG (1250-1288)

Il principe vescovo Bruno di Kirchberg, che senza dubbio va annoverato tra le grandi figure di spicco del Medioevo oltre che tra i vescovi di Bressanone, era originario della ricca casata dei conti di Kirchberg, dall’ omonimo castello sito all’Iller presso Mennigen nel ducato di Svevia. Sua madre Berta era la figlia di Mainardo I conte di Gorizia e Tirolo (1253-1258) e sorella di Mainardo II (1258-1295), che viene considerato il fondatore del Tirolo.
Bruno si formò a Bressanone alla scuola del Duomo e ancora in giovane età ottenne un canonicato a Magdeburgo.
Fu papa Innocenzo IV (1243-1254), trasferendo nel 1250 il principe vescovo Egnone dalla sede di Bressanone a quella di Trento, a nominare, senza interpellare il capitolo del Duomo, Bruno di Kirchberg principe vescovo di Bressanone.
Per la prima volta la sede vescovile fu occupata attraverso una nomina papale. Subito dopo aver assunto il governo della diocesi Bruno fece accertare e iscrivere tutti i possedimenti, diritti e introiti del vescovado e del principato, come risulta dal libro fondiario di Bressanone; tale atto, del 1253, si conserva a Monaco nell’archivio di Stato bavarese.
Il principe vescovo Bruno di Kirchberg dovette ben presto fronteggiare i suoi stessi ministeriali, che gli si erano ribellati: erano i giudici, curatori, amministratori, che governavano, con sede in castelli o torri, i piccoli distretti giudiziari in cui era ripartito il principato vescovile. Alcuni di essi, possedendo considerevole patrimonio e influenza, si ribellarono ai principi vescovi e riuscirono a staccare dal vescovado i loro castelli e distretti giudiziari. Altri recarono gravi danni ai possedimenti vescovili con attacchi e atti di violenza.
Con l’aiuto di Mainardo I di Gorizia e Tirolo, Bruno potè padroneggiare la situazione, reprimendo la rivolta e concordando nel 1256 una pace quinquennale, con promessa solenne di 19 ministeriali a Bruno e Mainardo I di non danneggiare persone e beni del vescovado, nonché del capitolo del Duomo, dei conventi e delle chiese, e di non assalire più i mercanti sulla via del Brennero. A dire il vero, era stato Mainardo stesso a favorire sottobanco una sorta di pirateria alpina, che costò alla terra dell’Adige infiniti lutti e rovine, attraverso l’attività dei “cavalieri ladroni”, i nobili di secondo piano che dai loro manieri costruiti in località eminenti allo sbocco delle valli, scendevano nelle principali vie di comunicazione, saccheggiando borghi o mercanti in viaggio. Furono solo dimostrative le azioni che Mainardo effettuò contro di loro. La situazione sembrò volgere a favore del vescovo, con la morte, avvenuta nel 1258, di Mainardo I. Comunque, per difendere i numerosi possedimenti dei vescovi di Bressanone alla confluenza della Rienza con l’Aurino in Val Pusteria da attacchi di sorpresa dei “cavalieri ladroni”, Bruno fece erigere sulla rupe posta sulla parte a sud dell’odierna Brunico un castello vescovile, che divenne la sede estiva dei pastori brissinensi, anche perché la casa nobiliare che in quella zona possedeva, a S. Caterina (Aufhofen), nella quale soggiornava spesso in estate, era in pianura, piccola e non certo difendibile.
Ai piedi del colle roccioso fondò un agglomerato cittadino, menzionato per la prima volta nel 1256 e che da lui prese il nome.
Anche a Bressanone, nell’angolo a sud est della città, il principe vescovo Bruno fece costruire un nuovo, fortificato castello con torre di vedetta e fossato, di cui prese possesso e che occupò nel 1265 quale nuova residenza, lasciando il vecchio palazzo presso la cattedrale, che non si prestava ad ampliamenti e fortificazioni e che perciò non era molto sicuro. La vecchia residenza divenne la sede del capitano della città, in seguito quella dei vescovi ausiliari e dal 1803 della pretura di Bressanone.
Nel 1265 il vescovo Bruno entrò in conflitto con i signori di Rodank, Federico e Arnoldo; fece smantellare il loro castello di Bressanone sito sul luogo dove ora sorge il Kassianeum e regalò il terreno al convento di Novacella, che sul luogo fece erigere una casa; inoltre i fratelli di Rodank dovettero cedere al vescovo Bruno tutti i loro immobili, con le pertinenze, esistenti in città, ricevendo in cambio 2OO Marchi; nella convenzione del 1266 si dovettero impegnare a non costruire castelli nè in città nè nelle vicinanze.
Per vendicarsi Federico di Rodank cedette nel 1269 a Mainardo II il castello di Rodengo, compreso il distretto giudiziario e la chiusa di Haslach, riottenendo il tutto come feudo, così che il vescovado subì un’ ulteriore perdita, poiché la giurisdizione di Rodengo giungeva fino a Stufles, Millan e Sarnes.

Mainardo II, che in luogo di proteggere i principi vescovi di Bressanone e di Trento li minacciava di continuo, nel 1273 costrinse il principe vescovo di Bressanone Bruno a investirlo anche della giurisdizione di Sarentino. Il procedere di Mainardo contro i vescovi non mancò di provocare reazioni nella curia romana, per cui il conte del Tirolo passò molti anni del suo governo in stato di scomunica.
Bruno entrò in conflitto anche con i signori della Porta di S. Michele, i De Porta, detti anche di Voitsberg, che possedevano a Bressanone e dintorni diversi castelli e proprietà; fece smantellare il loro maniero di Voitsberg presso Varna e costruire Castel Salerno, la cui torre svetta tuttora.
Ribellatisi alla disposizione del vescovo che l’amministrazione della giustizia nei distretti di Bressanone e Brunico non facesse più capo ai ministeriali in via ereditaria ma a giudici vescovili revocabili, avevano recato gravi danni a beni del vescovado e della Chiesa, per cui il vescovo dovette intervenire, obbligando Reimberto di Voitsberg a cedere tutte le proprietà di Bressanone e dintorni.
Il vescovo Bruno, che aveva dalla sua parte solo Ulrico di Tures, non potè continuare a lungo le ostilità contro i ministeriali, protetti da Mainardo II, per cui il vescovado ebbe a subire non poche perdite in proprietà, diritti di sovranità ed introiti. Per difficoltà finanziarie il vescovo dovette persino ricorrere a finanziamenti impegnando molti beni.

Se il principe vescovo Bruno non ebbe molta fortuna nelle cose temporali, meglio gli andò nelle questioni ecclesiali, nel suo impegno di rinnovamento della diocesi, avendo particolare cura per il ristabilimento della disciplina ecclesiastica. Ai fini della riforma della diocesi non mancò agli importanti appuntamenti della Chiesa. Dopo aver preso parte a Vienna, nel 1267, al Concilio provinciale di Salisburgo presieduto da un cardinale legato papale, nel 1274 partecipò al Concilio di Lione presieduto da papa Gregorio X (1272-1276) e nell’autunno dello stesso anno al Sinodo provinciale di Saliburgo, dove vennero proclamate le decisioni del Concilio di Lione; altro Sinodo provinciale, nel dicembre 1281. Non mancò nemmeno al Sinodo nazionale dei vescovi tedeschi, tenutosi a Wrzburg nel 1287, convocato da un legato papale d’intesa con il re Rodolfo d’Absburgo.
Molte delle importanti decisioni dei concili e sinodi cui Bruno aveva partecipato, formarono oggetto di dibattiti e deliberazioni dei Sinodi diocesani di Bressanone, il tutto per porre rimedio alle carenze in fatto di morale nel popolo e in particolare nel clero, che spesso non osservava il celibato.
Poiché aveva il potere di concederle, nel limite di 40 giorni, il vescovo Bruno concesse indulgenze a diverse chiese e altari; particolarmente oggetto di indulgenza fu il Duomo di Bressanone anche da parte dei vescovi italiani e francesi partecipanti al Concilio di Lione: nel 1274 si doveva ancora completare il restauro della cattedrale per i danni subiti a causa del devastante incendio del 1234.
Bruno ebbe speciale predilezione per le istituzioni ecclesiali, specie per il capitolo del Duomo, e per i conventi, a quel tempo non numerosi.
Nel 1265 cedette al capitolo del Duomo, al quale già appartenevano Varna, Schalders, Tiles e Scezze, anche la parrocchia di Bressanone. Nel 1250 fu tra i fondatori del convento delle domenicane a San Candido. Al convento di Novacella cedette invece la parrocchia di Fiè allo Sciliar e, nel 1263, la parrocchia di Vipiteno all’Ordine Teutonico, la cui sede locale era l’ospizio per pellegrini e malati fondato nel 1241 da Hugo di Tures e da sua moglie Adelaide.
E’ stata veramente instancabile l’attività del vescovo Bruno, come principe temporale e pastore spirituale; difese con coraggio e costanza i diritti della sua Chiesa, anche se non potè evitarle gravi perdite, che furono comunque minori rispetto a quelle che dovette subire la diocesi di Trento.
Morì il 24 agosto 1288 e fu sepolto al centro della cattedrale vicino alla tomba del beato Artmanno.



ENRICO V (1290-1295)

Alla morte del vescovo Bruno, a occupare e amministrare la maggior parte del principato vescovile di Bressanone era il conte Mainardo II, con analoga situazione presso il vescovado di Trento, per cui l’allora pastore Enrico II l’aveva scomunicato.
La maggioranza del capitolo del duomo di Bressanone era invece talmente sotto l’ influenza di Mainardo, che questi arrivò a proporre come nuovo vescovo il proprio giovane e indegno nipote, Otto di Ortenburg, appena ammesso nel capitolo, che però non potè votarlo per mancanza dei requisiti, per cui si affidarono alla decisione in merito da parte di papa Nicolo IV (1288-1292), che fu negativa.
Si giunse ad una spaccatura nel capitolo, con doppia elezione, da una parte del decano del duomo Enrico, dall’altra dell’arcipresbitero di Verona, Magister Bonincontrus. Fu nuovamente papa Nicolò IV a decidere in merito, vietando a chicchessia, compreso l’arcivescovo di Salisburgo, di immischiarsi nella questione: i due candidati attesero a Roma, dove fu scelto Enrico, probabilmente anche a causa dei suoi buoni rapporti con i principi d’Absburgo, oltre al fatto che essendo stato decano del duomo conosceva bene la situazione. Fu papa Nicolo IV in persona a consacrarlo vescovo di Bressanone, il 3 dicembre 1290.
Di origine borghese o contadina, nato presso Villach in Carinzia, giunto con gli studi alla dignità di Magister, divenuto canonico di Bressanone, nel 1285 Enrico era stato eletto decano del duomo; esercitò anche le funzioni di vicario generale.
Mainardo II però, sempre ostile a Enrico, non lo riconobbe come tale, per cui il nuovo vescovo non potè nemmeno assumere di fatto la carica. Al che papa Nicolò, su sollecitazione di Enrico, nel novembre 1291 scomunicò Mainardo, misura che fu proclamata nel settembre 1292 in tutta la provincia ecclesiastica di Salisburgo.
Ne nacque un conflitto, che coinvolse la nobiltà contro i duchi Mainardo II di Carinzia-Tirolo e Alberto d’Austria e Stiria. Era conflitto però, in sostanza, di interessi economici. Si addivenne, nel maggio 1293, alla pace di Linz. Purtuttavia Enrico non riuscì ad entrare in possesso del vescovado, nonostante l’appoggio datogli dal re tedesco Adolfo di Nassau (1292-1298), avversario dei due duchi.
Il vescovo Enrico si recò a Roma, come inviato di Adolfo, con altri rappresentanti tedeschi, per sollecitare un’alleanza tra la curia romana e re Adolfo e per la deposizione di Mainardo II.
Enrico però morì alla corte pontificia a metà del 1295.
Non avendo potuto il vescovo fermarsi a lungo a Bressanone, temendo apertamente di essere arrestato da Mainardo II, non risultano documenti in cui siano registrati atti del suo ministero.



LANDOLFO (1295-1301)

La morte del vescovo di Bressanone Enrico V alla corte pontificia diede modo a papa Bonifacio VIII (1294-1303) di interessarsi della diocesi di Bressanone, riservandosi la scelta del nuovo vescovo. Prima di decidere, nel settembre 1295 scomunicò Mainardo II, il “brigante” delle cui malefatte Enrico V si era lamentato prima di morire.
Tra gli inviati del re tedesco Adolfo che si trovavano a Roma col vescovo Enrico, c’era il prevosto e canonico di Worms Landolfo, sul quale si fermò l’attenzione del papa, che il 30 settembre nominò Landolfo sommo pastore di Bressanone.
Originario di Milano, esperto di arte medica, dal 1273 al 1291 Landolfo era stato cappellano e medico di re Rodolfo d’Absburgo. Mainardo II, temendo che l’energico nuovo papa si alleasse con re Adolfo a proprio danno, cercò di riconciliarsi col nuovo vescovo, promettendo di restituire i beni della Chiesa. Landolfo non solo acconsentì ma si offrì come intermediario per la pacificazione tra Mainardo e il vescovo di Trento. La trattativa si interruppe con la morte, il 30 novembre 1295, di Mainardo, che sul letto di morte aveva disposto che i figli Ottone, Ludovico ed Enrico restituissero tutti i beni ingiustamente acquisiti dal padre. Così potè esser sciolto dalla scomunica e ricevere i sacramenti.
Nel gennaio 1296 papa Bonifacio intimò ai figli di Mainardo, pena la scomunica, di restituire i beni e i diritti sottratti dal padre al vescovado di Bressanone. Dopo aver inviato un rappresentante a Roma per concordare un trattato con Landolfo, i tre fratelli si incontrarono con questi nel convento bolzanino di Gries, per la formale consegna dei possedimenti e dei distretti giudiziari, tra essi Bressanone, Sabiona, Brunico, Veldes in Carniola.
Analoga cosa fece il conte Alberto di Gorizia, fratello di Mainardo II, che aveva sequestrato numerosi possedimenti dei vescovi di Bressanone in Val Pusteria, gran parte della quale era sotto il suo dominio. Con un documento dell’11 febbraio 1296 attestò la restituzione al vescovado di Bressanone dei beni e dei diritti di cui era ingiustamente entrato in possesso, in Pusteria e altrove, come i possedimenti in Val Gardena e a Livinallongo.
Alla fine del 1299 Landolfo potè finalmente prender possesso del vescovado e del principato, dopo esser stato consacrato vescovo a Roma.
Come sommo pastore Landolfo si preoccupò di interessi economici, ma rivolse anche particolare attenzione alle istanze spirituali della diocesi. Ciò è confermato dal sinodo diocesano, che oltre a rinnovare le prescrizioni pressoché disattese dei precedenti sinodi, ne aggiunse di nuove, tra esse alcune del IV Concilio Lateranense (1215).
Tra gli obiettivi, il rinnovamento del clero, che doveva recuperare una condotta edificante e pia. Basta, perciò, con le frequentazioni di osterie, case da gioco, trattenimenti danzanti, basta col concubinato. Basta col portare armi da parte di certi chierici. Altre prescrizioni riguardavano alcuni diffusi abusi del tempo come il cumulo dei benefici e la simonia; vietato riscuotere compensi o corrispettivi per sacramenti, benedizioni e consacrazioni, se non previsto dagli usi locali. Nelle funzioni il clero doveva attenersi alle prescrizioni del rito e non poteva introdurre novità o cambiamenti nella liturgia.
Quando Landolfo volle procedere anche nei confronti della condotta scandalosa di alcuni canonici e quando si arrogò il diritto di visita al clero della città ed eventualmente di correzione, entrò in conflitto col capitolo del Duomo. In particolare volle procedere nei confronti del canonico Bertoldo e dell’amministratore dell’ospedale Enrico, il quale, viste le assenze dei vescovi, amministrava la diocesi, sotto l’influenza di mainardo II, rendendosi alquanto indipendente dal vescovo. Il capitolo si oppose in particolare a che gli fosse tolta la giurisdizione sul clero del Duomo, divenuta ormai consuetudine con l’assenso dei vescovi: si rivolse all’arcivescovo di Salisburgo accusando Landolfo di esser dissipatore e di contrarre troppi debiti. L’arcivescovo incaricò il vicario genrale Enrico di Levant di svolgere un’inchiesta. Diversi rappresentanti del capitolo, tra cui avversari di Landolfo come Bertoldo, mossero pesanti accuse contro il vescovo. Ne conseguì che a Landolfo fu tolta, fino a conclusione del processo, l’amministrazione dei beni del vescovado, affidata al prevosto Eberardo.
Gli venne lasciato il potere spirituale.
A conclusione del processo, prova che le accuse erano o esagerate o infondate, Landolfo venne reintegrato nelle funzioni di amministratore, che riprese nel gennaio 1299. Tuttavia, che Landolfo avessa fatto precipitare il vescovado nei debiti, è provato dal prestito di 700 Marchi che i duchi Ottone, Ludovico e Enrico, dichiararono nell’agosto 1300 di aver concesso al vescovo contro pignoramento dei suoi beni.
Altra circostanza denotante la sua non buona situazione finanziaria è che Landolfo, di nomina papale, si era obbligato a pagare una tassa di nomina, la rilevante somma di 4000 fiorini entro un certo termine, oltre ad altri 182 alle autorità curiali. Non avendo potuto ottemperare a tale obbligo, benché avesse ceduto beni del vescovado e avesse assunto ingenti prestiti, incorse secondo l’uso curiale del tempo nella scomunica. Per fronteggiare le difficoltà finanziarie Landolfo tentò di recuperare da 19 ministeriali numerosi beni di cui si erano impadroniti nei precedenti decenni. Ci fu una forte resistenza da parte degli indignati interessati. Il vescovo fu aggredito e ucciso, non si sa se dai ministeriali stessi o da loro sicari.
Poiché Landolfo era morto in stato di scomunica, non potè esser sepolto con rito religioso. Solo 20 anni più tardi il vescovo Giovanni III, dopo aver saldato il debito di Landolfo, ottenne dalla curia pontificia di Avignone il permesso di provvedere alle esequie religiose di questo vescovo.



GIOVANNI II SAX (1302-1306)

Dopo l’assassinio del vescovo Landolfo il capitolo del Duomo di Bressanone concordò subito sulla scelta del successore, che cadde su Corrado Waldner, abate del convento cistercense di Stams. Pare che la scelta sia stata influenzata dai figli di Mainardo II di Tirolo-Gorizia, Ottone, Ludovico ed Enrico. Avendo Waldner accettato, fu chiesto il benestare all’arcivescovo di Salisburgo, Corrado di Praitenfurt (1291-1312), il quale fece alla curia romana un rapporto lusinghiero sul candidato. Papa Bonifacio VIII nel settembre 1301 incaricò lo stesso arcivescovo di accertarsi sulla validità dell’elezione e sull’idoneità del candidato e, in caso positivo, di consacrarlo. In caso di risultato sfavorevole dell’indagine: annullamento delle elezioni, scelta di una altro candidato a vescovo e sua consacrazione. Del tutto andava fattto un rapporto a Roma.
L’arcivescovo, stranamente, decise di estromettere Waldner e di nominare vescovo di Bressanone Giovanni Sax, prevosto del convento di canonici di Berchtesgaden. La decisione forse fu motivata dai non buoni rapporti, sotto Mainardo II, tra gli arcivescovi di Salisburgo e la dinastia di Gorizia-Tirolo in Carinzia, dove spadroneggiavano come duchi i nominati tre fratelli.
Giovanni II Sax di Sachsenau, che discendeva da una stirpe di cavalieri salisburghesi, entrò nel convento di Berchtesgaden di cui nel 1283 fu eletto prevosto. Fu contemporaneamente anche al servizio dell’arcivescovo di Salisburgo Corrado IV. Si presume che abbia assunto il governo della diocesi di Bressanone nella metà del 1302. Nel novembre dello stesso anno infeudò i fratelli Ottone, Ludovico ed Enrico di Gorizia-Tirolo, che avevano restituito al vescovado i possedimenti estorti, tra cui i castelli di Sabiona, Brunico e Veldes.
Il capitolo del Duomo, che aveva amministrato il vescovado mentre negli anni 1301-1302 la sede vescovile era vacante, aveva ceduto i possedimenti vescovili al di qua della chiusa di Aslago nonché la dogana di Chiusa (ipotecati per 700 Marchi ai tre fratelli di Gorizia-Tirolo), ad una società commerciale fiorentina per 536 Marchi, quanto il vescovado doveva ai tre fratelli. Il capitolo si impegnò di sciogliere l’ipoteca e cedette i beni in 2 anni per 100 Marchi in contanti e 100 Marchi di entrate annuali, la dogana in 4 anni.
Poiché Giovanni II Sax era stato nominato dal metropolita di Salisburgo, senza l’intervento papale, non aveva l’obbligo di pagare la consueta tassa di nomina, il Servitium.
Nel giugno 1303 il re tedesco Alberto, un figlio di Rodolfo d’Absburgo, concesse i diritti regali sul principato di Bressanone.
Uno dei nipoti del vescovo, Giovanni Saxo, nel 1303 divenne decano del Duomo di bressanone e come tale morì nel 1318.
Reinprecht e Paolo di Sabiona attestarono nel 1304 di aver ottenuto dal vescovo Giovanni la torre di Bronzolo sotto Sabiona e in cambio rinunciarono al castello di Sabiona.
A risarcimento delle crescenti spese che i cittadini di Brunico dovevano sostenere per la costruzione delle mura di cinta, Giovanni II concesse loro l’esenzione dalle imposte per 10 anni.
Questo sommo pastore ebbe considerevole successo sotto l’aspetto economico: nonostante la breve durata del suo governo sarebbe riuscito ad estinguere gran parte del debito del vescovado. Zuckarus, commerciante di Firenze, attestò nell’aprile 1306 che il vescovo Giovanni e il capitolo del Duomo di Bressanone avevano estinto tutti i debiti contratti verso la società commerciale di Firenze, soprattutto con l’ipoteca della dogana di Chiusa/Sabiona.
Non vi furono altri avvenimenti di rilievo durante il governo di Giovanni Sax, che manifestò particolare benevolenza verso il convento di Novacella, nella cui chiesa, morto il 23 aprile 1306, fu sepolto.
Va ricordato che, senza saperlo, Giovanni II Sax aveva un antivescovo, nominato dalla curia romana, nella persona di un certo Arnaldo, che però a Bressanone non si è mai visto.



GIOVANNI III di SCHLACKENWERT (1306-1322)

Nato a Schlackenwert, nella diocesi di Praga, il nuovo vescovo di Bressanone era stato cappellano e segretario del re boemo Wenzel II, la cui figlia Arma era moglie di Enrico di Tirolo, circostanza cui si deve forse la scelta come principe vescovo, da parte del capitolo del Duomo, del prelato pressoché sconosciuto in Tirolo.
La conferma papale giunse non appena ebbe pagato a Roma il saldo della tassa di nomina del vescovo Landolfo; la consacrazione ebbe luogo nel novembre 1308. In buoni rapporti col principe Enrico, Giovanni III riuscì con l’assunzione di prestiti ed estingere il debito di Landolfo entro fine dicembre 1310.
Nell’aprile 1316 convocò un’assemblea di tutti i ceti del suo principato, alla quale parteciparono numerosi rappresentanti, religiosi e laici, tra essi 8 canonici, 7 presbiteri, 5 cavalieri, 21 ministeriali, 13 cittadini di Bressanone, 4 di Brunico, 8 contadini e 6 proprietari dei masi Meier. Loro compito era comprovare i diritti e i possedimenti del principe vescovo, ciò per sciogliere alcuni dubbi esistenti in merito. Fu tra l’altro stabilito che i ministeriali vescovili, i cittadini ed i Meier, che pagavano imposte e servizi di sorveglianza, godessero esenzione da dogana per le esigenze personali e sui propri proventi. Inoltre, che spettasse al vescovo l’alta giurisdizione a Brunico.
Il vescovo Giovanni non fu solo un buon amministratore, ma si preoccupò anche delle condizioni spirituali del vescovado. Ci sono giunte in un manoscritto del XV secolo le decisioni del sinodo diocesano del 1318; oltre a rinnovare le prescrizioni dei precedenti sinodi, contiene nuove indicazioni, riguardanti in special modo la liturgia. Viene vietato ancor più severamente il concubinato, vengono rinnovate le direttive sulla tonsura e sull’abito del clero. Si proibisce di alienare senza espressa autorizzazione del vescovo decime o beni ecclesiastici.
In caso di arresto di un presbitero o di una persona di chiesa vanno sospese in tutto il decanato le funzioni religiose fino alla sua liberazione.
Gli ebrei debbono indossare degli abiti tali da farli distinguere dai cristiani; ad essi non si possono conferire incarichi di giudice o di impiegato; ai cristiani stessi non è permesso prender servizio presso ebrei.
Nell’ambito liturgico le prescrizioni, anche nuove, riguardano i paramenti, la disposizione degli altari, gli arredi, la conservazione dell’Eucarestia. Le ostie consacrate, che sono conservate per i malati in un barattolo, debbono essere consumate entro una settimana e rinnovate.
Il prescritto sacramento annuale della penitenza si può celebrare solo presso il proprio curatore d’anime, solo col consenso di questi presso un sacerdote estraneo. Le confessioni debbono svolgersi in un luogo aperto, dove il sacerdote può esser visto dagli abitanti (non c’erano confessionali nel nenso odierno).
Il battesimo seguiva ancora la triplice immersione. La giusta formula del rito doveva esser letta ai fedeli in chiesa ogni domenica, onde essi la sapessero in caso di bisogno.
Per quanto concerne i decani, essi vengono sollecitati ad uno zelante controllo sui distretti loro assegnati: visita annuale o più frequente, avendo attenzione particolare per il pubblico concubinbato e lo spreco di beni ecclesiastici; gli Statuti del Sinodo vanno letti negli incontri di decanato, ingiungendo in nome del vescovo la più fedele osseravnza: i decani debbono punire quei sacerdoti che disertano ostinatamente tali incontri.
Negli anni 1316/1317 il vescovo fece visita a papa Giovanni XXII (1316-1334) ad Avignone, in Francia; vi si recò anche nel 1319 per impetrare dal papa protezione legale contro molti illegittimi possessori di beni della mensa vescovile, di cui si erano appropriati con la violenza. Giovanni XXII incaricò il metropolita di Salisburgo, il vescovo di Chiemsee e l’abate di Waldsassen di agire contro tale stato di cose, ma non si sa a cosa ciò abbia approdato.
Che il vescovo Giovanni III godesse della benevolenza di papa Giovanni XXII lo prova il fatto che il 16 luglio 1322 lo elevò alla sede vescovile di Bamberga, il cui vescovo Wulfing era morto nel 1319. Poiché il vescovado di Bamberga era sommerso dai debiti, Giovanni III, col permesso del papa, portò con sé, proventi vescovili, libri, vasi d’argento e altri oggetti per il valore di mille fiorini, prelevando il tutto dal fondo della mensa vescovile brissinese. Ma a Bamberga rimase poco, perché alla fine del 1323 dallo stesso papa fu trasferito a Freising. Preso possesso di questa diocesi nel marzo 1324, vi morì un mese dopo.



ULRICO DI SCHLÜSSELBERG (1322)

Poiché un decreto papale del 1316 stabiliva che in caso di trasferimento di vescovi ad altra sede la nomina del successore spettasse al papa, Giovanni XXII (1316-1334) nominò, il 16 giugno 1322, Ulrico di Schlüsselberg come successore di Giovanni III di Schlackenwrt, trasferito alla sede di Bamberga. Ulrico, che godeva grande considerazione da parte del sovrano tedesco Lodovico il Bavaro, morì però l’11 agosto dello stesso anno ad Avignone, per cui rimase del tutto sconosciuto per Bressanone e di lui non vi è alcuna menzione nemmeno nel catalogo vescovile.



CORRADO DI KLINGENBERG (1322-1324)

Rimasta nuovamente vacante la sede vescovile di Bressanone con la morte ad Avignone del vescovo nominato Ulrico, toccò nuovamente al papa, sempre nel 1322, la scelta del successore, che cadde il 1ø ottobre, su Corrado di Klingenberg, del casato di ministeriali svevi, i Klingenberg. Divenuto prevosto di Costanza, il cui vescovo era suo zio, quando fu nominato vescovo di Bressanone Corrado era ancora diacono. Non è chiaro quando sia stato ordinato sacerdote e consacrato vescovo. Nel frattempo le funzioni vescovili vennero esercitate dal vescovo ausiliare Giovanni, che era anche vicario di Costanza e Coira, al quale si attribuisce la consacrazione o riconsacrazione di chiese e cimiteri che in precedenza avevano subito profanazioni, per esempio la chiesa parrocchiale di Gais con quattro altari e il camposanto, così la chiesa parrocchiale di Dobbiaco col cimitero.
Il nuovo vescovo fu obbligato al pagamento della tassa di nomina di 3312 fiorini; pagata la prima rata fu però esentato dal pagamento delle restanti in quanto al tempo della scadenza della seconda non si trovava più nella condizione di vescovo “nominato”, poiché il 25 luglio 1324 era stato elevato alla sede vescovile di Freising.
Il vescovo Corrado aveva però fatto in tempo a disporre dei beni del vescovado, molti dei quali venduti o sperperati, recando grave danno alla diocesi, tanto da meritarsi aspri rimproveri da parte dello stesso papa, nonché inviti a risarcire, spinto in ciò dalle lamentele del vescovo Alberto di Egna succeduto a Corrado.



ALBERTO DI EGNA (1324-1336)

Poiché il vescovo Corrado di Klingenberg era stato trasferito, nel luglio 1324, da Bressanone a Fresing, spettava al papa la scelta del successore, che cadde su Alberto di Egna, che in quel tempo si trovava alla corte papale di Avignone. Essendo stato nominato dal papa, incombeva su Alberto il pagamento della tassa di nomina di 3340 fiorini; non solo, ma era obbligato a versare, entro due anni, anche le restanti due rate della tassa dovuta dal predecessore Corrado, che non era tenuto a saldare il proprio debito in quanto trasferito a Freising. Per evitare censure e sanzioni (papa Giovanni XXII non scherzava: solo nel 1328 per mancato adempimento comminò sanzioni come sospensioni, scomuniche e interdetti, ad un patriarca, cinque arcivescovi, trenta vescovi e quarantesei abati) Alberto si diede da fare ma ci vollero non due ma quattro anni per estinguere l’enorme debito.
Alberto, appartenente alla nobile casata baronale di Enn (Egna o Neumarkt all’Adige), era tra i sostenitori del partito papale nel conflitto che oppose papa Giovanni XXII all’imperatore Lodovico il Bavaro (1314-1347) e forse, vista l’importanza strategica e politica del vescovado di Bressanone, attraversato dalla strade del Brennero, ciò ha contribuito a far scegliere Alberto come vescovo.
Alberto, che al momento dell’elevazione a vescovo era soltanto suddiacono, fu consacrato vescovo ad Avignone alla fine del 1324. Assunto il governo della diocesi negli anni successivi, fu in buoni rapporti col principe territoriale; che la situazione finanziaria si evolvesse favorevolmente, è prova il fatto di esser riuscito a procurarsi i mezzi per restaurare o ricostruire i castelli di Sabiona, Salerno, Brunico, Castel Lamberto. Si preoccupò anche per la sicurezza dei quartieri di Bressanone come Gries, Sufles e Roncato attraverso opere di fortificazione. Acquisì inoltre nuovi possedimenti e diritti da Corrado di Sch”neck come, nel gennaio 1336, il distretto giudiziario di Vandoies di Sotto.
Per quanto concerne la giurisdizione spirituale sul clero brissinese, il vescovo entrò in asporto conflitto col Capitolo del Duomo. Alberto riteneva che fosse di propria competenza mentre i canonici affermavano che essa da lungo tempo era stata esercitata dal decano del Duomo. Il vescovo ricorse alle maniere forti contro l’amministratore dell’ ospedale di Santa Croce, Corrado, scomunicando addirittura il canonico. Ostinandosi il Capitolo del Duomo nella propria posizione, Alberto fece occupare l’ospedale, in particolare la cucina, dove erano stati preparati i cibi per il pasto in comune dei canonici, danneggiandola gravemente. I canonici chiesero aiuto e protezione al principe Enrico, loro protettore.
Entrambe le parti si rivolsero al papa, ad Avignone. Non si conosce la decisione in merito, si sa però che un incaricato del papa sciolse il canonico Corrado dalla scomunica. Da ciò risulta che in questo conflitto il vescovo rimase perdente, visto che il decano continuò ad esercitare la sua giurisidizione sul clero del Duomo. Il vescovo Alberto si riconciliò presto col Capitolo, tanto che negli anni successivi gli fece una donazione, e di esso si ricordò nel proprio testamento.
Alberto di Egna, al quale si attribuisce la riforma, con nuovi Statuti, dell’ospedale di Chiusa, diretto da un canonico del Duomo, morì il 1ø novembre 1336.



MATTEO KONZMANN (1336-1363)

L’elezione di Matteo Konzmann, o “An der Gassen”, canonico di Bressanone, parroco di Imst e cappellano del conte del Tirolo Giovanni di Lussemburgo, è dovuta anche all’influenza di Carlo di Lussemburgo, margravio di Moravia. Quale figlio del re di Boemia Giovanni di Lussemburgo aveva sposato nel 1330, all’età di nove anni, la dodicenne Margherita Maultasch, figlia ed erede del principe territoriale Enrico di Gorizia-Tirolo; ciò era avvenuto per motivi politici, per procurare ai lussemburghesi, con la morte di Enrico, che avvenne nel 1335, il dominio sul Tirolo. A ciò si opposero però i Wittelsbacher, duchi di Baviera, e gli Asburgo, ma lottarono invano.
Giovanni di Lussemburgo, sposo di Margherita Maultasch, per la propria condotta verso la giovane sposa e verso la nobiltà locale a lei devota si fece talmente malvolere che nel 1341 fu scacciato dal Tirolo. Dopo ciò Lodovico il Bavaro, duca di Baviera, convinse Margherita a sposare il proprio omonimo figlio Lodovico, margravio di Brandenburgo, ciò sempre per guadagnarsi il Tirolo. Queste nozze però attirarono le sanzioni del papa Clemente VI (1342-1352), che scomunicò i novelli sposi nonché l’imperatore Lodovico; il Tirolo, cui apparteneva gran parte del vescovado di Bressanone, fu colpito invece dall’interdetto, misura che fu in vigore sino al 1359.
Oltre a ciò, il Tirolo fu afflitto da diverse calamità, da alluvioni, dal flagello delle cavallette, da scarsità di raccolto, da carestia e, come se non bastasse, dalla peste, che in quel tempo imperversava in gran oparte d’Europa. L’epidemia falciò in Tirolo nel 1348 circa un terzo della popolazione, in qualche zona persino due terzi, cone riferiscono testimoni oculari.
Le nozze di Ludovico con Margherita furono benedette da diversi figli, ma di essi sopravvisse solo Mainardo III, pure lui di salute cagionevole. Infatti, succeduto diciottenne al padre nel 1361, non fu in grado di reggere il governo, cosa di cui approfittarono i potenti partiti dei nobili.
Morto anche Mainardo III nel 1363, Margherita si trovò in avanzata età a farsi carico del governo ma fu ancor più sfruttata dai nobili. Ritenendo la cosa superiore alle proprie forze, decise di cedere la signoria al duca Rodolfo IV d’Austria (1339-1365) col quale era imparentata e verso il quale volle mostrarsi riconoscente, poiché Rodolfo e suo padre Alberto II avevano fatto da mediatori per la riconciliazione con il papa. Rodolfo, che era accorso subito, dopo la morte di Mainardo III, si lasciò omaggiare come principe territoriale da molti nobili e dalle città. Pose poi a fianco di Margherita, che temporaneamente doveva ancora governare, un consigliere nella persona di Giovanni di Lichtwerth, prevosto del duomo di Bressanone.
Anche il vescovo di Bressanone, Matteo, sganciandosi dal partito dei Wittelsbach, si pose dalla parte degli Asburgo e infeudò delle contee vescovili il duca Rodolfo, il quale dichiarò, con tanto di documento, che avrebbe difeso e protetto il vescovo e il vescovado. Matteo si vide in qualche modo costretto a farlo, in quanto per far valere i propri diritti avrebbe avuto bisogno di una consistente forza militare, per la quale non disponeva degli indispensabili mezzi finanziari. Ciò si rivelò subito, quando i fratelli di Ludovico, cioè i duchi di Baviera, avanzarono pretese sul Tirolo, a motivo della parentela, e tra il 1363 e il 1374 fecero alcune incursioni nella valle dell’Inn. Gli Asburgo riuscirono però con l’ausilio di truppe tirolesi a ricacciarli, avendo gran parte della popolazione del Tirolo dalla loro parte.
Il vescovo Matteo riuscì ad acquisire diversi masi nel distretto giudiziario di Ponte Gardena, ottenendoli da Ludovico di Brandenburgo per 1000 marchi.
Nel 1350 ci fu il conflitto con Jacomo de Avoscano, proprietario del castello di Andraz e del distretto giudiziario di Livinallongo (Buchenstein). Costui si era macchiato di nefandezze nei confronti dei gardenesi, in particolare contro i sudditi del convento di Sonnenburg a Marebbe e Badia. Quando attaccò anche Belluno per conquistarne il territorio, allora governato da Carlo IV, questi gli inviò contro un esercito, ma essendo questo insufficiente, riuscì ad avere come alleati il vescovo di Bressanone e il convento di Sonnenburg, intenzionati anche questi a sconfiggere e scacciare il tiranno. Il vescovo e la badessa misero ciascuno a disposizione cento fanti e quaranta braccianti, tutti comandati dal prevosto del duomo di Bressanone, Enrico di Beringen.
Il castello di Andraz fu assediato e conquistato in sei settimane. Il castello e la signoria su Livinallongo furono assegnati al ricco patrizio Corrado Stuck di Brunico. Poiché costui aveva concesso un prestito di 800 marchi al vescovo Matteo, questi gli dette in feudo il distretto giudiziario di Ponte Gardena.
Nel 1356 il vescovo entrò in ostilità col suo vassallo Enrico di Gernstein presso Latzfons, che era insorto contro di lui. Sconfitto, Enrico dovette cedere al vescovo il castello nonché il distretto giudiziario.
Del vescovo Matteo va ricordato che consacrò la piccola cappella di santa Caterina, con tre altari, che era stata fatta costruire in via Roncato dal prevosto Federico di Villandro.
Il vescovo, che soggiornò sovente al castello di Salerno, fu affiancato periodicamente da un vescovo ausiliare.
Morì il 27 ottobre 1363, lasciando un debito di 4000 fiorini; è possibile che fose moroso nel pagamento di imposte papali (la decima per le crociate), fatto per il quale la curia di Avignone l’aveva minacciato di censure.



LAMBERTO DI BORN (1363-1364)

Poiché papa Urbano V (1362-1370) nel 1363 aveva avocato a sé la decisione su chi dovesse occupare tutte le sedi vescovili, anche quella sul successore del vescovo di Bressanone Matteo Konzmann, deceduto il 27 ottobre 1363, era nelle mani della curia pontificia, alla quale, per la prima volta, dovevano affluire, dalla morte di un vescovo sino alla nomina del successore tutti gli introiti derivanti da beni, proventi e diritti della mensa vescovile. La scelta cadde, anche per interessamento dell’imperatore Carlo IV (1347-1378), su Lamberto di Born, abate di Gengenbach, il quale aveva prestato per anni al sovrano preziosi servigi. Lamberto nel contempo svolgeva per le finanze pontificie le funzioni di collettore delle decime in diverse diocesi germaniche. Era perciò una personalità nota presso la curia pontificia e presso l’imperatore, che promosse la nomina di Lamberto a vescovo di Bressanone.
Quando fu nominato a tale carica Lamberto si trovava ad Avignone; a fine Gennaio 1364 riuscì ancora a trasferire alla tesoreria apostolica una considerevole somma di denaro, che aveva raccolto nella provincia ecclesiastica di Salisburgo in veste di collettore. In questa circostanza viene ancora indicato come vescovo (“scelto”) di Bressanone. Subito dopo fu rimosso da tale dignità ed elevato a quella di Vescovo di Speyer. Lamberto, appartenente ad un casato di cavalieri di Born in Alsazia, che era stato monaco benedettino a Neuweiler prima di esser abate di Gengenbach, nel 1371 divenne vescovo di Strasburgo e due anni dopo di Bamberga.



GIOVANNI IV di LENZBURG (1364-1374)

L’elevazione di Giovanni di Lenzburg al seggio vescovile di Bressanone é riconosciuta come un successo della politica austriaca in Tirolo, precisamente a quella di Rodolfo IV d’Asburgo, che riteneva di grande importanza, al fine di rendere sempre più sicuro il suo dominio sul Tirolo, che tale posto fosse occupato da un prelato affidabile. Pensò appunto al cancelliere Giovanni, vescovo di Gurk, che, da tempo al suo servizio, si era mostrato capace.
Giovanni, nato da una famiglia di ministeriali di Aargau, figlio di Ribis divenuto sindaco di Lenzburg, giunse presto alla corte dei duchi d’Asburgo, divenendo consigliere e cancelliere del duca Alberto III d’Austria e di Rodolfo IV, con l’interessamento del quale divenne nel 1359 vescovo di Gurk. E’ a Giovanni che la curia pontificia si rivolse per guadagnare il giovane Asburgo alla propria causa, per cui non era sconosciuto neanche ad Avignone.
Rodolfo IV si trovava a Bressanone, quando il capitolo del Duomo si riunì per eleggere il nuovo vescovo, per cui la scelta cadde su Giovanni di Gurk; fu inviata richiesta in tale senso ad Avignone, dove il papa accondiscese al desiderio del principe, per acquisirne il favore.
Il vescovo Lamberto di Born fu trasferito a Speyr e Giovanni poté entrare a Bressanone nel febbraio 1364. Quando nell’estate dello stesso anno scoppiò una nuova guerra tra Rodolfo IV e la Baviera, il vescovo Giovanni assunse l’amministrazione del vescovado, senza l’autorizzazione papale, per cui incorse nelle censure ecclesiastiche. Secondo l’uso del tempo, poté ottenerla solo quando si impegnò per iscritto a pagare la tassa di nomina (“servitium”), ciò che fece nel luglio 1365, ottenendo la revoca delle sanzioni e la dichiarazione della validità degli atti fino allora intrapresi. Giovanni dovette però accollarsi anche il debito del suo predecessore, circa 800 fiorini.
Svolse per tutta la vita anche le funzioni di cancelliere dei duchi d’Asburgo, e ancor più dopo la morte a 26 anni, nel 1365, di Rodolfo IV, i cui fratelli Alberto e Leopoldo erano minorenni; ad essi nel 1366 il vescovo trasferì i feudi brissinesi.
Per tale attività era spesso assente da Bressanone, per cui ebbe poco tempo per curarsi delle condizioni spirituali della diocesi. Le funzioni vescovili furono esercitate da vescovi ausiliari; la direzione spirituale fu in mano del vicario generale Jakob Mönch, che la tenne dal 1340 al 1367; gli successe Nicolò, prevosto di Novacella e amministratore dell’ospedale di Santa Croce, che fu in carica dal 1368 al 1384.
Il vescovo Giovanni si trovò continuamente in difficoltà finanziarie, dovendo affrontare grandi spese come cancelliere degli Asburgo, i quali, trovandosi nelle stesse difficoltà, non poterono aiutarlo, nemmeno quando nell’inverno 1364 ebbe forti spese militari. Durante l’assenza di Rodolfo IV un esercito bavarese all’improvviso attaccò il Tirolo e infierì terribilmente sulla valle dell’Inn. Il vescovo radunò una truppa dal principato, attraversò il Brennero e riuscì ad arrestare l’avanzata dei bavaresi presso Matrei. Per coprire queste ed altre spese fu costretto ad esigere dal suo clero la corresponsione di doni, ma il ricavato fu esiguo. Non fu perciò in grado di adempiere ai suoi impegni con la curia pontificia: non poté versare nulla fino al 1369, chiese invece a più riprese nuove proroghe, ma anche l’assoluzione dalle censure, essendo scaduti i termini di pagamento. Riuscì a pagare gran parte del debito negli anni 1370/1374, dopo che i duchi d’Asburgo, per aiutarlo, gli cedettero il distretto di Steinach, a risarcimento di 2000 marchi che gli dovevano. Fu il suo successore ad accollarsi una parte del debito verso la curia pontificia (circa 1200 fiorini).
Da aggiungere che papa Urbano V pretese nel 1368 la decima su tutti i proventi ecclesiastici per tre anni. Per la riscossione il vescovo incaricò il vicario generale Jakob Mönch, affiancato dal prevosto Corrado di Novacella, che era anche arcidiacono in Pusteria.
Nel 1369 il vescovo incorporò nel capitolo del Duomo, a beneficio della fabbrica del Duomo, la parrocchia di Tures in Pusteria e nel 1371 quella di Imst nella valle dell’Inn superiore. A proposito del capitolo del Duomo, in un documento emesso dallo stesso il 6 aprile 1370, un rapporto al vescovo sull’elezione del prevosto del Duomo, che avrebbe dovuto essere sottoscritto da tutti i 13 canonici presenti, appare che tutti firmarono con un segno di croce. Il fatto é che dal XII secolo il livello delle scuole del Duomo, tedesche, era calato di molto, facendo arrivare il capitolo a un livello culturale incredibilmente basso; a far abbassare di molto gli obiettivi didattici delle scuole del Duomo può aver contribuito anche il fatto che chi aspirava ad una formazione teologica l’acquistava presso le neocostituite università.
Il vescovo Giovanni si acquistò meriti nella fondazione dell’Università di Vienna, nel 1365, ad opera di Rodolfo IV, curando importanti trattative con la curia pontificia. A pagamento dei debiti contratti il vescovo regalò le case e i giardini, acquistati prima di divenire vescovo, che possedeva a Vienna, dove aveva soggiornato di frequente.
Giovanni di Lenzburg, che fu più uomo di Stato che vescovo, morì il 6 agosto 1374 e fu sepolto a Bressanone. La lapide sepolcrale che si trova sulla facciata del Duomo indica in fondo a sinistra lo stemma vescovile con l’agnello e a destra lo stemma di famiglia del vescovo.



FEDERICO di ERDINGEN (1376-1396)

Dopo la morte del vescovo Giovanni IV di Lenzburg, la sede vescovile di Bressanone rimase vacante per due anni, durante i quali fu il Capitolo del duomo a governare la diocesi. Ciò é dovuto alla contesa tra i due duchi asburgici Alberto III e Leopoldo III, ognuno dei quali proponeva per la sede vescovile un candidato diverso: Leopoldo III (1365-1386) desiderava che il vescovado andasse al proprio cancelliere Federico di Erdingen, vescovo di Coira, suo fratello Alberto III (1365-1395) parteggiava invece per il proprio protonotaro Giovanni di Ebingen.
Non accordandosi i due, ciascuno dei quali aveva mandato a Roma i propri rappresentanti a perorare la causa del proprio candidato, anche papa Gregorio XI (1370-1378) indugiò non poco a decidere in merito.
La spuntò Leopoldo III, forse perché il vescovado si trovava proprio nel territorio sotto il suo dominio; il suo candidato, Federico di Erdingen, trasferito da Coira, potè entrare in Bressanone nell’aprile 1376, mentre il candidato di Alberto fu destinato a Coira.
Prima di assumere la carica dovette però prestare giuramento di fedeltà nelle mani di un emissario del papa e impegnarsi a pagare 3337 fiorini a titolo di “Servitium” (tassa di nomina), nonché il debito rimasto del suo predecessore, circa 1200 fiorini.
Si sa poco sull’origine del nuovo vescovo, il quale era entrato al servizio dei duchi austriaci, divenendo cancelliere di Leopoldo III, per il cui interessamento divenne anche vescovo di Coira. Federico mantenne, anche come vescovo di Bressanone, la carica di cancelliere fino alla morte di Leopoldo III, avvenuta nel 1386; fino a tale anno fu poco il tempo che Federico trascorse nella residenza vescovile, mentre la diocesi era retta dal suo rappresentante. A causa dei suoi compiti politici fu spesso in difficoltà finanziarie, per cui dovette assumere prestiti dai suoi sottoposti.
I due fratelli tentarono di coinvolgere il vescovo anche nel “Grande scisma d’occidente”: Leopoldo III lo istigò a parteggiare per l’antipapa Clemente VII (1378-1394); morto Leopoldo nel 1378, fu Alberto III, assunto il governo, essendo i figli di Leopoldo minorenni, a indurre il vescovo Federico a passare dalla parte del papa romano Urbano VI (1378-1389), dal quale Federico fu pi— tardi ammonito circa il sollecito pagamento, per non incorrere in censure, del restante debito relativo alla tassa di nomina.
Verso la città di Bressanone il vescovo Federico si rese benemerito, per il fatto che nel 1380 fece trascrivere le antiche consuetudini brissinesi e prescrivere come “diritto municipale” o ordinamento della città; si trattava principalmente della regolazione dei rapporti economici e giuridici della città e dei suoi abitanti. Durante il suo governo furono create, per promuovere la cura d’anime, numerose opere pie ed istituzioni ecclesiastiche, come risulta da molti documenti da lui sottoscritti.
Anche il vescovo Federico, come il suo predecessore Corrado di Rodank (1200-1216), mostrò marcato interesse per l’arte: lo dimostrano gli affreschi nel chiostro di Bressanone, che si trovano nella XII arcata e rappresentano i patroni delle diocesi di Bressanone e di Coira.
I grandi spazi per l’affrescatura (che durò dal 1390 circa fino agli inizi del 1500) erano stati creati nella seconda metà del Trecento, quando i soffitti lignei furono sostituiti con le volte.
Al vescovo Federico si deve anche l’ampliamento della chiesa della Madonna, nonché il restauro dell’antica corte vescovile, probabilmente opera di Mastro Utz, il cui sepolcro si trova nell’area del chiostro tra la XIII e la XIV arcata, dove si trova tuttora l’iscrizione “sepoltura magistri Uczonis”, visibile su un’insegna con barra, cazzuola e martello.
Agli inizi del 1396, forse su incitamento del duca Leopoldo IV (1386-1411), il vescovo abdicò; morì il 15 giugno dello stesso anno.
Fu sepolto nel duomo di Bressanone, sulla cui facciata si trova la pietra sepolcrale anche del vescovo Federico di Erdingen, che l’antico catalogo vescovile descrive come adorno di molti meriti e virtù.



ULRICO I REICHOLF di Vienna (1396-1417)

Originario di Vienna, entrò a servizio del duca Alberto III, “la Freccia”, riuscendo ad ottenere alcuni benefici ecclesiastici, tra essi un canonicato a Bressanone. Morto Alberto nel 1395, Ulrico conquistò piena fiducia di Leopoldo IV, di cui divenne cancelliere.
Pare che sia stato su influenza di Leopoldo IV che il vescovo di Bressanone Federico di Erdingen abbia deciso di rassegnare le dimissioni a favore di Ulrico, inoltrando apposita domanda a Roma, poiché la successione era condizionata all’approvazione del papa. Il duca Leopoldo IV inviò a Roma un suo emissario, il cavaliere di Ems, per sollecitare la nomina; la relativa bolla fu emanata nel marzo 1396, previa dichiarazione scritta circa il pagamento della tassa di nomina, oltre che di quanto ancora dovuto dal predecessore.
La consacrazione e l’effettiva presa di possesso della diocesi ebbero luogo nell’agosto dello stesso anno. Anche da vescovo Ulrico rimase cancelliere del duca Leopoldo, al cui fianco fu, nella lotta scoppiata nel 1400 per il trono tedesco tra re Wenzel e Rupert di Pfalz, nel parteggiare per Rupert, il quale nel corso della sua infruttuosa spedizione a Roma nel 1401 concesse ad Ulrico i diritti regali.
Mentre si trovava nei territori dominati dal duca Federico IV “Tascavuota”, fratello di Leopoldo IV, nella primavera del 1405 Ulrico fu incarcerato, non si sa per quale motivo, ad Ensisheim in Alsazia; i due fratelli poterono così confiscare i castelli e gli introiti del vescovado di Bressanone. La prigionia fu presto mitigata, tanto che il vescovo poté muoversi liberamente nell’ambito della città. Poté riottenere la libertà nell’autunno dello stesso anno, previo giuramento di servire fedelmente sotto ogni aspetto la casa d’Asburgo. Gli vennero messi nuovamente a disposizione i beni vescovili con i relativi proventi.
Nel 1407 il vescovo Ulrico confermò il diritto municipale di Bressanone.
Nel settembre 1414 ebbe inizio il Concilio generale di Costanza, teso a rimuovere nella Chiesa l’ormai annoso scisma (a quel tempo erano tre i principi della Chiesa a contendersi la dignità papale). Vi si recò anche papa Giovanni XXIII Cossa (antipapa) giungendo con grande seguito dall’Italia lungo l’Adige. A Merano strinse alleanza col duca Federico, che dal 1406 padroneggiava sul Tirolo. Il papa gli promise grosse somme, in cambio di sostegno al Concilio. Quando però venne a sapere che sarebbe stato destituito, il papa decise di fuggire, cosa che riuscì appunto con l’aiuto di Federico. Con ciò il Concilio avrebbe dovuto sciogliersi e per questo Federico fu bandito, imprigionato da re Sigismondo e anche scomunicato. Fu questa l’occasione per i suoi numerosi nemici, tra essi molti nobili del Tirolo, di assalire i suoi territori e possedimenti e di impadronirsene.
Anche il vescovo Ulrico, messo di malumore dalle varie violazioni dei propri diritti da parte di Federico, si mise contro questi e dalla parte dei nobili. Ulrico e Peter Spaur organizzarono a Bressanone nel Maggio 1416 un’assemblea tirolese, che insediò addirittura un proprio governo provinciale.
Nel frattempo apparve in Tirolo il fratello di Federico, Ernesto “il Ferreo”, duca di Stiria, che cercò di accaparrarsi il dominio sul territorio. All’inizio ebbe successo, ma quando Federico riuscì a sfuggire dalla prigionia a Costanza e si fece vedere in Tirolo, la maggior parte dei contadini e dei cittadini si mise dalla sua parte; gli riuscì poi anche di riconciliarsi col fratello e di riconquistare la signoria sul territorio. Ma dovette prima affrontare in pesanti battaglie i partiti dei nobili suoi nemici. Il vescovo Ulrico, che fece da intermediario tra questi e Federico, morì proprio in mezzo a questi disordini, il 18 Maggio 1417. Anche lui, come il suo predecessore, ha agito principalmente nell’ambito politico.
Anche la sua pietra sepolcrale, come quella del predecessore, si trova sulla facciata del Duomo di Bressanone. Secondo alcuni é il più antico tra gli epitaffi di vescovi brissinensi; mostra lo stemma con l’agnello del vescovado come anche lo stemma con l’aquila del principato, con ciò indicando il defunto come “episcopus et princeps”.



SEBASTIANO I STEMPFL (1417-1418)

Deceduto il principe vescovo Ulrico, il Capitolo del duomo, più libero nelle sue decisioni in quanto il sovrano era coinvolto nelle ostilità con le casate nobiliari, scelse a successore Sebastiano Stempfl, un vescovo più religioso dei precedenti, che erano stati più politici che vescovi.
La sua famiglia, di origini probabilmente contadine, proveniva da Tesido in Pusteria. Suo padre era giudice a Gudon. Sebastiano, che aveva studiato presso le Università di Vienna e di Bologna, resse la diocesi per poco tempo; consacrato vescovo a Salisburgo nel luglio 1417, morì il 12 aprile 1418, relativamente in giovane età, essendo stato studente a Bologna nel 1399.
L’unica sua attività pastorale nota é la consacrazione della chiesa parrocchiale di Anterselva di Mezzo nel settembre 1417.
Il curatore dell’ultima parte del catalogo vescovile, che era suo contemporaneo, si prodigò in molte lodi sulle virtù di Sebastiano, che, sepolto in mezzo al duomo, si meritò sull’iscrizione sepolcrale l’attributo di “devotissimus”, cioè molto pio.



BERTOLDO II di Bückelsburg (1418-1427)

Bertoldo di Bückelsburg era uno dei numerosi sacerdoti e prelati provenienti dalla Svevia che esercitavano il proprio ministero in Tirolo. Entrato al servizio del principe Federico IV del Tirolo, detto “Tascavuota” (1406-1439), per suo interessamento ottenne un canonicato a Trento. Come canonico nel 1412 prese l’abito degli Agostiniani nel convento di Novacella e con l’aiuto del principe divenne anche prevosto. Nominato anche consigliere del duca, nel suo buon governo del monastero per 6 anni cercò di migliorare la situazione dei canonici ammalati ed anziani, costruendo, presso la cappella di S. Vittore, a est del convento, un ospedale.
Morto nel 1418 il vescovo di Bressanone, fu di nuovo Federico IV a sollecitare, proponendone la candidatura a vescovo, l’elezione del prevosto Bertoldo: all’elezione da parte del Capitolo, che si svolse per la prima volta secondo un regolamento dettante le condizioni secondo cui si poteva votare un candidato, seguì però la nomina da parte del papa Martino V (1417-1431), anche questa dovuta alle raccomandazioni di Federico IV.
Essendo stato nominato dal papa, anche il vescovo Bertoldo era debitore della tassa di nomina (Servitium), il cui ammontare di 3 mila fiorini parve però eccessivo rispetto alle entrate del vescovado. Il vescovo chiese perciò al papa una riduzione della tassa, che fu concessa solo dopo una approfondita indagine, da parte del decano del duomo di Trento, Giovanni d’Isnia, sugli introiti del vescovado: fu concesso uno sconto di mille fiorini.
Dovendo la nomina a vescovo principalmente al suo protettore Federico IV, Bertoldo non mancò di manifestargli la propria riconoscenza, adoperandosi più volte come intermediario tra il duca e le casate nobiliari tirolesi, quando scoppiavano aspri conflitti tra le parti.
Il vescovo Bertoldo si curò della diocesi sia sotto l’aspetto spirituale che in quello temporale. Tra l’altro tenne nel maggio 1419 un Sinodo diocesano, il cui scopo fu l’applicazione delle decisioni del Concilio di Costanza (1414-1418) e del susseguente concilio provinciale di Salisburgo, del 1418.
Oltre a proclamare le decisioni di Salisburgo e dei molti statuti diocesani precedenti, furono emanate nuove prescrizioni: riguardavano, tra l’altro, il divieto di funerali a cura di laici, le sanzioni per l’usura da parte di ecclesiastici; dal complesso di prescrizioni, divieti e sanzioni, si può dedurre che le condizioni religiose e morali del tempo non erano molto buone.
Poiché crescevano le lamentele circa l’amministrazione dell’ospedale di Santa Croce di Bressanone, il vescovo ordinò un’inchiesta, avviata da alcuni membri del Capitolo del duomo, a seguito della quale l’amministrazione fu affidata ad un membro del Capitolo stesso, del quale nel 1422 vennero rinnovati e ampliati gli Statuti, con particolare riferimento ai doveri e diritti dei canonici. Il tutto venne ratificato dal vescovo.
Nel 1426 Bertoldo, previo versamento di 1500 marchi, riuscì a riscattare da Giovanni di Villandro la signoria di Buchenstein (Andraz, Livinallongo), pignorata nel 1388, e Thurn an der Gader (S. Martino, in Val Badia).
Nel settembre 1427 il vescovo si era recato ad Innsbruck per il battesimo di Sigismondo, figlio del principe Federico; nel viaggio di ritorno fu colpito da apoplessia che lo condusse alla morte, poco dopo il suo arrivo a Bressanone, il 12 settembre.
Il suo successore, Ulrico Putsch, ebbe a lamentarsi del fatto che Bertoldo poco tempo prima di morire avesse regalato molti beni del vescovado e di aver lasciato lo stesso molto indebitato.



ULRICO II PUTSCH (1427-1437)

Di famiglia borghese sveva, Ulrico Putsch, dopo diversi anni di studi teologici e giuridici, come molti altri sacerdoti svevi era giunto in Tirolo, sperando in una dignitosa sistemazione. Ottenne ben presto benefici ecclesiastici nei vescovadi di Trento e Coira. Nel 1411 divenne parroco di Tesimo presso Lana, nel 1412 collettore della tesoreria apostolica nelle diocesi di Bressanone, Trento, Coira e Costanza; infine, dal settembre 1412, parroco di Tirolo-Merano; va aggiunto il canonicato a Trento e, dal 1417, a Bressanone. Dal 1416 al 1424 fu inoltre arcidiacono della Venosta.
Il tutto su interessamento del principe Federico IV (1406-1439), di cui Ulrico fu cancelliere dal 1413 al 1427, del quale godè completa fiducia, e dal quale gli furono affidate non poche missioni di carattere politico ed ecclesiastico; il duca ebbe in Ulrico un prezioso alleato nelle lotte contro i nobili del Tirolo ed anche durante il Concilio di Costanza (1414-1418), in particolare quando Federico, per aver aiutato l’antipapa Giovanni XXIII a fuggire da Costanza a Sciaffusa, fu fatto imprigionare dal re tedesco Sigismondo (1410-1437); Ulrico intercedette per lui. Continuò a prestargli servigi anche quando Federico, liberato, riprese il dominio sul Tirolo e le ostilità contro le casate nobiliari tirolesi. Il principe non mancò di ricompensare Ulrico, tra l’altro nominandolo ispettore di tutte le miniere del Tirolo.
Si deve appunto a forte influenza di Federico se il Capitolo del duomo di Bressanone scelse Ulrico Putsch come sommo pastore della diocesi, anche se tra tra i membri del Capitolo non pochi erano sui fieri avversari. Ulrico fu eletto ma sulla base di un capitolato che oltre a contenere condizioni che limitavano molto le sue competenze, prevedeva privilegi per i canonici. I suoi avversari tentarono persino di impedire con false testimonianze, a Roma e a Salisburgo, la conferma della sua elezione: tra l’altro che egli fosse un uomo gracile e che soffrisse di epilessia.
Altra difficoltà, il fatto che papa Martino V, che si era riservato la nomina del vescovo di Bressanone, stava scegliendo un altro candidato. Solo per riguardo al principe Federico diede il suo assenso sulla scelta di Ulrico Putsch, che fu lodato molto nella bolla papale di conferma.
Avendo però l’arcivescovo di Salisburgo rifiutato di consacrarlo, Ulrico dovette ricorrere ad un vescovo a Venezia.
Entrato a Bressanone, alquanto sgradevoli furono le condizioni che Ulrico Putsch trovò nel palazzo vescovile: spoglio di tutti gli arredi, trovò solo vino e grano, oltre a debiti per oltre mille ducati, che il nuovo vescovo provvide a saldare. Altri 2 mila ducati, una grossa somma a quel tempo, dovette inviare a Roma come tassa per la sua conferma. In maggior parte fece fronte col proprio patrimonio.
Trasferì nel palazzo la ricca dotazione dalla sede parrocchiale di Tirolo, composta da mobili e altri arredi, tra essi calici d’oro e argento, oggetti preziosi per abbellire l’altare della cappella del palazzo, una biblioteca con circa cento volumi (a quel tempo un tesoro prezioso).
Sulla sua attività come vescovo ne dà notizia lo stesso Ulrico nel diario che teneva; subito dopo la sua nomina iniziò l’ostilità, che durò tre anni, con l’arcivescovo di Trento Alessandro, a causa delle pretese di questi circa l’avvocazia sul convento femminile di Sonnenburg (presso S. Lorenzo di Sebato, in val Pusteria) e sulla conferma circa l’elezione della badessa. La controversia si risolse con l’intervento del principe: il diritto di protezione fu attribuito al vescovo di Trento, a quello di Bressanone spettava la giurisdizione spirituale sul monastero.
Più aspro fu il conflitto (che nel diario viene descritto in modo dettagliato ed esteso) tra Ulrico e il Capitolo del duomo, conflitto che scoppiò nell’autunno del 1429. Ulrico venne accusato di aver violato le condizioni poste per la sua elezione e il poeta Oswald von Wolkenstein, acerrimo avversario di Ulrico, gli rinfacciò persino che la stessa condotta di vita non fosse ineccepibile.
I canonici inviarono dei delegati al principe con un documento contenente gravi accuse contro il vescovo; poiché questi autorizzò per iscritto la cattura di Ulrico, si arguisce che almeno parte delle accuse debbono esser state assai gravi. Diversi canonici e ministeriali del vescovado si preoccuparono per la celere esecuzione di quanto disposto: imprigionarono Ulrico, non trascurando di tormentarlo (il cavaliere Oswald von Wolkenstein giunse persino a schiaffeggiarlo), nel palazzo vescovile. Un difensore di Ulrico, il cavaliere Giovanni di Annenburg, che voleva venire in soccorso al vescovo, fu ucciso.

Non mancavano però i sostenitori di Ulrico, i quali, amareggiati per tali oltraggi, ne fecero rapporto al principe, il quale, oltre
a ordinare l’immediata liberazione, convocò le due parti ad Innsbruck per render conto, così da poter comporre la vertenza.
I rappresentanti del Capitolo e dei vari ministeriali rinnovarono però le gravi accuse, pretendendo le dimissioni di Ulrico, il quale avrebbe dovuto lasciare per sempre Bressanone, accontentandosi di una pensione. Ulrico rifiutò e rimase 13 mesi ad Innsbruck. Nel frattempo suoi emissari avevano riferito all’imperatore Sigismondo degli incresciosi fatti di Bressanone; il sovrano e i principi elettori si indignarono non poco per tale disonorevole condotta verso un principe vescovo e di ciò fu informato anche il principe territoriale, che fece i passi necessari affinché ministeriali fedeli prelevassero il vescovo Ulrico ad Innsbruck. Si presentarono in molti, e con molti onori il popolo riaccolse a Bressanone Ulrico II Putsch, che fu rimesso nelle sue dignità e nei suoi diritti. Infine ci fu la riconciliazione con gli esasperati nemici, persino con Oswald von Wolkenstein.
Ulrico provvide subito a svolgere con solerzia il suo compito di pastore: come più volte riferito nel suo diario, celebrò spesso in duomo e in altre chiese, amministrò la cresima e l’ordinazione sacerdotale, consacrò molte chiese, altari e cimiteri in diverse località, concedendo indulgenze. Nella parte nord del duomo fece erigere una cappella in onore dei santi tre Re Magi, cappella che scelse per il suo sepolcro.
Nel 1431 inviò una circolare agli abati e parroci della diocesi, in cui vietava di impiegare sacerdoti forestieri senza autorizzazione vescovile e invitava i curatori d’anime all’osservanza dei doveri del proprio stato; conteneva inoltre prescrizioni concernenti la cura d’anime, specie in tema di diritto ecclesiastico.
Ulrico tenne buoni rapporti con i conventi del suo esteso vescovado. Frequentò spesso la famiglia del principe, che ogni tanto gli fece visita a Bressanone e a Brunico, ciò che causò grosse spese al principe vescovo; altre invece le ebbe a causa dei molti viaggi per le udienze giudiziarie e per le diete a Innsbruck e a Bolzano.
Il vescovo Ulrico si rivelò anche promotore di arte e scienza: fece affrescare la sua cappella mortuaria; si procurò lavori d’orafo, calici, reliquiari, messali; fece installare un organo nella cappella vescovile in onore della Madonna e un altro in una torre del castello, che fu da lui fatto ristrutturare e ampliare.
Nel suo diario riferisce di altri lavori che fece compiere ai castelli di Andraz, Castel Lamberto, Castel Chella, Thurn an der Gader (S. Martino-val Badia) e Brunico. Fece inoltre forgiare molte armi. E’ sorprendente come abbia potuto procurarsi i mezzi finanziari per tutto ciò.
Singolare anche la sua attività letteraria, segno che era un principe di alta cultura. Oltre al diario, vi è tra l’altro la traduzione di un libro latino (Lumen animae) che in 103 capitoli contiene riflessioni su diverse verità religiose e morali.
Ulrico fu tra i sostenitori del Concilio di Basilea (1431-1437), anche se esso entrò in conflitto con papa Eugenio IV (1431-1447).
Il vescovo Ulrico morì improvvisamente, in veneranda età, il 20 Agosto 1437; nello stesso giorno fu deposto nella sua cappella funeraria, dove sin dal 1429 si era fatto ritrarre sulla sua pietra sepolcrale in marmo, che ora si trova sulla facciata del duomo.
Il vescovo Ulrico fu una spiccata personalità,, che adempì diligentemente ai propri doveri di vescovo. Amministrò bene anche il principato, mettendone in ordine le finanze, pur se, per far valere diritti e interessi, talvolta dovette agire, comminando dure sanzioni, in modo alquanto rude.



GIORGIO I di STUBAI (1437-1443)

Nove giorni dopo la morte del vescovo Ulrico II, i canonici si riunirono per l’elezione del nuovo pastore; la scelta cadde, sicuramente su influenza del principe, sul prevosto del duomo Giorgio di Stubai.
Mancano le notizie circa la sua formazione; dal 1428 fu segretario e poi cancelliere del duca Federico di Stiria e Austria, per interessamente del quale divenne parroco di Graz. Pare sia stato temporaneamnete anche scrivano e cancelliere del principe territoriale Federico IV. Nello stesso tempo ottenne un canonicato e infine la prepositura del duomo a Bressanone.
Fu l’arcivescovo di Salisburgo Giovanni a confermare l’elezione, secondo i deliberati del Concilio di Basilea, consacrandolo vescovo nell’ottobre 1437.
Il principe vescovo Giorgio, con documento del 17 dicembre 1438 investì il principe territoriale Federico dei feudi vescovili: nell’atto sono elencati castelli e distretti giudiziari.
Si dimostra con ciò che Federico IV era giuridicamente un vassallo del principe vescovo di Bressanone; si considerva per lo più che questa cessione di feudi fosse solo una formalità, in quanto era sin dal 1363 che gli Asburgo governavano su gran parte del Tirolo, come se si trattasse di territorio di proprio dominio; la potenza dei principi vescovi di Bressanone e di Trento nei loro confronti era molto debole.
Nello stesso anno il vescovo Giorgio convocò un Sinodo diocesano: vennero rinnovate le disposizioni del sinodo precedente del 1419 sulla condotta di vita del clero e sulla cura d’anime. Si aggiunsero le nuove prescrizioni del Concilio generale di Basilea, sciolto da papa Eugenio IV, e del successivo Concilio provinciale di Salisburgo, in tutto 40 decreti. I trasgressori venivano minacciati delle più severe sanzioni ecclesiastiche. Ciò prova che dal 1419 le condizioni religiose non erano migliorate.
Nel 1439 morì il principe Federico IV; poco prima della sua morte aveva raccomandato al vescovo Giorgio il proprio figlio dodicenne Sigismondo, il quale venne affidato in tutela al duca Federico d’Austria e Stiria, capo supremo della casa d’Asburgo, che nel 1440 divenne re di Germania. Fece educare il ragazzo alla sua corte. Affidò il governo provinciale tirolese a diverse persone, tra cui il vescovo Giorgio, col quale strinse formale alleanza.
Gli Stati del Tirolo si adirarono però nei confronti di Federico, sia per aver allontanato il giovane Sigismondo dal Tirolo, che per non aver rispettato molti degli accordi presi in precedenza. Il vescovo Giorgio, che era rimasto fedele a Federico IV, fu invitato a stare dalla loro parte, e minacciato, in caso di rifiuto, di esser cacciato dal territorio. Nel novembre 1442 il vescovo si incontrò a Costanza col sovrano tedesco (che come tale prese il nome di Federico III), il quale si recò ad Innsbruck e successivamente visitò Bressanone, dove, fermatosi alcuni giorni, conferì i diritti regali al vescovo e confermò i privilegi del vescovado.
Nella primavera il vescovo Giorgio aveva fatto analogamente con i numerosi privilegi del Capitolo del duomo. Tra gli atti del suo episcopato vi è l’aumento del numero degli allievi ammessi a frequentare la scuola del duomo, portandolo a un numero che andava dai 50 ai 70; tale scuola aveva come scopo principale la formazione di candidati al sacerdozio.
Il vescovo Giorgio fu spesso coinvolto nelle vicende della politica territoriale; per esempio nell’aspro conflitto tra i rappresentanti degli Stati del Tirolo e il sovrano Federico III, scoppiato nel 1443 dopo la maggiore età (a 16 anni secondo il codice asburgico) del giovane Sigismondo; Federico III rifiutò di cedergli la sovranità sul Tirolo, anzi lo indusse a lasciargli il governo territoriale per altri 6 anni. I rappresentanti territoriali intimarono di consegnare il governo del territorio a Sigismondo. Rifiutandosi Federico, costoro l’avocarono a sè di propria autorità; il vescovo Giorgio si associò a loro dopo la dieta svoltasi a Merano nel novembre 1443, alla quale aveva partecipato.
Il principe vescovo morì improvvisamente, però, il 15 dicembre dello stesso anno, e nello stesso giorno fu sepolto.



GIOVANNI V RöTTEL (1444-1450)

Dopo la morte del vescovo di Bressanone Giorgio di Stubai, il re e imperatore Federico III (1440-1493) si diede da fare affinché tale carica fosse occupata da un uomo a lui gradito. Scrisse perciò al papa romano, Eugenio IV (1431-1447), al Concilio di Basilea in corso e all’antipapa Felice V di Savoia (1438-1449), come pure all’arcivescovo di Salisburgo, intimando a tutti di attendere a nominare o confermare il vescovo di Bressanone, fino all’indicazione di un candidato da egli stesso desiderato.
Il Capitolo del duomo però, non curandosi di tale pressione si radunò già il 4 Gennaio 1444 nella chiesa di S. Giovanni per l’elezione del vescovo. Qui ci fu però un’intromissione da altra parte. Comparvero difatti a Bressanone rappresentanti del governo provinciale del Tirolo e trattarono col Capitolo del duomo, per cui gli elettori scelsero come vescovo un candidato a loro gradito, il canonico e scolastico Giovanni Röttel, al quale il Capitolo del duomo affidò quanto prima l’amministrazione del vescovado.
Giovanni Röttel, di origini borghesi, proveniva da Hallein presso Salisburgo. Divenne presto canonico a Freising e nel 1413 prevosto di Maria Saal in Carinzia, pur avendo ancora soltanto gli ordini minori. Nel 1418 divenne canonico a Bressanone. Dal 1419 al 1422 studiò diritto a Bologna, dove si laureò in legge. Dopodiché ottenne prebende, canonicati, parrocchie, benefici, il tutto con dispensa romana.
Dal 1434 coprì a Bressanone il posto di scolastico e nel novembre 1442 il vescovo Giorgio di Stubai lo nominò vicario generale. Infine, il 4 Gennaio 1444, fu eletto vescovo.
Non ebbe però strada facile la conferma della sua elezione. L’arcivescovo di Salisburgo si rifiutò per paura del re Federico III. Il Capitolo del duomo si rivolse allora al Concilio di Basilea e all’antipapa Felice V, dal quale dipendevano fino al 1446 gli ordinariati di Bressanone e di Trento. Dopo lunghe trattative a metà luglio 1444 l’antipapa confermò l’elezione di Giovanni. Alla consacrazione, poiché l’arcivescovo di Salisburgo persisteva nel rifiuto, ci pensò il vescovo Giovanni di Augusta; alla cerimonia assistettero i due vescovi ausiliari, di Bressanone, Andrea Sichar, e di Trento.
Il nuovo vescovo si pose tosto dalla parte dei rappresentanti territoriali nella lotta contro l’imperatore Federico III, che alla fine, dopo lunghe trattative, nell’aprile 1446 acconsentì a cedere il dominio sul Tirolo al giovane conte del Tirolo, Sigismondo.
Il vescovo Giovanni partecipò all’arrivo di questi nella valle dell’Inn e lo sostenne a più riprese anche finanziariamente.
Nel febbraio 1447 ci fu la riconciliazione tra re Federico III e i principi tedeschi e il papa romano Eugenio IV. L’antipapa Felice V fu messo da parte. Il vescovo Giovanni, apparendo tra i sostenitori di Felice V, avrebbe dovuto dimettersi. Ma quando ruppe i rapporti con l’antipapa e si sottomise al nuovo papa Nicolo V (1447-1455), questi lo confermò nel 1447. Infine, nel 1448, Giovanni ottenne da Federico III i diritti regali.
Così ebbe fine la pluriennale contesa per l’occupazione del seggio vescovile e per la conferma dell’elezione, da parte del Capitolo del duomo, di Giovanni V, per il quale si impegnarono gli Stati provinciali tirolesi. Nel 1447 Giovanni assunse l’importante ruolo di cancelliere di Sigismondo a Innsbruck, per cui da allora fu spesso assente da Bressanone.
Nel Febbraio 1444 la città vescovile era stata devastata da un terribile incendio, scoppiato di buon mattino nella cappella di S. Erardo. Si propagò con tale velocità che il vescovo dovette precipitosamente fuggire dalla porta posteriore del palazzo vescovile, trovando ospitalità nel convento di Novacella.
Andò incendiata gran parte della città, compresa la via Roncato, avendo la maggior parte delle case il tetto di legno. Vi trovarono la morte anche alcuni abitanti. Rimasero danneggiati il duomo e altre chiese. Seguì un periodo di intensa ricostruzione in stile gotico.
Nell’Aprile 1449 il vescovo Giovanni organizzò a Bressanone un Sinodo diocesano. I 45 decreti che furono emanati erano in gran parte un rinnovo e un’integrazione degli Statuti promulgati nelle precedenti assemblee diocesane, specialmente del Sinodo del 1438. In primo luogo fu inasprito il celibato per il clero. Ciò in quanto nonostante i severi divieti dei precedenti Sinodi il concubinato era ancora troppo diffuso.
Il primo decreto prescriveva che gli ecclesiastici potevano tenere per la conduzione della propria casa soltanto donne di una certa età, possibilmente parenti e dovevano anche all’esterno evitare ogni intimità e ogni relazione sospetta con donne. Sanzioni previste, la perdita dei benefici per tre mesi, per tempo più lungo in caso di ricaduta, e per sempre se recidivi.
Da queste prescrizioni si arguisce che il concubinato fosse molto praticato nel clero secolare, specie presso i curatori d’anime.
Il vescovo Giovanni morì l’anno seguente, e precisamente il 28 febbraio 1450. Molto attivo al servizio del principe, come molti altri vescovi del tempo fu più un politico che un padre spirituale.


NICOLO’ CUSANO (1452-1464)

E’ alquanto movimentata la vita di Nicolò Cusano, successore di Giovanni V Röttel, vescovo di Bressanone deceduto il 28 febbraio 1450. Nicolò Krebs nasce nel 1401 a Cues (Cusa, da cui il nome di Cusano), piccolo villaggio sulla Mosella, nella diocesi di Treviri, la più antica città cristiana della Germania. Figlio di Henne Chrypffs, un operoso battelliere da cui apprende lo spirito di risparmio e di oculata amministrazione dei beni, lascia presto la famiglia per mettersi al servizio del conte di Manderscheid, che si prende cura di lui e lo invia alla scuola dei Fratelli della vita comune a Deventer, in Olanda.
Nel 1416 si iscrive all’Università di Heidelberg, che lascia nel 1417 per passare alla Facoltà di diritto dell’Università di Padova, dove si laurea nel 1423, conseguendo il titolo di “doctor decretorum”.
Nel 1425, anno di giubileo, è a Roma, dove la predicazione di Bernardino da Siena (che aveva già sentito predicare a Padova) e l’incontro con papa Martino V (1417-1431) pare abbiano fatto maturare la vocazione per la vita eclesiastica. Si reca perciò a Colonia nella cui Università compie gli studi di filosofia e teologia. Nel 1426 un altro evento decisivo, l’incontro col cardinale Giordano Orsini, legato apostolico in Germania, appassionato ricercatore di codici. Divenuto uno dei suoi segretari, ben presto anche Cusano acquista fama, con le sue scoperte di codici latini e greci, nel mondo degli umanisti del tempo. Per tali scoperte due viaggi lo portano di nuovo a Roma, nel 1427 e nel 1429; è ormai famoso come umanista. Consacrato sacerdote, ottiene non pochi benefici nel territorio della sua diocesi natale.
Nel 1432 interviene al Concilio di Basilea, iniziato nel 1431, presieduto dal legato papale cardinale Giuliano Cesarini; vi interviene in veste di decano di San Fiorino di Coblenza per sostenere, nel conflitto per la cattedra arcivescovile di Treviri, la candidatura del suo protettore, il conte di Manderscheid, contro il candidato di papa Martino V.
Partecipa però anche al grande dibattito sulla supremazia o meno del Concilio rispetto al Papa; in un primo tempo parteggia per il Concilio, esprimendo la propria posizione nei tre libri “De concordantia catholica”, che presenta al Concilio verso la fine del 1433; pur perdendo la causa, si fa conoscere come brillante canonista. Segno della grande considerazione del Concilio verso Cusano, viene eletto membro della “Deputazione della fede”.
Il dissidio tra Concilio e Papa rischia di sfociare in scisma. Nel frattempo il Cusano, inviato (anche per i buoni uffici di Ambrogio Traversari) da Eugenio IV a Basilea per un’opera pacificatrice ed esortatrice presso i padri conciliari, dal 1436 diviene uno dei più strenui difensori della supremazia papale, meritandosi l’appellativo di “Hercules Eugeniorum”.
Nel 1437 si reca con un’ambasceria papale a Costantinopoli per invitare l’imperatore e il patriarca al grande Concilio che avrebbe dovuto portare all’unione della Chiesa greca con la romana. La sua azione diplomatica ha successo: l’anno seguente riesce a condurre l’imperatore Giovanni Paleologo e la parte eletta del clero bizantino al Concilio di Ferrara. Durante il viaggio di ritorno da Costantinopoli inizia la stesura della sua opera più significativa “De docta ignorantia”.
Avendo le vicende del Concilio di Basilea condotto a nominare un antipapa, Felice V di Savoia (1438-1449), nuovo compito del Cusano è di portare i principi tedeschi, che si erano dichiarati neutrali, dalla parte di Eugenio IV. Nei successivi dieci anni, l’instancabile attività politica di Cusano, svolta attraverso trattative personali, discorsi alle diete dell’Impero, manifesti politici, ha una parte preminente nel definitivo riconoscimento di Eugenio IV da parte dei principi tedeschi e quindi alla conclusione dello scisma. A riconoscimento ufficiale dei suoi meriti verso la Chiesa, mentre Eugenio IV lo aveva riservato “in pectore”, papa Nicolò V (1447-1455), suo successore, il 20 Dicembre 1448 nomina Cusano cardinale, conferendogli il titolo di S. Pietro in Vincoli (Roma). Il nuovo papa, inoltre, operando perché la pace riconquistata dalla Chiesa si traduca in pace effettiva, invia Cusano, nel 1450, come legato apostolico in Germania: ivi deve proclamare il giubileo e accordare l’indulgenza, ma anche “riformare le Chiese, estirpare gli abusi, curare l’osservanza delle leggi canoniche, render accetti a Dio il popolo e il clero”.
Durante tutto il 1451 percorre la maggior parte dell’Impero tedesco e i Paesi Bassi, predica nelle maggiori città, tiene concili provinciali, risolve conflitti politici, visita e riforma monasteri; scende in campo contro la corruzione del clero, l’eccessiva adorazione delle immagini dei santi e le aberrrazioni della superstizione. Cerca di elevare la cultura religiosa dei laici e di rendere accessibili agli analfabeti i più importanti comandamenti e le preghiere.
Ancora impegnato in Germania (dove ci furono resistenze anche dure al suo rigorismo, si tentò persino di avvelenarlo) come visitatore apostolico, lo raggiunge la bolla di Nicolò V (14 Marzo 1450) che, con piena coscienza di affidargli il più gravoso compito mandandolo in un posto di battaglia, lo nomina vescovo di Bressanone e provvede a consacrarlo personalmente, il 26 Aprile 1450.

La nomina di Nicolò Cusano a vescovo di Bressanone è osteggiata da Sigismondo, arciduca d’Austria e conte del Tirolo (1439-1490), che riesce a far eleggere vescovo dal Capitolo del duomo di Bressanone il suo consigliere e cancelliere, canonico Leonardo Wiesmayer, parroco di Tirolo; ciò allo scopo di estendere il proprio dominio alle diocesi di Bressanone, Coira e Trento. E’ un episodio della dura lotta tra il principio dell’elezione ed il principio della nomina papale; sono anche le tragiche vicende dell’ultima fase della vita di Cusano.
Il conflitto viene risolto con l’intervento dell’imperatore Federico III (1440-1493) che l’astuto Cusano riesce a ottenere a Vienna nel 1451: l’imperatore, in base a suo privilegio di presentare un candidato per le diocesi di Germania, riconosce Cusano confermandolo nei diritti e privilegi connessi al titolo di vescovo di Bressanone.
Per i rapporti col conte del Tirolo e col Capitolo, viene trovato, nel Marzo dello stesso anno, un “modus vivendi” in un convegno a Salisburgo, e un compromesso anche con il Wiesmayer.
Terminato l’impegno di legazione in Germania, Cusano prende possesso, nell’Aprile 1452, della sede vescovile.
Ben presto fa capire che anche nella diocesi affidatagli intende porre in atto i principi di universale riforma delle istituzioni ecclesiastiche e della vita religiosa.
Ordina la celebrazione annuale dei Sinodi provinciali e nel febbraio 1453 celebra lui stesso il primo Sinodo: delinea propositi, fissa norme, dispone e impone i mezzi per la riforma del clero. Il 12 Maggio si fa dare dal Papa i pieni poteri per la riforma dei monasteri. Altri Sinodi si tengono nel 1454, nel 1455 e nel 1457.
Nel 1455 compie la visita pastorale della diocesi, servendosi anche di visitatori laici giurati e programmando la visita sulla base di un dettagliato questionario (98 quesiti) relativo alla vita dei sacerdoti e dei fedeli: uno dei quesiti è se il sacerdote ha un’amante e figli; altra domanda, se il sacerdote pratica la caccia. Secondo il Cusano il sacerdote dovrebbe piuttosto occuparsi di “caccia alla sapienza”.
Proibisce pellegrinaggi (sono ammessi solo quelli al duomo di Bressanone, a Roma, Aquileia, Aquisgrana e Santiago di Compostela), elimina superstizioni, limita le feste liturgiche, promuove la confessione.
Nel terzo Sinodo, del 1455, proibisce ai laici di giocare a carte e ai dadi, e inventa un proprio giuoco di birilli, che però in Tirolo non prenderà mai piede.
Nel Sinodo del 1457 viene stabilita la scomunica per quei sacerdoti che non prendono le ostie presso il sacrestano del duomo e che non partecipano senza giustificazione al Sinodo.
Divide la diocesi in tre zone collegiali e ogni collegio è presieduto da commissari vescovili incaricati di visitare la zona per l’attuazione delle decisioni sinodali.
Per quanto concerne la riforma dei monasteri, Cusano incontra difficoltà e ostacoli in alcuni conventi.
Se riesce, anche con sanzioni e con altri provvedimenti, a introdurre la riforma nel monastero della Clarisse a Bressanone, è vivace la resistenza del convento di Sonnenburg, presso S. Lorenzo di Sebato, in Val Pusteria: un convento di monache benedettine, provenienti da casate nobiliari, che frequentavano bagni pubblici, partecipavano a feste nuziali, abitavano presso i propri parenti, ecc.
Lungo sarebbe solo accennare alle varie fasi del dissidio che oppone il vescovo di Bressanone alla badessa di Sonnenburg, dissidio, che si risolverà solo nel 1459, causato anche dalla pretesa della badessa, Verena di Struben, su certi pascoli sui quali i contadini di Enneberg (Marebbe) da tempo immemorabile esercitano diritti. Sul diritto in contesa il vescovo, proibendo alla badessa di ricorrere a Sigismondo, è pronto ad un arbitrato, ma sulla riforma del convento non può transigere.

L’andamento delle cose arreca amarezza al vescovo, il cui animo rivela forza intransigente: Cusano scomunica la caparbia badessa di Sonnenburg e impone al parroco di S. Lorenzo di spegnere ogni domenica una candela durante la S. Messa, visibile segno che “Jezabel”, è il soprannome dato da Cusano a Verena, è esclusa dalla Chiesa. Il cardinale giunge persino a voler affamare il convento, proibendo il rifornimento ad esso di generi alimentari.
Verena non solo attiene l’aiuto di Sigismondo ma si appella, nel Luglio 1454, anche al Papa, che però rigetta l’appello e incarica Cusano di deporre la badessa, la quale non solo non cede, ma si circonda di mercenari per difendere a mano armata ciò che chiama proprio diritto: vuol costringere i contadini a pagarle le tasse, ma essi, in attesa dell’aiuto delle milizie di Cusano, a loro volta si organizzano. Si giunge ai fatti dell’Aprile 1458, quando una cinquantina di mercenari perdono la vita in un agguato teso dai contadini, che fanno precipitare su di loro una valanga di pietre.
Per scongiurare altro spargimento di sangue, visto che stanno intervenendo le truppe di Sigismondo, l’intermediazione del vescovo di Trento, Giorgio II Hack (1446-1465), cerca di far arrivare ad una soluzione della controversia.
Si tenta di far addossare la colpa della disgrazia al cardinale, ma la superba Verena deve dimettersi, dopo la firma a Luson (28 Agosto 1458) di una convenzione: con le dimissioni di Verena si conclude nell’Aprile 1459 la contesa di Sonnenburg.
Non si attenua però il conflitto tra il vescovo e Sigismondo: Cusano in un incontro a Salisburgo del 1451 gli aveva promesso di riconoscerlo come avvocato, cioè protettore del vescovado e di rispettare i vigenti diritti di principe territoriale. Giuridicamente i principi tirolesi erano vassalli dei principi vescovi di Bressanone, ma da tempo essi si consideravano detentori di signoria territoriale indipendente. Cusano però, studiate diligentemente le fonti storiche scritte di Bressanone, stabilisce quali diritti della Chiesa brissinese si son persi.
Dopo aver sanato la situazione debitoria del vescovado, inizia a riacquistare quanto era stato ipotecato. Nel Marzo 1456 riscatta gli uffici di Tures e Villa Ottone e concede un considerevole credito al principe sempre in difficoltà finanziarie. Per questo ed altro si giunge ad una rottura tra i due.
Sentendosi minacciato e perseguitato durante una visita al convento di Wilten nel 1457, fugge nella fortezza di Andraz a Buchenstein, ai margini della diocesi, e denuncia a papa Callisto III (1455-1458) la situazione in cui si trova per colpa di Sigismondo, che viene tosto scomunicato dal pontefice, mentre il cardinale Capranica scoppia in pianto all’udire quanto Cusano sta subendo. Enea Silvio Piccolomini (papa Pio II dal 1458) invita l’amico Cusano a lasciare i monti innevati e gli angusti passi del Tirolo per venire a Roma.
Cusano approfitta di questo tempo per apparire a Veldes, nell’Aprile 1458, chiama a raccolta i contadini sloveni per mettere in evidenza gli antichi diritti della Chiesa brissinese su questo territorio.
Nell’anno seguente si incontra con Sigismondo nel congresso dei principi convocato a Mantova da papa Pio II (1458-1464), dove però non si arriva alla riconciliazione sperata, anche per il fatto che il segretario di Sigismondo e nemico del Cusano, Gregorio di Heimburg, ha aizzato i principi contro il cardinale. Quando questi nel 1460 minaccia Sigismondo del ritiro di tutti i beni, Sigismondo a Pasqua lo attacca a Brunico, lo cattura e lo costringe a firmare un umiliante contratto, che Cusano, appena liberato, ad Ampezzo provvede a ritrattare. Per l’episodio di Brunico, che costituisce senza dubbio per l’orgoglioso uomo di chiesa la più grande umiliazione della sua vita, giunge da papa Pio II la scomunica a Sigismondo e l’interdetto a tutto il Tirolo.
L’11 gennaio 1459, pur rimanendo di diritto vescovo di Bressanone, Cusano viene nominato vicario generale di papa Pio II; oltre a svolgere delicati incarichi a Roma e altrove, abbozza un progetto di riforma generale della Chiesa.
Il 3 Luglio 1464 lascia Roma per raggiungere il Papa, alle prese con l’organizzazione di una Crociata, ad Ancona; ma il 16 si trova malato a Todi, dove muore l’11 Agosto.
Il corpo dell’insigne vescovo di Bressanone, unico cardinale tedesco del suo tempo, umanista, scienziato, filosofo, teologo e mistico, viene sepolto nella chiesa di S. Pietro in Vincoli, mentre il cuore, per suo desiderio, viene portato a Cues, nella cappella dell’Ospizio da lui fondato.



GIORGIO II GOLSER (1464-1488)

Deceduto il vescovo Cusano il 12 Agosto 1464, il Capitolo del duomo di Bressanone si premurò di eleggere al più presto il successore, cosa che fece “per acclamationem” il 9 Settembre: la scelta cadde su Giorgio Golser.
Originario della diocesi di Salisburgo, compiuti gli studi giuridici presso l’Università di Vienna, nel 1445 aveva ottenuto un canonicato a Bressanone. Nel 1459 il capitolo lo aveva nominato plenipotenziario alle trattative nel conflitto tra il cardinale Cusano e il duca Sigismondo.
Indicato dal 1460 come “Doctor decretorum”, Giorgio Golser al momento della sua elezione si trovava a Salisburgo; soltanto dopo esser tornato a Bressanone, decise, il 30 Settembre, di accettare l’elezione, per cui gli fu subito affidata l’amministrazione del vescovado.
Dopo il riconoscimento da parte dell’arcivescovo di Salisburgo Burchard (1462-1466), il Capitolo inviò due rappresentanti a Roma per ottenere anche la conferma papale all’elezione di Golser.
Comprensibile lo stato d’animo di costoro nell’apprendere che il nuovo papa Paolo II (1464-1471) aveva nominato Amministratore apostolico di Bressanone il ventenne cardinale Francesco Gonzaga, risultando il Capitolo del duomo ancora scomunicato, perciò inabile ad eleggere il pastore della diocesi. Il Capitolo non mancò di protestare, eccependo tra l’altro che il cardinale non poteva essere accettato a Bressanone, non conoscendo la lingua tedesca.
Nel frattempo l’imperatore Federico III (1440-1493), forte del privilegio personale, acquisito ai tempi di papa Eugenio IV (1341-1447), di poter nominare i vescovi di Bressanone, Coira e Trento, aveva nominato il venticinquenne Leone de Spaur, allora canonico di Trento.
Essendo Golser il candidato anche di Sigismondo, costui intervenne sia presso l’imperatore che presso il pontefice. Perfino il doge di Venezia interpose i suoi buoni uffici presso il papa (che prima era stato cardinale di Venezia). Il papa desisteva dal Gonzaga, che fu trasferito a Mantova, nominando però, nel 1469, il candidato dell’imperatore, Leone de Spaur.
A Bressanone però i partigiani di Golser furono irremovibili, per cui si rifiutarono di accettare Leone de Spaur.
Fu soltanto nel Dicembre 1471 che Golser fu confermato come vescovo di Bressanone, dal nuovo papa Sisto IV (1471-1484), poiché il posto si era nuovamente liberato con la nomina di Leone de Spaur a primo vescovo della neocostituita diocesi di Vienna.
Durante il conflitto tra imperatore, papa e Capitolo del duomo per l’occupazione del seggio vescovile di Bressanone, a guidare la diocesi fu Golser stesso unitamente ai canonici.
Quando, dove e da chi Golser fu consacrato vescovo, non è noto. Compito principale del nuovo vescovo, che mantenne buone relazioni col principe territoriale, consistette nel fronteggiare, con il prezioso aiuto del vicario generale Leonardo di Natz (1467-1473), le tristi condizioni in cui negli ultimi anni si era venuto a trovare il vescovado.
Il vescovo Golser tenne due Sinodi diocesani, il primo nel 1468, il secondo nel 1473; il primo lo convocò assieme al Capitolo, poiché al momento era vescovo nominato ma non ancora consacrato. Esso fu contrassegnato dalla “decima” per la crociata contro i Turchi e gli Ussiti, proclamata nell’Aprile 1468 dal Sinodo provinciale di Salisburgo, al quale aveva partecipato Golser con due canonici; costoro, mentre gli altri rappresentanti avevano ratificato la decima, dichiararono di non poter promettere nulla, senza l’assenso del principe territoriale Sigismondo.

Tra le tematiche trattate nel secondo Sinodo diocesano, tenuto dal vescovo Golser nel 1473, pare vi siano state le misure di difesa da adottare contro la minaccia incombente dei Turchi; questi in effetti nel 1475 devastarono la Carinzia, seminando il terrore e facendo prigionieri migliaia di abitanti, per cui si temette l’ estendersi di incursioni e razzie fino in Pusteria e in Val d’Isarco.
Si ordinò di rafforzare le fortificazioni di palazzi e castelli, mura cittadine e posti di confine. Per contribuire alle spese della difesa del territorio fu decisa una imposta di guerra.
Anche il vescovo Giorgio fece fare delle migliorie a tutti i suoi castelli, dotandoli di armi da guerra; tra essi, quello di Salerno presso Varna, dove soggiornava di frequente. Fece importare cereali dalla Baviera e si approvvigionò in generi alimentari, il che gli causò ulteriori ingenti spese.
Nel Sinodo del 1473 si trattò sicuramente anche di questioni ecclesiali, essendosi riferite alle prescrizioni del vescovo Giorgio Golser le decisioni del Sinodo diocesano del 1511 in tema di concubini, adulteri, coniugi separati. I curatori d’anime furono energicamente invitati dal vescovo Golser a trattare severamente tali persone.
L’imposta feudale, ammontante a 5 mila ducati, pretesa dall’imperatore, e le ingenti spese per la difesa contro i Turchi, possono aver motivato il fatto che Golser non riuscì a proseguire nella costruzione in stile gotico del duomo, dopo aver consacrato l’11 giugno 1472, presente il vescovo di Trento Giovanni IV Hinderbach (1465-1486), il coro gotico.
A causa della propria salute precaria il vescovo Giorgio ottenne dal 1482, con l’assenso del Capitolo del duomo e dell’imperatore e la conferma di papa Sisto IV, un coadiutore, con diritto di successione, nella persona di Melchiore Meckau, il quale però come consigliere di Sigismondo soggiornò spesso ad Innsbruck.
Nel 1484 incaricò il vescovo ausiliare Konrad Reichard (1481-1513) e il vicario generale Christian Turner (1483-1504) di effettuare le visite pastorali in diocesi.
In quel periodo ci furono molte consacrazioni di chiese, cappelle e altari, essendo stati costruiti, in quel tempo di fioritura del gotico, numerosi edifici di culto, che furono ornati di pregiate opere d’arte. A ciò contribuirono, oltre al principe territoriale, il popolo stesso con sorprendente spirito di sacrificio.
Il vescovo Golser ebbe grande ammirazione per il pittore e intagliatore in legno Hans Klocker (uno dei maestri più grandi del Tardogotico tirolese della fine del XV sec.), il quale, oltre ad essere sindaco della città, onorava i concittadini con le sue opere d’arte.
Nel Dicembre 1484 (in Germania era iniziata una “caccia alle streghe”) papa Innocenzo VIII (1484-1492) emanò la bolla “Summis desiderantes” contro le streghe e inviò due inquisitori, uno dei quali, Enrico, iniziò la sua famigerata opera ad Innsbruck causando con ciò grande agitazione. A questo punto il principe vescovo Golser seppe mostrare vera grandezza nell’intimare all’inquisitore, nel 1486, di lasciare il territorio, consigliandogli di rientrare in convento.
Nel 1487 il vescovado ebbe considerevoli spese, che non furono risarcite, per le vicende della guerra tra il Tirolo e la repubblica di Venezia per alcuni territori di confine.
Nel 1488 il vescovo Golser richiamò a Bressanone il suo coadiutore Melchiore di Meckau e gli trasferì il governo spirituale e temporale della diocesi, provvedendo anche a consacrarlo vescovo, dopodiché si pose a riposo. Morì già il 20 Giugno 1489 e venne sepolto nel duomo di Bressanone.



MELCHIORE di MECKAU (1488-1509)

Fu il vescovo di Bressanone Giorgio II Golser a nominare proprio successore, consacrandolo vescovo prima di collocarsi a riposo, il coadiutore Melchiore di Meckau, che era nato nel 1440 da una famiglia di ministeriali del vescovado di Meissen, in Sassonia.
Aveva studiato nel 1458 a Lipsia, nel 1459 a Bologna, dove si laureò in diritto. Nel 1473, mentre era segretario della cancelleria pontificia, fu nominato decano del duomo di Meissen da papa Sisto IV (1471-1484). Nel 1476 e nel 1478 su incarico del vescovo Golser curò la “visita ad limina” (periodico rapporto sulla diocesi presso la curia romana). Tra il 1473 e il 1482 accumulò benefici, canonicati e parrocchie. Dal 1473 fu anche consigliere del duca Sigismondo, del quale divenne cancelliere nel 1481.
Coadiutore del vescovo Golser dal 1482, poco dopo divenne anche consigliere di Massimiliano I d’Asburgo, figlio dell’imperatore Federico III. Il cagionevole vescovo Golser sperava di avere un valido appoggio dal coadiutore, ma costui fino al 1488 fu raramente a Bressanone, recandosi spesso, essendo cancelliere di Sigismondo, ad Innsbruck.
Fu nella Pasqua del 1488 che il vescovo Giorgio si dimise e trasferì l’amministrazione del vescovado e del principato a Melchiore, che già nel novembre 1489 tenne un Sinodo diocesano, nel quale si trattò principalmente del breviario e del messale di Bressanone. Il primo l’aveva fatto stampare nel Luglio dello stesso anno ad Augusta, il messale uscì nel 1493; Melchiore ordinò che tutti i sacerdoti dovessero acquistare il nuovo breviario, che costava due fiorini renani, mentre il messale fu procurato a spese della diocesi. Naturalmente i curatori d’anime dovevano attenersi a questi libri liturgici.
Melchiore fu il primo pastore di Bressanone a utilizzare la nuova arte tipografica; come umanista e amante dei libri collezionò manoscritti e libri freschi di stampa, opere teologiche e classici antichi.
Nel 1496 col consenso del Capitolo del duomo e dell’imperatore Massimiliano I (1496-1519) si prese come coaudiutore il canonico Cristoforo di Schrofenstein.
Nel 1501 ottenne con l’intermediazione di un nunzio apostolico un’attenuazione per la diocesi dei precetti quaresimali, per cui ai fedeli fu consentito di cibarsi di latticini, cioè latte, burro, formaggio e uova.
Melchiore fu però più attivo ed efficace in campo politico ed economico; più principe e diplomatico che pastore, fu spesso al servizio del principe territoriale, specialmente di Massimiliano I, che dal 1490 dominò anche il Tirolo. Quando questi nel 1493 in occasione della morte dell’imperatore Federico III dovette soggiornare a lungo a Vienna, fu Melchiore a sostituirlo nel governo territoriale.
Tra gli introiti del vescovado che Melchiore riuscì a notevolmente aumentare vi furono quelli derivanti dall’estrazione dei metalli, in quel tempo fiorente in tutto il Tirolo; Melchiore accumulò somme ingenti dall’attivazione di giacimenti minerari, come quelli di argento a Colle Isarco e Latzfons presso Chiusa, auriferi nella zona di Salisburgo, di ferro e rame presso Buchenstein. I guadagni delle varie concessioni furono tali che Melchiore potè anticipare grosse somme a Massimiliano I, in perenni difficoltà finanziarie per le sue guerre. Il vescovo potè così riscattare alcuni distretti giudiziari, come quelli di Velturno e Tures, e aumentare i possedimenti del vescovado.
Il vescovo fu coinvolto però nella “guerra dell’Engadina”, detta anche “guerra grande”, scoppiata per moto spontaneo dopo l’introduzione di alcune riforme amministrative e di balzelli coi quali Massimiliano I sperava di risanare le sue esauste finanze.

Il vescovo Melchiore e Massimiliano si incontrarono nuovamente, nel 1501, a Brunico, dove soggiornarono una settimana; l’imperatore era venuto a visitare la Val Pusteria, che con la morte di Leonardo, ultimo conte di Gorizia, era ritornata a far parte della contea del Tirolo.
L’imperatore non mancò di compensare la fedeltà e i servigi resi dal vescovo Melchiore, il quale proprio per interessamento di Massimiliano presso papa Alessandro VI (1492-1503) fu elevato, il 6 giugno 1503, alla dignità cardinalizia.
Nella dieta che si svolse a Bressanone nel 1504 fu deciso l’impiego di truppe nella guerra, scoppiata per questione di confine, di Massimiliano contro il duca della Baviera meridionale; anche Melchiore vi inviò mercenari.
Nel 1506 il vescovo Melchiore si recò a Roma per preparare l’incoronazione a “Cesare” di Massimiliano, poi a Venezia per trattare con la Repubblica, che stava impedendo il passaggio sul suo territorio dell’imperatore con il suo esercito.
Melchiore trovò a Roma buona accoglienza come inviato dell’imperatore, e da lì inviò direttive per il governo della diocesi e del principato. Prima della partenza da Bressanone, deplorata dal Capitolo del duomo, aveva nominato un governatore per l’amministrazione del vescovado, mentre per le questioni ecclesiastiche avrebbero provveduto il vicario generale, il vescovo ausiliare e altri canonici.
Fu nel gennaio del 1508 che Massimiliano si dispose a partire per Roma con un esercito, ma per il rifiuto di Venezia a farlo transitare nel suo territorio se non con una semplice scorta d’onore, dovette fermarsi a Trento. Si indignò talmente da iniziare la guerra contro Venezia. Nel febbraio proclamò di non esser più il Re dei Romani ma Imperatore; Melchiore fu incaricato di comunicarlo al papa, che diede l’assenso. La guerra contro Venezia si estese e durò otto anni, si formò persino un’alleanza tra Stati (Papa, Francia, Inghilterra e Germania), la Lega di Cambrai, a costituire la quale collaborò anche Melchiore.
Il vescovo Melchiore si ammalò gravemente a Roma e morì il 3 Marzo 1509; fu sepolto solennemente nella chiesa di Ara Coeli, poiché quella di S. Maria dell’Anima, luogo di sepoltura secondo le disposizioni testamentarie, non era ancora terminata.
Il vescovo Melchiore fu indubbiamente un importante principe vescovo, anche se operò principalmente al servizio dell’imperatore Massimiliano, per cui fu spesso assente da Bressanone, dovendo così trascurare gli aspetti ecclesiastici del vescovado.
A suo merito va però ricordata la fioritura, durante il suo governo, delle arti. E’ di quel tempo la costruzione dell’attuale chiesa parrocchiale di Bressanone, la chiesa di S. Michele, consacrata nel 1503.
E’ di quel tempo (1496) lo splendido busto d’argento di S. Agnese per la reliquia della santa, opera di Valentin Schauer e del maestro Cristoforo, su progetto di Hans Klocker, intagliatore in legno e anche sindaco di Bressanone. A riportare l’arte brissinese in armonia con il tardo gotico fu in particolare il maestro di Uttenheim (Villa Ottone).



La guerra dell’Engadina

In risposta ad irruzioni che nel Gennaio 1499 gli Engadinesi, segretamente aiutati con armi e denaro dai francesi, avevano fatto ma senza esito in Val Venosta, le truppe di Massimiliano entrarono in Engadina saccheggiando e incendiando numerosi paesi, asportando circa 10 mila capi di bestiame, oltre a molti ostaggi. Gli Svizzeri, riorganizzatisi e rafforzati, con un accorgimento tattico piombarono alle spalle delle truppe di Massimiliano, trincerate a Galfa, e il “cesareo” esercito del re, stretto tra due fuochi, fu fatto a pezzi. Caddero 5 mila soldati, tra cui molti mercenari di Bressanone, e molti altri perirono nelle acque dell’Adige. Migliaia furono i prigionieri. I vincitori devastarono la Val Venosta, incendiando i paesi tra Laudes e Silandro. Tutto fu raso al suolo, tanto che i superstiti dovettero nutrirsi per qualche tempo di sola erba. Gli Svizzeri si ritirarono dalla Venosta soltanto per l’avanzare di nuove truppe tirolesi.
Alle spaventose notizie il vescovo Melchiore rispose radunando nuove truppe, reclutando a Bressanone tutti gli “abili”, così che il clero del duomo dovette accollarsi il servizio di guardia della città. Il vescovo marciò con le truppe fino a Malles, dove incontrò Massimiliano ivi giunto con un nuovo esercito; con lui il 30 maggio festeggiò il Corpus Domini nel monastero di Santa Maria.
I combattimenti tra le truppe austriache e svizzere proseguirono nel Vorarlberg, finché, il 22 settembre, si arrivò alla pace di Basilea, che sancì l’indipendenza dei Cantoni svizzeri.



L’eredità del cardinale Melchiore di Meckau

Il giorno prima di morire il vescovo di Bressanone Melchiore di Meckau aveva redatto il testamento, nominando erede universale la chiesa nazionale tedesca di S. Maria dell’Anima, che si stava finendo di costruire a Roma.
Fu però papa Giulio II (1503-1513) a incamerare l’eredità, eccependo la mancanza del benestare della curia romana e che in base al diritto ecclesiastico vigente spettasse alla camera apostolica il diritto all’eredità di principi della Chiesa deceduti a Roma.
Il cardinale Meckau aveva lasciato un considerevole patrimonio, gran parte del quale, circa 153 mila fiorini, depositato presso la banca Fugger di Augusta. Il papa autorizzò Massimiliano I, che ne aveva fatto richiesta, a prelevare il tutto perché venisse consegnato al vescovado di Bressanone; ma su pressioni del sovrano il nuovo vescovo Christoforo di Schrofenstein gli permise di prelevare a titolo di prestito parte del deposito bancario, che nel 1515 era sceso a 32000 fiorini; anche questi il sovrano chiese e ottenne. E’ vero che per qualche tempo corrispose degli interessi, ma nè il vescovado di Bressanone nè la chiesa nazionale tedesca di Roma ricevettero alcunché delle ingenti somme lasciate da Melchiore di Meckau. Così il principale erede rimase Massimiliano, del quale il vescovo Schrofenstein era amico, per cui non osò reclamare la restituzione dell’eredità.



CRISTOFORO I di SCHROFENSTEIN (1509-1521)

Della casata nobiliare il cui castello si trova tuttora sopra Landeck, Cristoforo di Schrofenstein, nato nel 1460, già nel 1480 ottenne un canonicato a Bressanone. Nel 1482 fu incaricato dal vescovo Giorgio Golser di presentare a Roma il rapporto sulla diocesi (visita ad limina). Dal 1487 al 1493 con l’assenso del Capitolo del duomo si dedicò agli studi laureandosi nel 1493 in diritto civile ed ecclesiastico. Nello stesso anno ottenne un canonicato a Trento.
Nel 1496 sia il vescovo di Trento che quello di Bressanone gli proposero la carica di coaudiutore; Cristoforo scelse la diocesi in cui era stato educato; benestare a tale nomina fu dato nel 1498 dall’imperatore Massimiliano I (1490-1519) e dal Capitolo del duomo, nel 1502 da papa Giulio II (1503-1513).
Deceduto il 3 Marzo 1509 il vescovo Melchiore, Cristoforo giunse con sollecitudine a Bressanone per accettare l’omaggio dei sudditi; nel Maggio dello stesso anno Massimiliano I gli concesse i diritti regali; col sovrano il nuovo vescovo si incontrò nel 1510 ad Augusta in occasione della dieta imperiale che durò alcuni mesi.
Soltanto nel Gennaio del 1511 Cristoforo si prese il tempo per ricevere la consacrazione sacerdotale ed episcopale; la sua prima Messa la celebrò solennemente in duomo il 26 Gennaio. Già il giorno dopo tenne un Sinodo diocesano, al quale convennero numerosi sacerdoti; furono ben trenta le disposizioni prese da tale Sinodo, che purtroppo, come in altre analoghe occasioni, non furono applicate.
Vescovo ausiliare fino al 1513 fu Corrado Reichard, che svolgeva tale funzione dal 1482; suo successore, dal 1514 al 1533, fu Giovanni Kneufl.
Anche il principe vescovo Cristoforo fu coinvolto nelle guerre di Massimiliano, in particolare quella contro Venezia, che, iniziata già ne1 1508, durò otto anni e comportò enormi spese. Massimiliano convocò più volte, anche a Bressanone, la dieta provinciale per esigere dagli Stati (ceti) tirolesi ingenti somme per il pagamento dei mercenari, contributi in vettovaglie, materiale bellico e truppe. Era legge dell’Impero (del 1467) che i principati territoriali dovessero contribuire alle guerre imperiali. Per evitare disparità e confusioni nella ripartizione degli oneri, si stipulò ad Innsbruck una convenzione, il cosiddetto “libello dell’11” (Landlibell) del 24 Giugno 1511, che regolava la coresponsione dei contributi a seconda delle zone e dei ceti.
Il vescovo di Bressanone, pur essendo principe dell’Impero, si impegnò, per sè e per i successori, a contribuire alle spese belliche secondo la grandezza dei territori.
Da una parte ci fu l’esenzione dall’imposta imperiale, dall’ altra si evidenziò la tendenza di sottomissione del vescovado, di per sè principato indipendente secondo il diritto imperiale, nei confronti del Tirolo.
Il 1512 fu pessimo anno per il Tirolo del Sud, colpito, specialmente la zona tra Bressanone e Chiusa, da disastrose inondazioni, da peste e da scarsi raccolti. Il vescovo fuggì dall’epidemia a Brunico, poi riparò nel castello di Hennfels presso Sillian.
Quando nella dieta di Bressanone del marzo 1513 il rappresentante imperiale fece nuove richieste in truppe, materali, denaro, i rappresentanti territoriali dichiararono esaurite le loro possibilità a causa delle catastrofi naturali e dei precedenti oneri per la guerra. Crebbe il dissenso per la guerra stessa, non ritenuta necessaria, per cui fu accettata solo una piccola parte della pretesa. Il principe vescovo ebbe enormi spese specie per la difesa dei distretti del principato confinanti col territorio veneziano, per esempio Buchenstein, dove ci furono frequenti incursioni e battaglie.
Ritornata la calma, il vescovo dispose le visite pastorali in diocesi, incaricandone il vescovo ausiliare Kneufl e il vicario generale Aichhorn, che le effettuarono nel 1517. Le fece effettuare nonostante le obiezioni dell’imperatore, anche perché il Concilio provinciale di Salisburgo del 1512 aveva disposto visite pastorali e riforme in tutte le diocesi.
Nel 1518 il vescovo si trattenne cinque mesi ad Innsbruck per partecipare alla dieta generale dei territori austriaci della corona. Al ritorno da Innsbruck si ammalò ma guarì presto. Il 12 Gennaio 1519 morì però Massimiliano I.
Il vescovo Cristoforo partecipò ad un Consiglio degli Stati provinciali, che doveva trattare sul governo provinciale, fino alla venuta del nuovo principe. In questa assemblea i rappresentanti provinciali pretesero una riforma del clero. Cristoforo era disposto ad impegnarsi per affrontare il cattivo stato di cose esistente sin dal XV secolo, ma non glielo permisero le condizioni di salute.
Nonostante la malattia il vescovo Cristoforo si recò nel Marzo 1521 ad Innsbruck, dove, il 29 marzo, munito dei sacramenti, morì all’età di 60 anni. La sua salma fu portata a Bressanone e deposta in duomo nella cappella di S. Cristoforo; la lapide sepolcrale, in marmo rosso, che si trova ora sulla facciata del duomo, fu opera del famoso Maestro di Salisburgo Hans Valkenauer.



Contadini in rivolta

In occasione della morte dell’imperatore Massimiliano I (1519) scoppiarono in qualche zona dei tumulti presso la popolazione contadina a causa della pessima situazione economica. In alcuni distretti inoltre nel 1520/21 per le cattive condizioni meterologiche ci furono rincaro prezzi e fame, specialmente nella zona di Bressanone, dove lo straripante Isarco nel 1520 aveva trascinato con sè il ponte Aquila e alcune case, mentre alcune persone erano scomparse tra i flutti. A Pentecoste, appunto a causa delle tristi condizioni, una marea di contadini si radunò presso la sede giudiziaria di Rodengo, intenzionata ad assaltare il castello. Sigismondo Prandisser riuscì a calmarne gran parte, ma i più battaglieri, circa 800, raggiunsero Bressanone; il vescovo Cristoforo inviò loro incontro il giudice della città e il sindaco, i quali riuscirono a calmarli, anche perché i rivoltosi erano alquanto disuniti mancando loro un’abile guida.



SEBASTIANO II SPRENZ (1521-1525)

Sebastiano Sprenz, o Sprentz (latinizzato Sperantius, secondo la tradizione umanistica ormai di Bressanone dal tempo di Nicolò Cusano), originario della Svevia, aveva ricevuto gli ordini minori ad Augusta e si era laureato in diritto. Per alcuni anni fu cancelliere del cardinale Matteo Lang, dal quale nel 1511 ottenne una rendita vitalizia. Nel 1513 divenne prevosto a Bressanone, ma nell’esercizio di tale carica si fece rappresentare da un viceprevosto, dovendo spesso assentarsi per adempiere agli incarichi affidatigli da Matteo Lang e dall’imperatore Massimiliano I (1490-1519). Il 30 Marzo 1516 fu ordinato sacerdote ad Augusta.
La notizia dell’elezione a principe-vescovo di Bressanone, avvenuta il 9 Aprile 1521, gli giunse durante il viaggio di ritorno da una missione di ambasciatore imperiale in Polonia.
Dopo la conferma da parte di papa Leone X (1513-1521), il 9 Settembre ricevette a Bressanone la consacrazione episcopale.
Leonardo di Fiè, prefetto dell’Adige, aveva fatto di tutto per far eleggere Sebastiano Sprenz, volendo con ciò fare un favore al cardinale Matteo Lang, del quale era amico dal 1514. Il governo di Innsbruck avrebbe invece voluto come vescovo il canonico di Bressanone Sigismondo di Thun. Anche se l’intera nobiltà era a favore del Thun, essendo Sprenz di estrazione borghese, l’imperatore sollecitò l’elezione di Sprenz. Il decano del duomo Gregorio Angerer testimonia come il clero nella primavera del 1521 non fosse certo ben disposto nei confronti del principe vescovo che sentivano loro imposto. E’comprensibile l’avversione del decano, dato che l’Angerer stesso avrebbe desiderato diventare vescovo. Si può capire perciò come il Sinodo convocato dopo la Pasqua del 1521, col quale il nuovo vescovo voleva procedere contro la somministrazione dei sacramenti a pagamento e contro altri abusi, fosse boicottato dal clero.
Anche come vescovo Sebastiano Sprenz rimase al servizio dell’imperatore, nel 1523 divenne persino cancelliere del Tirolo, per cui fu spesso chiamato ad Innsbruck.
In quegli anni la dottrina di Lutero stava penetrando anche in Tirolo, rapidamente propagata dai numerosi minatori provenienti in parte dalla Sassonia. Già nel 1521 un monaco di nome Jakob Strauss aveva proclamato il Vangelo luterano a Schwaz e Hall: non essendoci chiesa capace di contenere la gente, dovette predicare all’aperto. Quando Strauss su pressione del governo di Innsbruck dovette lascare il luogo di proselitismo, gli succedette Urban Regius. In val Pusteria fu Matthias Messerschmied, abate di Stift Innichen (S. Candido), a diffondere le novità religiose; fu fatto arrestare dal vescovo Sebastiano Sprenz il 13 Settembre 1524, e per venire scarcerato il 12 Gennaio 1525 dovette abiurare.
L’arciduca Ferdinando I (fratello minore dell’imperatore Carlo V) già dal 1522, pur riconoscendo che la colpa era da attribuirsi al malcostume e al discredito del clero, con vari divieti si oppose alle nuove dottrine, comminando anche pene severe, ma non fece che accrescere il dissenso.
Poiché anche la borghesia cittadina di Bressanone inclinava verso le idee della Riforma, il principe-vescovo fece delle concessioni ai cittadini, forse per accattivarsene il favore e distoglierli dalla contestazione religiosa; ma alla sua buona disposizione verso i cittadini si opposero la nobiltà e il clero che non intendevano nemmeno discutere una diminuzione dei loro privilegi.
Lo spirito della rivolta (alimentato anche dalle notizie sulla guerra dei contadini in Germania) aveva ormai pervaso le masse popolari; la situazione precipitò nel Maggio 1525 (vedi scheda).
Quando il 12 Luglio Ferdinando I potè assumere il vescovado nella sua amministrazione, si pensò che il principe territoriale volesse por fine ai principati ecclesiastici di Bressanone e di Trento, incorporandoli nel Tirolo, adempiendo così ad una delle richieste degli insorti, che miravano appunto alla soppressione del potere temporale dei principi-vescovi. Ma per Ferdinando si trattava principalmente di togliere potere a Gaismair.
A metà Agosto il comandante dei contadini fu citato a presentarsi al Consiglio aulico (Hofrat) del Tirolo, ad Innsbruck, per discutere sui vari problemi: venne senza indugio arrestato e posto in soggiorno coatto. Talmente deluso da questa violazione della parola data, Michael Gaismair da riformatore divenne rivoluzionario.
Sebastiano Sprenz, che all’inizio della rivolta si trovava ad Innsbruck, riparò a Veldes in Carniola, dove soggiornò dal 27 Maggio alle metà di Giugno, poi si recò al castello di Andraz a Buchenstein e infine a Brunico, dove morì il 3 Ottobre 1525.
Fu sepolto nella chiesa parrocchiale della città sulla Rienza.



Inizia la “ guerra rustica”

9 Maggio 1525: mentre era già in atto la rivolta dei contadini da Vipiteno a Bolzano, Chiusa e Bressanone, il ribelle Peter Passler di Anterselva, arrestato con altri partigiani contadini l’11 settembre 1524 presso Silandro, dopo un lungo processo era stato condannato alla pena capitale; appena fu fatto uscire dal castello per esser condotto alla piazza dell’esecuzione, passato il ponte, sopraggiunsero i contadini che sottrassero con la forza il Passler dalle mani degl giudice e dell’ufficiale giudiziario. Fu l’episodio con cui l’improvvisato movimento partigiano dei contadini di val Pusteria si avviò a diventare lotta di liberazione; iniziò così la rivolta dei contadini, detta anche “guerra rustica” o “rusticana”.
Nei giorni successivi furono presi d’asalto e saccheggiati i conventi di Stams, Wilten, Marienberg, Steinach, Bolzano, Merano, oltre all’abbazia di Novacella, il cui abate aveva rifiutato di versare ai contadini 5 mila fiorini; non poche furono le persone trucidate.
Il 10 Maggio 5 mila contadini si riversarono nella città vescovile, dove distrussero le case dei canonici e non risparmiarono il palazzo vescovile, il cui padrone di casa si trovava ad Innsbruck. La porta del castello reca ancora i segni di quell’attacco.
I contadini, dopo aver eletto il 13 Maggio a loro comandante in capo Michael Gaismair, funzionario nella segreteria del principe-vescovo di Bressanone, agli inizi di Giugno si riunirono a Merano, dove decisero i “64 articoli” (Beschwerdeartikel): alcuni riguardavano postulati di carattere religioso e morale, altri trattavano questioni giurisdizionali e dell’amministrazione arciducale, i rimanenti si riferivano al diritto privato e alle autonomie locali. Tra le richieste, l’abolizione dei monasteri, la soppressione dei beni temporali della Chiesa, la libertà di predicazione del Vangelo e la libera elezione del parroco.
Michael Gaismair, che non aveva partecipato all’assemblea di Merano, dalla sua residenza nel palazzo vescovile indirizzò al principe-vescovo Sebastiano Sprenz, rimasto nel capoluogo tirolese, una lunga lettera, attestante la sua volontà di procedere sulla strada delle riforme senza compromettere il sistema politico esistente; rivendicante inoltre il merito di esser riuscito a normalizzare la situazione della città, non più in balia dei facinorosi.



GIORGIO III d’AUSTRIA (1525-1539)

Dopo la morte del vescovo di Bressanone Sebastiano Sprenz il Capitolo del duomo su sollecitazione dell’arciduca Ferdinando I (1521-1564) scelse come successore Giorgio d’Austria, pur sapendo che anche il decano Gregorio Angerer sperava di divenire vescovo.
Giorgio era figlio illegittimo dell’imperatore Massimiliano I (1490-1519), il quale permise solo a questo tra i suoi discendenti illegittimi di portare il titolo d’Austria; educato in Olanda assieme a Carlo e Ferdinando, nipoti dell’imperatore, Giorgio si trovava in Spagna quando fu scelto come vescovo di Bressanone.
Il Capitolo del duomo però non poteva formalmente eleggerlo ma solo farne richiesta poiché Giorgio aveva appena 21 anni ed era di nascita illegittima. Quando il principe territoriale Ferdinando I si interessò a Roma perché la richiesta del Capitolo venisse accettata, papa Clemente VII (1523-1534) acconsentì ma a condizione che Giorgio fino a 27 anni di età si limitasse all’amministrazione del vescovado; solo allora poteva esser consacrato, previa dispensa da parte sua, dovuta per la nascita illegittima, dispensa che concesse.
Ma poiché nel Maggio 1526 si giunse alla guerra tra l’imperatore e il papa, che portò un anno dopo al “Sacco di Roma”, la conferma papale, pur concessa il 9 Aprile 1526, tardò a lasciare Roma. Mentre Giorgio attendeva in Spagna il documento papale, il principe territoriale agì con estrema durezza contro gli insorti in Tirolo. Per i capi era prevista la pena capitale, per gli altri riconosciuti colpevoli decise la confisca dei beni, l’esilio oppure la mutilazione attraverso il taglio delle dita o l’estirpazione della lingua. Persino un cronista come Georg Kirchmair, non certo amico dei contadini, ammise che Ferdinando esercitò più vendetta che giustizia.
Il comandante dei contadini e dei minatori Michael Gaismayr, che il 7 ottobre 1525 era riuscito a fuggire dal soggiorno coatto di Innsbruck, nell’inverno 1525/1526 elaborò a Klosters la “Tirolische Landesordnung”, da annoverare tra i più importanti programmi sociopolitici della storia, che è ad un tempo un programma di lotta di liberazione, di riforma popolare e di costituzione democratica.
Durante questi tempi difficili la diocesi di Bressanone era senza pastore; Giorgio decise di non attendere più la bolla papale e, poiché aveva saputo della conferma, di recarsi a Bressanone, dove giunse l’8 Novembre 1527. Suo primo scritto ai suoi funzionari fu l’ordine di procedere contro gli anabattisti.
Giunta finalmente, all’inizio del 1528, la conferma papale, nell’Agosto dello stesso dello stesso anno il vescovo Giorgio tenne un Sinodo diocesano, le cui decisioni furono pressoché identiche a quelle del Sinodo del 1511.
Poiché a quel tempo incombeva la minaccia dei Turchi su Veldes e sull’intera Carinzia, Giorgio, animato dallo spirito cavalleresco di suo padre, volle andare di persona in guerra, ordinandosi anche un’armatura, ma non si arrivò a tanto, anche se già nell’autunno 1529 i Turchi assediavano Vienna.
In compenso al principe vescovo si offrì un’occupazione più piacevole. Giunta la notizia che Carlo V dalla Spagna stava venendo in Italia, Giorgio si fece sostituire dal vicario generale Georg Stammler, dal comandante di Bressanone Jakob Khuen von Belasi, dal maestro di corte Reimprecht von Payrsberg e dal Segretario Stephan Lercher e alla fine di Agosto del 1529 raggiunse l’imperatore a Piacenza e viaggiò con lui verso Bologna, dove si trattenne alcune settimane.
Tornò a Bressanone, ma non vi rimase a lungo, perché quando nel Febbraio 1530 Carlo V (1519-1556) fu incoronato imperatore da papa Clemente VII nella chiesa bolognese di S. Petronio, il vescovo Giorgio volle esser presente. Di nuovo a Bressanone, per essere in Germania a fine Aprile per accogliere solennemente l’imperatore, dal quale ottenne i diritti regali.

Il 6 Giugno 1530 il vescovo Giorgio si recò col re di Boemia e Ungheria e conte del Tirolo Ferdinando d’Asburgo, fratello minore di Carlo V, alla dieta di Augusta, dove fu proclamata la celebre “Confessio Augustana”. Tornato nuovamente a Bressanone, il 25 Novembre gli fu affidato un nuovo e piacevole incarico, di accompagnare da Linz in Olanda la sorella dell’imperatore, la vedova regina d’Ungheria, Maria. Partì l’11 febbraio 1531 per tornare a Bressanone il 23 febbraio 1532.
In questo periodo la zona di Bressanone ebbe a sopportare le conseguenze del passaggio di soldatesche. Era cresciuto anche il pericolo degli anabattisti, nonostante la durezza dei provvedimenti contro di loro del principe territoriale.
Il 12 Ottobre 1532 il vescovo amante dei viaggi fece visita all’imperatore a Villach, passò per Veldes, per tornare a Bressanone il 15 Novembre.
Il 14 Novembre 1533 su incarico dell’imperatore accompagnò di nuovo la regina Maria in Olanda. Prima di partire raccomandò comunque la sua diocesi al principe vescovo di Trento Bernardo Clesio. Fino a gran parte del 1535 soggiornò a Bruxelles, non curandosi quasi più del suo vescovado.
Fortuna che alla guida spirituale della diocesi ci pensò il vicario generale Georg Stammler, che si impegnò con energia per i diritti della Chiesa e lottò strenuamente contro gli anabattisti.
Tornato il 27 ottobre 1535 a Bressanone, dovette lasciare nuovamente la diocesi il 21 Febbraio 1536 per raggiungere l’imperatore a Napoli e unirsi a lui per recarsi a Roma.
Tornato il 29 Luglio dal suo viaggio in Italia, in autunno partecipò ad una dieta a Innsbruck e in questa occasione ricordò al principe territoriale l’antica usanza del conte del Tirolo di ricevere i feudi dal vescovado di Bressanone.
Deve avere sicuramente pensato di non vedere più la diocesi di Bressanone, infatti il 30 ottobre 1536 si recò nuovamente dalla regina Maria a Bruxelles, dove si ammalò gravemente.
Non mancarono le lamentele sul comportamento dell’indegno pastore, peggiorandosi nel periodo del suo governo la situazione in diocesi; il vescovado stava andando in rovina, secondo quanto scrive un cronista del tempo, Georg Kirchmayr di Novacella.
Quando nel 1538 la situazione economica si aggravò talmente che ad Innsbruck si temette una nuova rivolta, dopo quella del 1525, si pregò il vescovo Giorgio di rinunciare al vescovado. Il vescovo acconsentì e lo fece il 18 Gennaio 1539, dopo che l’imperatore l’ebbe nominato arcivescovo di Valencia, previa promessa di volere l’ordinazione sacerdotale e la consacrazione episcopale; fu ordinato e consacrato appunto a Valencia.
Il periodo di governo di Giorgio d’Austria, la cui vita privata non fu ineccepibile (ebbe anche un figlio illegittimo) significò per la diocesi di Bressanone una vera disgrazia. Che il Tirolo fosse rimasto nella fede cattolica lo si deve forse anche all’energico intervento dell’arciduca Ferdinando, che fu particolarmente rigoroso contro gli anabattisti: circa 600 furono giustiziati e circa 6 mila dovettero emigrare.



La “Tirolische Landesordnung” di Michael Gaismayr

Michael Gaismayr, nato a Sterzing nel 1491, “Zollmeister”, cioè capo dei doganieri del principato vescovile di Bressanone, divenuto comandante dei contadini e dei minatori nell’ambito della “guerra rustica” del 1525, dopo aver riscontrato l’impossibilità di attuare efficaci riforme all’interno del sistema politico-sociale esistente, si impegnò a fondo nella rivoluzione attiva. In tutta la vicenda della “guerra di liberazione” che seguì alla rivolta dei contadini del 1525, Gaismayr si è rivelato l’unico in grado di concepire un programma e una rivoluzione tanto radicale da costringere gli Asburgo dapprima a combatterlo, poi ad allontanarlo dal Tirolo nel luglio del 1526, e infine a cercare per sei anni di ucciderlo.
Scritto in forma di manifesto all’inizio del 1526, il suo “Ordinamento regionale del Tirolo” è uno dei più interessanti e maturi documenti di riflessione socio-politica elaborati durante la guerra dei contadini nei paesi di lingua tedesca all’inizio del ‘500. Il suo interesse deriva sia dall’organicità e dall’arditezza delle tesi che sostiene, sia dall’essere programma di radicale rinnovamento sociale, riflessione etico-politica di un capo rivoluzionario la cui attività non fu soltanto politica ma ebbe anche una brillante dimensione militare.
L’obiettivo principale della costituzione proposta da Gaismayr, che è inequivocabilmente fondata sul Vangelo, è la costruzione di una comunità di eguali, senza servi e senza padroni, basata essenzialmente sul superamento della proprietà privata in tutte le sue forme; l’Ordinamento di Gaismayr, progetto comunistico tra crisi del feudalesimo e primordi capitalistici, ha delle peculiarità e un’importanza del tutto singolari; utopia non avulsa dal contesto socio-economico è ben calata in una realtà regionale: è ideale utopico di tipo comunistico, ma in un senso cinquecentesco e rapportato esclusivamente al Tirolo di quell’epoca.
Gaismair non potè però attuare la sua “Tirolische Landesordnung”, unità tra utopia e realismo e scarno pragmatismo, sintesi tra sentimenti patriottici e piani politici internazionali, compenetrazione tra Vangelo radicale e attività socio-politica rivoluzionaria.
Dopo 6 anni di lotta partigiana e guerra di liberazione, caratterizzati da piani militari riusciti e non, da episodi come la lunga marcia e l’epopea di Pinzgau, si arrivò alla mattina del 15 aprile 1532: a Padova, in una casa nei pressi di Pra’ della Valle, dove Gaismayr era ospite di un pittore, avvenne ciò che Marin Sanuto, storico ufficiale della Serenissima, narra nei suoi Diari: “... di Padoa se intese esser stà morto il capitanio Michiel Gasmaier tedesco, homo di gran seguito, bandito dal re dei Romani con taia...”; due avventurieri giunti in città si trasformarono in sicari e con “ ferite 42 di daga et spada” si guadagnarono i mille fiorini d’oro della taglia posta sul capo di Gaismayr dall’arciduca Ferdinando d’Asburgo.



Anabattisti e Hutteriti

Gli anabattisti erano cristiani “di sinistra” dei primissimi tempi della Riforma protestante, che alla base del loro indirizzo separatista, sia dalla Chiesa cattolica che da quella luterana, rifiutando il “pedobattesimo”, cioè il battesimo dei fanciulli, posero il battesimo degli adulti (dal greco anà “di nuovo” e baptìzo “battezzo”, come espressione di coscienza del battezzato e della sua volontà di purificazione. Il movimento sorse dal fermento sociale che nei primi decenni del ‘500 provocò le grandi rivolte contadine, specie la guerra dei contadini in Germania divampata nel 1524.
In Tirolo furono in particolare i partigiani di Michael Gaismayr ad aderire al millenarismo predicato da Jakob Hutter: nato a Moos presso S. Lorenzo in Val Pusteria, dopo l’istruzione primaria a Brunico aveva imparato a Praga il mestiere di cappellaio, da cui il soprannome di Huter; pare sia stato iniziato all’anabattismo a Klagenfurt.
L’anabattismo hutterita meglio si conformava alle attese messianiche dei contadini esasperati; l’appassionato anelito religioso di Jakob Hutter affascinava, con immagini bibliche e apocalittiche, i ribelli tirolesi; la propaganda anabattista nelle valli altoatesine, sostenente che “secondo la vita degli apostoli niun dee possedere alcuna ricchezza propria, ma tutti li beni si devon mettere in comune, e che tale deve essere la vita di tutti li christiani”, preoccupò l’arciduca Ferdinando, che già nel 1527 li mise al bando comminando severe punizioni.
Con la morte nel 1532 di Gaismayr l’anabattismo si diffuse sempre più nei ceti umili della popolazione tirolese, mentre Hutter concepì e poi attuò una comunità-chiesa di nuovo tipo, dapprima applicando la comunione dei beni e infine organizzando un disciplinatissimo comunismo di produzione, oltre che di consumo.
L’arciduca fu spietato contro gli anabattisti, considerandoli sia eretici che irriducibili ribelli che volevano abbattere e mutare radicalmente l’ordine costituito. I verbali dei processi a carico degli anabattisti scoperti, nel 1532, in val Pusteria sono molto interessanti per conoscere l’estrazione sociale degli imputati e anche il progressivo evolversi del comunismo evangelico di Jakob Hutter. Gli inquisiti della comunità di Welsberg (Monguelfo) sono quasi tutti poveri contadini, braccianti e servi o mandriani, alcuni piccoli artigiani, calzolai e sarti. Dagli interrogatori trapelano notizie sul clima di terrore instaurato da un sistema di governo poliziesco, che da Innsbruck spadroneggiava anche nel principato vescovile di Bressanone. I metodi della repressione e le pene inflitte furono crudeli: quei pochi anabattisti che si lasciarono persuadere alla ritrattazione vennero decapitati e poi dati alle fiamme, mentre quelli che rifiutavano di ricredersi furono bruciati vivi.
Jakob Hutter decise allora di cercare una nuova patria per sè e per i suoi compagni di fede; con più di mille persone, uomini, donne e qualche bambino, la trovò in Moravia e dall’agosto 1533 alla primavera del 1535 potè realizzare a Staupitz il comunismo evangelico che avveva già avvviato nelle comunità, ormai disperse, della val Pusteria.
Tornato in Tirolo, Hutter fu catturato con la moglie la notte del 19 Novembre 1535 in una casa di Chiesa d’Isarco e portato a Innsbruck, dove dopo varie torture e maltrattamenti fu bruciato vivo davanti al “Tetto d’Oro” il 25 Febbraio 1536.



BERNARDO I CLESIO (1539)

Bernardo Clesio era nato l’11 Marzo 1485 nel castello di Cles in Val di Non; compiuti gli studi a Bologna, divenne consigliere dell’arcivescovo di Trento Giorgio III di Neideck (1505-1514), alla cui morte gli succedette sul seggio vescovile, il 12 Giugno 1514, a 29 anni di età. La conferma da parte di papa Leone X (1513-1521) giunse il 25 Settembre 1514. Bernardo Cles, come molti altri principi della Chiesa, non fu solamente un prelato eminente, colto ed amante delle lettere, ma anche accorto uomo politico, per cui l’arciduca Ferdinando d’Asburgo lo volle oratore, consigliere e capo del consiglio segreto di Stato; come tale Bernardo Clesio ebbe un ruolo importante in politica ecclesiastica, come sostegno al cattolicesimo in Germania e promotore del Concilio di Trento.
Nel 1530 partecipò come rappresentante di Ferdinando all’incoronazione imperiale di Carlo V a Bologna, dove papa Clemente VII (1523-1534) conferì a Bernardo il cappello cardinalizio. Deceduto il papa nel 1534, tra i candidati alla tiara ci fu anche, proposto da Ferdinando, il cardinale Clesio.
Pur se dovette, per fermarsi alla corte di Ferdinando o viaggiare al suo servizio, assentarsi spesso dalla diocesi, Clesio intervenne energicamente, anche con qualche crudeltà, contro la diffusione delle novità religiose, memore anche dell’esperienza fatta un giorno che stava lasciando Trento: come narra il nunzio presso la corte di Ferdinando, Girolamo Rorario, “El primo giorno partite de qui Monsignor de Trento li fu piliati li muli da vilani et poi restituiti, et a lui fu dicto che l’andava con tanti cavali et tanta superbia et che San Pietro havea de gratia cavalcare un asino; poi per la strada li fu facti diversi insulti.”
Il cardinale si preoccupò però anche con sollecitudine per un rinnovamento della diocesi promuovendo visite pastorali e tenendo Sinodi diocesani. Di particolare rilievo la sua attività per la costruzione di chiese, palazzi ecc. Grande mecenate, alla sua corte passarono artisti, umanisti e teologi, come Erasmo da Rotterdam, col quale il cardinale fu in corrispondenza.
Dopo la rinunzia, il 18 gennaio 1539, da parte di Giorgio d’Austria al vescovado di Bressanone, pressoché in decadimento anche per colpa sua, il Capitolo della cattedrale di Bressanone postulò, il 21 Gennaio, quale amministratore della diocesi proprio Bernardo Clesio, il quale il 28 Gennaio si liberò di tutti gli incarichi politici.
Il 7 Febbraio Clesio aveva lasciato Vienna ma non essendo ancora giunta la conferma papale girò al largo da Bressanone e raggiunse Trento. Fu con “Breve” del 19 Febbraio che papa Paolo III (1534-1549) gli permise, ciò che avvenne tramite una delegazione il 16 Marzo, di assumere l’amministrazione della diocesi di Bressanone.
Il nuovo vescovo entrò a Bressanone solo il 13 Luglio, dopo aver fatto in Maggio una cura ad Abano Terme.
Ci furono grandi festeggiamenti per la presa di possesso della diocesi, che si conclusero con un sontuoso banchetto e con un trattenimento danzante nei saloni del palazzo vescovile.
La situazione disastrosa della diocesi di Bressanone era nota al cardinale ben prima che ne assumesse la guida: il principe vescovo Giorgio d’Austria, oltre ad aver chiesto al principe vescovo di Trento Bernardo Clesio di interessarsi, durante le sue frequenti e spesso lunghe assenze, delle questioni della diocesi brissinese, aveva anche raccomandato a chi lo rappresentava nella cura della diocesi di chiedere aiuto e consiglio, nei casi particolarmente importanti, al cardinale.
Clesio aveva progettato, nonostante la malferma salute, un vero e proprio piano pastorale, per sradicare da Bressanone ogni traccia d’eresia e per rinnovare in diocesi la religione cattolica.
Clesio volle essere anche a Bressanone un mecenate, così come era stato a Trento; lo testimonia, per quanto concerne i progetti edilizi, una lettera del 27 Luglio in cui chiede al suo vecchio amico Federico Gonzaga l’invio di un valente architetto per la ristrutturazione della residenza vescovile, considerata modesta.
Il giorno successivo, cioè il 28 Luglio, Clesio fu colpito però da infarto, pare alla conclusione di un banchetto offertogli dal Capitolo di Bressanone, presenti un legato di Ferdinando e altri personaggi del tempo. Clesio, cui già a 23 anni era stata diagnosticata la sifilide dal celebre medico Vettori, morì, senza aver ripreso conoscenza, il 30 Luglio. Scomparve così un uomo di statura europea. Fu sepolto nel duomo di Trento.



CRISTOFORO II FUCHS (1539-1542)

Cristoforo Fuchs di Fuchsberg era figlio del consigliere imperiale e comandante di Kufstein, più tardi comandante provinciale Degen Fuchs di Fuchsberg. I Fuchsberg erano al servizio dei conti del Tirolo; accolti nel 1472 tra la nobiltà tirolese, appaiono sin dal 1267 come proprietari del castello Fuchsperg di Appiano.
Trascorse gli anni giovanili alla corte del Württemberg e del Palatinato, dove divenne sostenitore entusiasta del luteranesimo; contribuì anche ad Appiano a sviare molti dalla fede cattolica.
Divenuto regio governatore ad Innsbruck, sposò Margarete von Maxlrain, che gli diede diverse figlie e un figlio. Rimasto vedovo, abbracciò la vita ecclesiastica e dal 1536 fece parte del Capitolo del duomo di Bressanone. Divenuto nel 1539 decano del duomo, promise di impiegare tutto il proprio patrimonio per il vescovado e di regalare alla diocesi tutto il suo vasellame d’oro e d’argento, per il valore di 2000 fiorini, se fosse stato eletto principe vescovo.
Cristoforo in effetti il 1° Settembre 1539 fu eletto, su raccomandazione di Ferdinando I, successore di Bernardo Clesio; il 29 Ottobre fu confermato da Roma e il 29 Novembre fu intronizzato a Bressanone. Tra i molti ospiti c’era anche il figlio Cristoforo, comandante di Kufstein. Poiché in quel tempo non era facile trovare tre vescovi per la cerimonia di consacrazione, Cristoforo col permesso del Papa fu consacrato a Bressanone il 21 Dicembre dal principe vescovo di Coira, Paul Ziegler, che in quel tempo si trovava in Val Venosta, assistito dagli abati di St. Georgenberg e di Stams.
Uno dei primi provvedimenti del nuovo vescovo consistette nell’accogliere alla sua corte molti ragazzi di famiglia nobile e nel procurar loro la necessaria formazione, dato che in quel tempo in tutto il Tirolo non c’erano istituzioni scolastiche pubbliche al di fuori delle scuole del duomo e dei conventi.
Nel 1540 Cristoforo assunse, su richiesta di re Ferdinando, l’ufficio di governatore per il territorio dell’Austria superiore, con effetto dall’inizio dell’anno successivo.
Re Ferdinando si prodigò perché si conservasse tra i sudditi la fede cattolica, cercando di mettere in atto lo slogan del tempo “Riforma della Chiesa dal capo alle membra”, mentre trattava con il vescovo sulla riforma del clero. Il 23 Settembre 1540 fu perciò deciso di convocare il clero ad un Sinodo diocesano, che si tenne il 7 Novembre 1540, sulla base dei precedenti Statuti sinodali; anche da questo Sinodo vennero promulgati degli Statuti, ma a tutt’oggi non si sono ancora trovati. Solo da ordinamenti successivi si apprese come allora si sollecitasse con vigore il rispetto del celibato da parte del clero, così come la corresponsione di una tassa vescovile.
Il principe vescovo Cristoforo Fuchs, che quale governatore dovette fermarsi spesso ad Innsbruck, fu sollecitato nel Maggio 1542 da re Ferdinando e dal nunzio pontificio ad organizzare una visita pastorale nella sua diocesi, per por fine agli abusi nel clero; il vescovo però non riuscì ad andare al di là del desiderio di farlo. In compenso fu lui a consacrare il 28 Maggio a Trento il successore del cardinale Bernardo Clesio, nella persona di suo nipote Cristoforo Madruzzo.
Già a metà Luglio 1542 si volle dare al principe vescovo di Bressanone un coadiutore, cosa della quale Cristoforo Fuchs non era affatto contento. Ma quando in Ottobre si ammalò gravemente, desiderò che fosse suo nipote Cristoforo Madruzzo ad essere eletto suo coaudiutore. Anche se Ferdinando I aveva raccomandato per tale carica il decano del duomo di Salisburgo e canonico di Bressanone, Ambrogio di Lamberg, il 1° Dicembre il Capitolo del duomo scelse, alla presenza del vescovo malato, Cristoforo Madruzzo, che a sua volta addusse molte ragioni a favore di tale scelta.
Il principe vescovo Cristoforo Fuchs morì il 9 Dicembre 1542 e fu sepolto in duomo. La sua pietra sepolcrale in marmo bianco si trova nel chiostro vicino all’ingresso della chiesa di S. Giovanni. Fu il principe vescovo Madruzzo a farla fare, ma fu montata solo 40 anni dopo, sotto il principe vescovo Giovanni Tomaso de Spaur.
Il vescovo Fuchs, che non fu esente nemmeno da nepotismo, fu troppo occupato in questioni temporali perché potesse dedicarsi ad un’ efficace opera di rinnovamento della diocesi.



CRISTOFORO III MADRUZZO (1542-1578)

Figlio di Giovanni Gaudenzio, barone di Madruzzo, (titolo conferito nel 1525 col castello di Juval in Val Venosta), maresciallo di corte del vescovo Bernardo Clesio e capitano supremo dei militi della Chiesa di Trento, Cristoforo era nato a Castel Nanno nei pressi di Trento il 5 Luglio 1512; iniziò i suoi studi a Trento, dove già nel 1529 suo fratello maggiore Nicolò gli lasciò il suo canonicato e la parrocchia di Tirolo, che Cristoforo fece curare da un sostituto.
Compì gli studi, lettere, filosofia e teologia, a Padova e Bologna, dove ebbe tra i maestri il celebre giurista e futuro papa Gregorio XIII, Ugo Boncompagni, e tra i suoi compagni di studi Alessandro Farnese, che da cardinale avrebbe scritto a papa Paolo III in modo entusiasta del suo antico compagno di studi. Meno contento era invece il padre di Cristoforo, che in una lettera del 17 Gennaio 1534 esorta suo figlio a maggior parsimonia.
Nel 1535 Cristoforo fu nominato decano del duomo di Trento dal principe vescovo Bernardo Clesio; l’anno seguente divenne canonico a Salisburgo e nel 1537 anche a Bressanone.
Morto Bernardo Clesio il 30 Luglio 1539, i canonici di Trento elessero come successore il ventisettenne decano del duomo, appena suddiacono, cioè Madruzzo. Poco tempo dopo tale elezione Cristoforo ottene i diritti regali da re Ferdinando. Per la conferma papale si dovette attendere il 28 novembre, pur se il cardinale Farnese incaricato dell’indagine sulla situazione religiosa a Trento aveva dato la più favorevole testimonianza sul nuovo pastore.
Nel Gennaio 1540 il principe vescovo fu invitato dall’imperatore Carlo V (1519-1556) in Olanda. Il 17 Maggio 1542 Cristoforo fu finalmente ordinato sacerdote dallo zio principe vescovo Cristoforo Fuchs e il giorno dopo consacrato vescovo.
Il 29 Maggio celebrò con grande fasto le “primizie pontificali” e la sua prima Messa. Ancora nello stesso anno, nel concistoro del 2 Giugno, papa paolo III lo nominò cardinale “in pectore” (la nomina fu pubblicata il 7 Gennaio 1545).
Su proposta dell’ammalato principe vescovo Cristoforo Fuchs, il Capitolo del duomo il 1° Dicembre 1542 elesse Madruzzo come coadiutore di Bressanone, elezione che fu confermata da papa Paolo III l’11 Dicembre. Morto Cristoforo Fuchs il 9 Dicembre, il Capitolo del duomo postulò Madruzzo come amministratore apostolico del vescovado, e tale scelta fu confermata il 17 Dicembre da papa Paolo III.
Il 15 Aprile 1543 Madruzzo entrò a Bressanone per prender personalmente possesso della nuova diocesi; dopo aver celebrato solenne rito funebre per il suo predecessore e aver accettato l’omaggio dei suoi sudditi, ritornò a Trento. Uno dei padri del Concilio di Trento, il vescovo di Cava, osservò a proposito dei due vescovadi: “E’ qui nele Alpi un mezo re, per che Pressenone di molto poco cede a Trento, e di intrata e di giurisdittione”.
Nel 1544 si recò a Roma per trattare col papa sull’imminente Concilio. Nello stesso anno due legati pontifici fecero presente a Madruzzo l’incresciosa situazione esistente nel Capitolo del duomo di Bressanone: alcuni canonici si accontentavano del suddiaconato per essere ammessi a far parte del Capitolo; tre canonici avevano abbandonato lo stato ecclesiastico per sposarsi; il famoso prevosto del duomo, Gregor Angerer, aveva un figlio, e il vicario generale Johann Gall una figlia; il prevosto del capitolo della collegiata di Nostra Signora, Nikolaus Fieger, pur sollecitato più volte a ricevere l’ordinazione sacerdotale, morì da suddiacono, lasciando molti figli. Dinanzi a questa situazione Madruzzo si vide costretto a rivolgersi al Capitolo del duomo, esortandolo al rispetto delle virtù sacerdotali. Il Capitolo in risposta eccepì sulle qualità dei legati pontifici, che non avevano altro da fare che denunce, e consigliò a chi volesse migliorare gli altri di iniziare prima da se stesso.
Il 13 Dicembre 1545 iniziò finalmente a Trento il Concilio, per il quale si impegnò più di tutti proprio Madruzzo, essendo anche desiderio di re Ferdinando che si iniziasse anzitutto col rinnovamento della Chiesa; la chiarificazione della dottrina sarebbe venuta di conseguenza. In questa circostanza Cristoforo si dichiarò pronto a rinunciare ai due vescovadi e di fare tutto ciò che avesse a prescrivere il Concilio.
Nel 1546 Madruzzo rese nota tramite Gregor Angerer una visita generale al Capitolo del duomo, ai fini del rinnovamento della città di Bressanone così come di tutta la diocesi. Il Capitolo però si oppose e fece intendere si dovesse prima aspettare gli esiti del Concilio. Quando nel 1547 il Concilio fu trasferito a Bologna, Madruzzo si recò ad Ulm, per recare la spiacevole notizia all’imperatore. Infine si recò a Roma a nome di Carlo V, per ottenere dal papa che il Concilio fosse ritrasferito a Trento.
Nel 1548 Madruzzo accompagnò il principe ereditario Filippo II di Spagna in Olanda. Nel frattempo, il 13 Novembre, si svolse a Bressanone, pur in assenza del cardinale, un Sinodo diocesano, su sollecitazione dell’arcivescovo di Salisburgo; tale Sinodo si occupò della cattive condizioni del clero e del suo rinnovamento.

Morto papa Paolo III nel 1549, Madruzzo partecipò a Roma al Conclave, che durò ben due mesi; alla fine fu eletto Giulio III (1550-1555). Mentre il cardinale nell’estate 1550 si trovava a Bressanone, fu proposto da re Ferdinando come coadiutore dell’arcivescovo di Salisburgo, Ernesto di Baviera (1540-1554). La speranza di Madruzzo, che era senz’altro pronto a unire i tre vescovadi, Trento, Bressanone e Salisburgo, fu per fortuna frustrata.
Quando il 1° Maggio 1551 il Concilio si riaprì nuovamente a Trento, c’era anche Madruzzo. A metà Febbraio 1552 tornò nuovamente a Bressanone, dove il 23 dello stesso mese fece convocare il Capitolo, che, secondo il desiderio del principe vescovo, elesse a coadiutore e successore il nipote del vescovo stesso, Giovanni Tomaso de Spaur.
Morto nel 1555 papa Giulio III, Madruzzo si recò nuovamente a Roma per il Conclave, che elesse Marcello II, che però morì dopo tre settimane; altro Conclave, da cui uscì papa Paolo IV (1555-1559), avversario di Madruzzo. Il 15 Ottobre il principe vescovo partecipò ad Innsbruck col suo coadiutore Spaur alla dieta provinciale; ancora nello stesso anno Carlo V lo nominò governatore del ducato di Milano.
Dopo aver trascorso nell’estate 1559 breve tempo a Bressanone, l’occupatissimo cardinale dovette recarsi a Roma per un nuovo Conclave, che elesse papa Pio IV (1559-1565).
Gli anni 1560 e 1561 Madruzzo li trascorse in gran parte a Roma, da dove nominò, con l’autorizzazione papale, Biagio Aliprandi vescovo ausiliare di Trento e Bressanone. Nel 1561 Madruzzo fu nominato anche vescovo di Alba.
Quando il 18 gennaio 1562 riprese finalmente a Trento, dopo lunga sospensione, il Concilio, il cardinale era di nuovo nella sua città vescovile.
Nel 1562 divenne vescovo di Sabina e nel 1564 vescovo di Preneste.
Dopo la conclusione, il 4 Dicembre 1563, del Concilio, il 14 Agosto 1565 Madruzzo fece tenere dal suo coadiutore Spaur un Sinodo, che si occupò soprattutto del clero concubinario.
Al Conclave dello stesso anno tra i concorrenti alla tiara c’era anche Madruzzo. Negli anni seguenti Madruzzo si trattenne quasi sempre nella città eterna.
Nel 1567 si adoperò per l’istituzione di un Seminario a Bressanone ma il suo sforzo fallì a causa della grettezza del Capitolo del duomo, che non voleva rinunciare a due benefici per affrontare le spese relative. Cristoforo aveva già nel 1552 iniziato trattative per affidare ai Gesuiti il collegio che intendeva istituire a Trento e Bressanone sul modello di quello Germanico a Roma. Anche l’arciduca Ferdinando II, al quale Madruzzo si era rivolto nel 1567, era contrario all’istituzione di un seminario a Bressanone; secondo lui il cardinale avrebbe dovuto devolvere gli introiti della mensa vescovile e del Capitolo del duomo per erigere a Innsbruck un convitto per studenti poveri, che avrebbero potuto frequentare sul luogo la già operante scuola dei Gesuiti.
Il 14 Novembre dello stesso anno Madruzzo rinunciò al vescovado di Trento a favore del proprio nipote cardinale Lodovico Madruzzo (1567-1600). Tre anni dopo ottenne però il vescovado di Porto.
Per il miglioramento della situazione religiosa a Bressanone il coadiutore Spaur tenne Sinodi nel 1570 e nel 1576 e visite pastorali nel 1570,1572 e 1577, le quali portarono alla luce gravi abusi. Per esempio, che nel 1570 l’80 per cento del clero brissinese viveva in concubinato. Il cardinale però non si era pressoché più preoccupato della diocesi.
Il 5 Luglio 1578 Madruzzo, vescovo di Alba, Sabina, Preneste e Porto, amministratore apostolico di Bressanone, morì nella villa di Tivoli, mentre era ospite del cardinale Ippolito d’Este, un figlio della celebre Lucrezia Borgia.
L’ultimo riposo Cristoforo lo trovò a Roma nella cappella di famiglia dei Madruzzo nella chiesa di S. Onofrio sul Gianicolo.

Cristoforo Madruzzo, per la sua lingua materna e per sua esplicita testimonianza era tedesco, ma era legato all’Italia dalla lingua di elezione, dalla sua formazione e dal suo umanesimo. Era sicuramente una persona colta e dai molteplici interessi, alla quale però mancava una profonda educazione ascetica e teologica.
Il suo orgoglio e il suo stile di vita splendido lo indussero ad accumulare benefici, cosa che non si conciliava con le decisioni del Concilio di Trento. Anche i favoritismi per la propria famiglia furono alquanto spudorati.
Questo pastore fu una disgrazia per la diocesi di Bressanone? Pare di sì, se si pensa che fu quasi sempre assente dalla diocesi, che il suo coadiutore rimase a lungo senza consacrazione, che il suo vescovo ausiliare non conosceva la lingua tedesca.



GIOVANNI VI TOMASO DE SPAUR (1578-1591)

Figlio del barone Ulrico de Spaur e di Caterina Madruzzo, Giovanni Tomaso, nato nel 1528, già nel 1549 potè accompagnare il celebre zio Cristoforo Madruzzo, arcivescovo di Trento e amministratore apostolico di Bressanone, alla dieta imperiale di Augusta. Due anni dopo lo zio, che fece quanto possibile per aiutare il nipote, gli conferì la prepositura del duomo di Bressanone. Nel 1549 Giovanni Tomaso ottenne anche un canonicato, nonché la prepositura a S. Candido.
Il 23 febbraio 1552, d’intesa col Capitolo del duomo, lo zio cardinale lo nominò coadiutore a Bressanone. Tomaso Spaur ottenne anche una borsa di studio per la sua formazione a Parigi, Pavia e Pisa. Come cappellano d’onore del cardinale fu pressoché assente da Bressanone dal 1561 al 1563. Nel 1564 si fermò a Roma e, tornato a Bressanone, su incarico dello zio tenne un Sinodo diocesano, nel quale furono pubblicizzate le decisioni del Concilio di Trento. Poiché i papi avevano sempre differito la conferma della nomina di Spaur a coadiutore, il 19 Aprile 1564 l’elezione fu rinnovata e comunicata a Roma tramite una lettera di raccomandazione imperiale. Il 17 gennaio 1565 arrivò finalmente la conferma da parte di papa Pio IV (1559-1565). Spaur si fece però consacrare vescovo soltanto il 5 Marzo 1570. Dopo la morte del cardinale Madruzzo prese possesso della diocesi il 3 Agosto 1578.
Fino al 1578 era stato alquanto indolente e di vita comoda, ma dopo aver assunto l’incarico divenne più zelante e si impegnò per le riforme ecclesiastiche. La situazione nel clero in quel tempo era peggiorata. L’ ottanta per cento del clero brissinese viveva in concubinato. Per esempio, il parroco di San Lorenzo, Ferdinand Scharlinger, aveva avuto diversi figli dalla concubina Elisabeth. In occasione delle visite pastorali aveva promesso di migliorare la propria condotta; si cercò di trattarlo con riguardo offrendogli anche un canonicato a S. Candido, gli si affidò l’ufficio di confessore a Sonnenburg, ma poiché la situazione non migliorò, il vescovo non potè far altro, anche su disposizione del Capitolo del duomo di Bressanone, che destituirlo formalmente dalla carica di parroco.
Un mezzo per migliorare la situazione fu appunto la visita pastorale; essa fornì un quadro nudo e crudo della situazione religiosa ed ecclesiale e d’altra parte portò alla rimozione di alcuni abusi. Anche l’arciduca Ferdinando II (1564-1595) si adoperò per sollecitare le visite pastorali. Si curò per la loro efficacia, tra l’altro ponendo al fianco dei sacerdoti un funzionario laico.
Nel 1579 il vescovo Ninguarda girò gran parte della diocesi di Bressanone in qualità di visitatore apostolico; in merito inviò relazione a Roma nonché al principe territoriale.
Spaur fece visitare di nuovo la sua diocesi nel 1582, al fine di scoprire persone sospette di eresia. Per assicurarsi sulla convinzione di fede del popolo si ricorse alla distribuzione e alla raccolta di foglietti di confessione. Autorità laiche e religiose lavorarono per elaborare registri di confessione.
Un ulteriore mezzo per l’esame delle convinzioni di fede della gente consisteva anche nel rintracciare scritti contrari alla Chiesa ed eretici. Se le ricerche portavano a trovare delle persone sospette, queste venivano poste dinanzi all’alternativa, nel caso non servissero gli ammonimenti, di ammettere l’errore oppure di emigrare. Spaur comunque poneva più valore nell’insegnamento tramite la predicazione e l’istruzione che nella punizione. Nei territori al lui affidati ordinò di consegnare gli scritti sospetti e di confessarsi e comunicarsi.
Tomaso Spaur tentò anche di fondare un seminario, ma il suo tentativo fallì per questioni di costi. Da notare che il principe territoriale Ferdinando II, pur impegnato a fondo per la riforma del clero, rifiutò di contribuire alla costruzione di una seminario diocesano a Bressanone. Egli voleva piuttosto che si mandassero molti studenti nel ginnasio dei Gesuiti di Innsbruck e di Hall. In effetti la diocesi di Bressanone vi fece studiare una ventina di giovani, pagandone anche per lo più le spese. Ma qualche giovane venne inviato anche all’Università di Ingolstadt o al Collegio Germanico di Roma, dove dal 1573 al 1600 studiarono dieci sacerdoti della diocesi di Bressanone.
Su sollecitazione di Ferdinando II, il 5 Maggio 1580 Tomaso Spaur dovette, con l’assenso del Capitolo del duomo, nominare coadiutore Andrea d’Austria, figlio del principe territoriale. Con ciò il principe vescovo acquisì un successore ma non certo un collaboratore, per cui nominò vescovo ausiliare il teologo francescano Johann Nas, nomina confermata il 19 Maggio dello stesso anno da papa Gregorio XIII; la consacrazione episcopale avvenne il 18 settembre 1580.
Iohann Nas non era sconosciuto a Bressanone, perché già nel 1571 era stato chiamato dal principe vescovo come predicatore del duomo. L’attività di Nas fu efficace ed ebbe successo, nonostante alcuni aspri conflitti, come quello con il vicario generale del tempo, Adam Arz; si impegnò a fondo per il miglioramento dei costumi come per mantenere integra la fede.
Tomaso Spaur, che era economo e possedeva una spiccata dote per l’amministrazione, nel 1587 completò Castel Velturno, la cui costruzione era stata iniziata nel 1577 dallo zio cardinale Cristoforo Madruzzo. Fino al 1803 tale castello fu la residenza estiva dei principi vescovi di Bressanone.
Tomaso Spaur morì a Bressanone il 25 febbraio 1591 e fu sepolto in duomo. In complesso si può dire che egli abbia preparato il terreno per la riforma della diocesi di Bressanone.



ANDREA d’AUSTRIA (1591-1600)

Figlio dell’arciduca Ferdinando II del Tirolo e della nobile di Augusta Philippine Welser, Andrea era nato il 15 Giugno 1558 nel castello di Brzenic in Boemia; nel 1576 si recò a Roma per gli studi. Papa Gregorio XIII (1572-1585), alquanto parsimonioso nella nomina di cardinali e ancorante la scelta dei candidati ai severi principi della riforma della Chiesa, fece eccezione per il diciottenne Andrea d’Austria, pur non avendo questi l’età legale e non essendo nemmeno chierico. Furono i servigi resi da Ferdinando per il rinnovamento della religione cattolica in Tirolo a motivare il papa a nominare cardinale Andrea d’Austria, il quale, a causa delle nozze morganatiche del padre, era escluso dalla successione.
Altro motivo per ringraziare il padre Andrea lo ebbe il 5 Maggio 1580, quando fu nominato coadiutore a Bressanone dal principe vescovo di Bressanone Tomaso de Spaur e nel 1589 quando il Capitolo del duomo di Costanza lo postulò vescovo della diocesi. Ottenne inoltre l’abbazia di Reichenau e le prepositure di Murbach e Lüders. Per aquisire i suoi numerosi benefici Amdrea si sarebbe servito anche di mezzi simoniaci.
Deceduto nel 1591 il principe vescovo di Bressanone Tomaso Spaur, il coauditore cardinale Andrea d’Austria, poiché come vescovo di Costanza risiedeva a Merseburg, fece prender posssesso del nuovo vescovado, il 22 Aprile, da una delegazione. La conferma papale Gregorio XIII l’aveva già data a suo tempo, il 15 Giugno 1580. Andrea d’Austria però, anche in contrasto cone le disposizioni del Concilio di Trento e gli ammonimenti dei papi, rifiutò di esser consacrato; e non rispettò neanche il celibato: il comandante di Sabiona, Albizzi, aveva dato il nome, e precisamente Hans-Georg Albizzi, al figlio naturale del cardinale; come figlio naturale di Andrea d’ Austria è espressamente indicato dal margravio di Burgau nel testamento del 30 Ottobre 1618. Pare che anche Susanna Albizzi fosse figlia naturale del cardinale, poiché tale nome era del tutto sconosciuto in Tirolo fino alla venuta del fiorentino Albizzi, e questi non aveva nè moglie nè figli.
Il cardinale non sapendo destreggiarsi col denaro si trovò più volte indebitato. Pur essendo un principe della Chiesa amante dello sfarzo, si preoccupò comunque del rinnovamento cattolico.
Visitò la diocesi nel 1596, nel 1598 e per l’ultima volta nell’estate del 1600, mentre nel 1594 incaricò della visita pastorale il vicario generale Alessandro Fabri (1593-1601)
Con suo padre Ferdinando II Andrea d’Austria iniziò una vertenza che durò oltre la morte di entrambi. Si trattava della posizione della nobiltà tirolese residente nel vescovado rispetto al vescovo e al principe territoriale. Il cardinale pretendeva l’alta e la bassa giurisdizione su questa nobiltà, nonché il giuramento di obbedienza e non cedette, per cui la lite continuò senza che si trovasse una soluzione. Come principe di Bressanone il cardinale Andrea seppe così difendere i suoi diritti principeschi, da ricevere l’omaggio di sudditanza dei nobili tirolesi residenti nel principato, che sottomise ai propri tribunali. Il padre arciduca protestò, ma il figlio cardinale si oppose alle inframmettenze del padre tanto a Bressanone quanto nelle terre austriache del vescovado di Costanza, di cui era pure investito. Intransigente, il vescovo si richiamava ai precedenti storici e minacciò di espellere dal suo territorio i nobili che prestassero omaggio a suo padre.
Poco tempo dopo il ritorno dalle esequie di suo padre, svoltesi a Innsbruck nel 1595, il cardinale esternò al Capitolo del duomo la sua decisione di modificare il castello. Aveva già fatto elaborare il progetto e il modello di un nuovo Palazzo vescovile a Bressanone (vedi scheda).
Con la nomina nel 1594 a vescovo ausiliare di Giorgio Benignus di Dajonis (1594-1597), che non capiva una parola di tedesco, Andrea d’Austria esasperò non poco il Capitolo del duomo. Fece meglio nel 1597 quando nominò vescovo ausiliare Simone Feuerstein (1597-1623), nativo di Landeck.
Dal settembre 1598 al settembre 1599, quando suo nipote Alberto, figlio dell’imperatore Massimiliano II (1564-1576) si recò in Spagna per sposare Isabella, figlia di Filippo II, Andrea d’Austria, che era anche governatore dei possedimenti austriaci occidentali, governò i Paesi Bassi spagnoli.
Nel 1600 si recò a Roma per il grande Giubileo. Al ritorno da una gita a Napoli si ammalò improvvisamente. Papa Clemente VIII (1592-1605) gli amministrò l’estrema unzione e per lui fece un pellegrinaggio alle sette chiese principali.
Il 12 Novembre 1600, a 42 anni, Andrea d’Austria morì; fu sepolto nella cantoria della chiesa germanica di S. Maria dell’Anima. A metà XVIII secolo ci furono dei rifacimenti della cantoria, che fu spostata presso il portale d’ingresso della chiesa. Vi si vede ancora la statua del cardinale a figura intera, sul suo monumento funerario, in “perenne adorazione”, un motivo fino allora riservato ai papi.



Il nuovo Palazzo vescovile

L’edificio, progettato nel 1595 da Alberto Lucchese, architetto di corte a Innsbruck, avrebbe dovuto avere quattro ali uguali, disposte intorno a un cortile, al cui centro era prevista una fontana di bronzo con i quattro santi di Bressanone. Ogni lato interno avrebbe avuto su tutti i tre piani undici arcate con loggiati; al primo piano dovevano essere collocate in nicchie ricavate nei pilastri 44 statue di terracotta avrebbero raffigurato gli antenati del cardinale. Esse dovevano riprodurre la genealogia della casa d’Asburgo a partire dalle mitiche origini merovingiche sino al cardinale Andrea, committente dell’opera, la cui immagine avrebbe dovuto trovarsi al centro del cortile, di fronte al portone d’ingresso.
Nel 1595 il capomastro italiano Bartolomeo Valgoi iniziò la costruzione dell’ala sud ed il capomastro brissinense Christian Prugger innalzò il muro di recinzione per il frutteto, con la torretta cinese e la torretta giapponese agli angoli esterni. Lo scalpellino Domenico Ruffin squadrò i pilastri monolitici di granito per le arcate. Nel 1597 lo scultore Hans Reichle (famoso scultore di origine bavarese formatosi presso la bottega fiorentina del Giambologna) iniziò sul posto l’esecuzione delle statue di terracotta, mentre i lapicidi Domenico e Benedetto Ruffin e Andreas Tanner di Tures preparavano in granito le balaustrate e le cornici delle porte.
Il cardinale, che soggiornò a Bressanone per breve tempo solo nel 1596, 1598 e nell’estate del 1600, in quell’anno fu costretto a sospendere i lavori per mancanza di fondi, avendo già speso per il suo palazzo in 5 anni quasi 22 mila fiorini.
Quando nel 1600 i lavori furono sospesi, anche per la morte del principe vescovo, solo l’ala sud era compiuta, e quella orientale appena iniziata. Il progetto Lucchese dovette essere ridimensionato: i particolari (come la fontana) eliminati, le logge, poggianti al pianterreno e al primo piano su pilastri monolitici di granito, limitate alle facciate nord e sud.



CRISTOFORO IV ANDREA SPAUR (1601-1613)

Fratello del principe vescovo di Bressanone Giovanni Tomaso Spaur(1578-1591) e nipote del celebre cardinale Cristoforo Madruzzo, anche lui principe vescovo di Bressanone(1542-1578), Cristoforo Andrea Spaur, nato nel 1543, ebbe la sua prima formazione proprio alla corte dello zio cardinale Madruzzo, che nel 1558 conferì al nipote un canonicato a Trento e nel 1559 uno a Bressanone. Nominato anche, ai fini del rinnovamente della diocesi, commissario generale dello zio principe vescovo, Cristoforo Andrea trattò col Capitolo del duomo sull’istituzione di un seminario e intraprese visite pastorali a Chiusa e Brunico, dove operavano con zelo gli anabattisti.
Eletto decano del duomo nel 1570, Cristoforo Andrea fu consacrato sacerdote ancora nello stesso anno. L’anno dopo si recò a Roma per conto dell’arcivescovo di Salisburgo Johann von Khuen-Belasi (1560-1586), dal quale fu nominato vescovo di Gurk, dove fu oltremodo benefico; riformò il clero, aumentò le scuole, istituì un seminario e introdusse il rito romano.
Cristoforo Andrea Spaur, che fu per sette anni governatore della Stiria, consigliere segreto imperiale e commissario in tutte le diete provinciali, ed anche inviato imperiale presso il papa, lavorò in stretto collegamento col principe territoriale, così che dal 1600 in poi nel vescovado di Gurk la fede cattolica parve sostanzialmente assicurata.
Dopo la morte, nel novembre 1600, del principe vescovo di Bressanone cardinale Andrea d’Austria, l’imperatore Rodolfo II (1576-1612) avrebbe voluto come successore al seggio vescovile il decenne arciduca Carlo. Ma il Capitolo del duomo non si fece influenzare da ciò, ritenendo che Bressanone necessitasse di un vescovo all’altezza dei tempi difficili, per cui il 7 Febbraio 1601 postulò Cristoforo Andrea Spaur a principe vescovo di Bressanone, che ottenne la conferma papale il 14 Marzo.
Preso possesso il 25 Marzo della nuova diocesi, il principe vescovo fece intendere il 27 Aprile al Capitolo del duomo quanto gli stesse a cuore l’istituzione di un seminario. Pensava inoltre di convocare un Sinodo diocesano e intraprendere una visita alla diocesi.
Quanto fosse triste la situazione nei curatori d’anime della diocesi lo si rileva dal rapporto del principe vescovo stesso al cardinale Paracini, protettore della Germania, dopo una visita parziale che ebbe luogo tra il 13 Giugno e il 15 Agosto 1602.
Vi si nota, tra l’altro, che “tra 100 e più sacerdoti che finora sono stati visitati, appena 15, o al massimo 20, sono idonei; si tratta o di monaci usciti dal convento, che non portano più l’abito religioso, che hanno falsificato lettere e sigilli, che furono puniti e scacciati; o concubini, o tali che sono stati ordinati senza dispensa prima dell’età legale. O non recitano mai il breviario o celebrano in stato di peccato mortale oppure non possono celebrare per niente la S. Messa, poiché mutilano le parole della consacrazione o le pronunciano in malo modo o non le pronunciano affatto. Non sanno nulla della confessione e persino della formula d’assoluzione, e sono i più perfetti ignoranti degli articoli di fede e dei precetti della Chiesa. In una parola: l’ignoranza è grande, la devozione scarsa, lo zelo per le anime assente del tutto.

Per tutto ciò nella maggior parte delle comunità il popolo viene male istruito nella fede, al posto della confessione sacramentale viene presentata soltanto una pubblica confessione dei peccati; vengono poco rispettati i precetti della Chiesa riguardanti la confessione pasquale, l’osservanza delle festività, il digiuno.
Nessuno si fa scrupoli circa l’inosservanza della S. Messa nei giorni festivi.”

La seconda parte della visita pastorale, che ebbe luogo tra il Giugno e l’Agosto 1603, portò alla luce gli stessi abusi nel clero come la prima parte, dell’anno precedente. Il principe vescovo tenne allora un Sinodo diocesano dal 22 al 26 Settembre 1603. I decreti sinodali promulgati costituirono un dettagliato ordinamento diocesano.
Per i candidati a ricevere gli ordini sacri era prescritta tra l’altro la presentazione di un attestato del parroco ed un anno di studi di morale. Ogni cappellano o cooperatore doveva anzitutto presentarsi al vicario generale, condizione per poter essere assunto dal parroco.
Ai curatori d’anime venne ingiunto l’esatto adempimento dei doveri dell’ufficio e dell’istituzione. Da loro fu preteso un degno cambiamento di vita, che doveva manifestarsi nell’abbigliamento, nella recita quotidiana del breviario, nell’osservanza del celibato e nella confessione mensile. Per la S. Messa fu prescritto il Messale Romano. Il popolo fu sollecitato a garantire la sicurezza economica del clero.
Ci fu una nuova ripartizione del territorio in decanati. I decani dovevano visitare i curatori d’anime, tenere capitoli rurali e recarsi a Bressanone ai capitoli generali.
Gli Statuti sinodali furono stampati nel 1603 e nel 1604 apparve anche una sintesi in lingua tedesca in edizione popolare.
Soltanto con questo Sinodo si pose mano seriamente all’attuazione dei deliberati del Concilio di Trento.
Il Sinodo diocesano creò un certo malumore nel principe territoriale Massimiliano III (1602-1618), che si sentì trascurato da alcuni decreti sinodali. Dopo lunghe trattive si arrivò nel 1605 alla stipulazione tra il vescovo Cristoforo Andrea Spaur e l’arciduca Massimiliano, conte del Tirolo e gran maestro dell’Ordine Teutonico, di un “patto”, che rappresenta piuttosto un concordato intorno a questioni ecclesiastiche per i territori della diocesi governati dal conte del Tirolo: per la prima volta si tentò una precisa delimitazione delle competenze di entrambi i poteri in materia religiosa; si poterono così rimuovere alcuni abusi.
Un grosso ostacolo ad un radicale innovamento del clero era costituito senza dubbio dalle difficoltà economiche, perché esso non poteva vivere certo con i benefici, per cui doveva ricorrere a introiti accessori di ogni specie.
Il principe vescovo in un rapporto del 4 Agosto 1605 alla Santa Sede così scrive: “I parroci derivano le loro entrate parte dalle decime, parte da proprio lavoro agricolo; essi possiedono propri campi, prati, vigneti e altri appezzamenti, che i parroci debbono lavorare da sè. Non c’è possibilità di liberarli da questo carico. Debbono inoltre mantenere parecchia servitù - anche domestiche - il che per l’umana debolezza può comportare spesso che i curatori d’anime incorrano nel concubinato.
Le entrate delle chiese curaziali, che in diocesi si trovano su ripidi pendii di montagna, in valli e in altri luoghi difficlmente raggiungibili, sono estremamente scarse per il sostentamento di un sacerdote.”
Nel 1604 ci fu l’approvazione da parte del principe vescovo di Bressanone Andrea Spaur di un nuovo Statuto municipale, che rappresenta una delle più importanti pietre miliari nella storia della città vescovile, poiché costituì il fondamento per la pacificazione sociale della popolazione fino al 1803.
Con l’istituzione di un piccolo seminario a Bressanone il principe vescovo Andrea Spaur coronò la sua straordinaria attività riformatrice della diocesi. Dopo aver acquistato dal convento di Novacella l’edificio annesso alla sala da pranzo della casa capitolare, il 19 Novembre 1607 promulgò l’atto di fondazione del seminario, nel quale sottolineò specialmente il vantaggio di poter formare dei giovani della propria diocesi.
I docenti dovevano provenire dal clero diocesano. Secondo gli Statuti elaborati dal principe vescovo con la collaborazione del prevosto del duomo Simon Feuerstein, che ricalcavano quelli del Collegio Germanico di Roma, gli allievi dovevano ricevere tutto il necessario: vitto, vestiario, libri, ecc. dal seminario. Il vitto doveva essere semplice, tre portate, con pane ma senza vino. Nelle grandi festività si poteva aggiungere una quarta portata e del vino nei “giorni di comunione”.
La direzione del seminario era nelle mani del vicario generale e la guida effettiva presso un prefetto. Già nel 1607 sette candidati poterono ricevere la tonsura.

Il principe vescovo Andrea Spaur non fu in buoni rapporti con il secolarizzato arcivescovo di Salisburgo Wolf Dietrich von Raiteinau (1587-1612), il quale non sopportava che gli zelanti vescovi suffraganei di Seckau, Gurk, Lavant e Bressanone facessero la “visita ad limina” a Roma e che vi inviassero i rapporti sulle loro diocesi. Egli riteneva che spettasse a lui relazionare su tutta l’arcidiocesi, considerando i vescovi soltanto sui vicari. Giunse persino a rimproverare Crsitoforo Andrea Spaur per il suo viaggio a Roma del 1608. Questi però non lasciò che il suo superiore ostacolasse il proprio zelo riformatore.
Per dare maggior vigore al rinnovamento della diocesi di Bressanone, la fece visitare ben tre volte dal 1608 al 1613.
Nella visita del 1608/1609 si trovò tra i sacerdoti qualche caso isolato di “senza valore”, “zoticone”, “villano spilorcio, attaccabrighe, sudicione”, di chi “trascurava colpevolmente” la cura d’anime, di chi era “fracassone”, “concubinario, bevitore e ignorante”, o quello nella cui chiesa tutto era “male ordinato”.
Nelle visite del 1610/1611 di 170 sacerdoti solo circa 16 vivevano ancora in concubinato, 5 nel frattempo avevano lo avevano lasciato, e tre ne erano ancora sospetti. Ciò significava un forte miglioramento, se si pensa che per esempio nel 1570 vivevano in concubinato ancora l’80 per cento del clero. Nella visita del 1612/1613 tra i 151 sacerdoti visitati si trovarono ancora nove in concubinato.
Nel 1609 su direttiva del prinicpe vescovo uscì a cura del vicario generale Otto Agricola, in collaborazione con il valente vescovo ausiliare Simon Feuerstein e i gesuiti Hagel e Danner, il “Sacerdotale Brixinense”, che oltre a testi e rubriche per l’amministrazione dei sacramenti contiene indicazioni ancora utili di teologia pastorale e morale.
Cristoforo Andrea Spaur riprese con coraggio i lavori di costruzione del palazzo vescovile. Già nel 1604 fu modificata parzialmente l’abitazione del principe vescovo nell’ala ovest
Nel 1606 affidò al costruttore di fortezze Bartolomeo Lucchese di Milano l’elaborazione di un nuovo progetto per l’ala est, che fu in effetti subito realizzato.
Il falegname di corte Hans Hätt eseguì i rivestimenti in legno della cancelleria aulica e delle tre camere attigue alla cappella; nel 1607 Gregor Napl dipinse nell’anticamera del Consiglio aulico gli stemmi del principato, dei suoi territori e feudatari.
Lavoro notevole del 1607 riguardò l’ingresso principale: lo stemma scolpito sull’arco del portone esterno ricorda ancora il principe vescovo Christoph Andreas von Spaur, committente del portale.
Altro lavoro del 1607 è la sala del teatro dell’ala est.
Per i vari grandiosi lavori che furono compiuti tra il 1604 e il 1610 le casse del principato erogarono complessivamente 15.346 fiorini.
Con la scomparsa di Cristoforo Andrea Spaur, che morì dopo lunghe sofferenze il 10 Gennaio 1613, la diocesi perse un vescovo riformatore quale non aveva mai avuto dai giorni del beato Artmanno rispettivamente del cardinale Cusano.
Vera condotta sacerdotale, sincera pietà, fervore pieno di dedizione caratterizzano questo grande pastore.
Quando nel 1602 gli fu offerta la dignità cardinalizia, egli la rifiutò, ritenendosi “indegno” di essa. Ebbe la sua importanza il fatto che il vescovo Andrea Spaur sia stato assistito da valide persone come il vescovo ausiliare Simon Feuerstein, il vicario generale Otto Agricola e il canonico del duomo Johann Platzgummer: nelle mani di questi uomini che si erano formati presso i Gesuiti il sommo pastore ripose la speranza che l’opera di rinnovamento da lui iniziata venisse proseguita.



CARLO I D’AUSTRIA (1613-1624)

Ultimo dei 15 figli dell’arciduca Carlo di Stiria e della duchessa Maria di Baviera, fratello dell’imperatore Ferdinando II di Stiria (1619-1637) e del principe territoriale del Tirolo Leopoldo V (1619-1632), l’arciduca Carlo d’Austria già all’età di 10 anni era stato proposto dalla casa d’Asburgo come successore del vescovo di Bressanone Andrea d’Austria, deceduto nel Novembre 1600, proposta di cui il Capitolo del duomo di Bressanone non aveva tenuto conto. L’arciduca Carlo ottenne però, nel 1606, su interessamento del principe territoriale arciduca Massimiliano, Gran Maestro dell’Ordine dei Cavalieri Teutonici, un canonicato a Bressanone, dopo averlo già ottenuto a Salisburgo e a Passau. Nello stesso anno gli fu procurato anche un canonicato a Trento.
Il 7 Luglio 1608 fu il Capitolo del duomo di Breslavia a postulare vescovo di tale diocesi il diciassettenne Carlo, poiché contava sulla protezione e sull’aiuto degli Asburgo dinanzi alla pressione dei protestanti. In effetti l’arciduca Carlo si impegnò come vescovo di Breslavia per i diritti dei cattolici in tale diocesi.
Dopo la morte, avvenuta nel 1613, del principe vescovo di Bressanone Cristoforo Andrea Spaur, gli inviati di Graz, città natale di Carlo d’Austria, riuscirono a convincere il Capitolo del duomo, in considerazione delle cospicue entrate dell’arciduca Carlo; cosicché il 12 Marzo 1613 i canonici, anche su interessamento dell’arciduca Massimiliano di Innsbruck e dell’arciduca Ferdinando di Graz, postularono vescovo di Bressanone proprio il fratello di Ferdinando, il 23enne arciduca Carlo; nello scrutinio di sei giorni prima 4 voti erano andati al decano del Capitolo di Trento Wolkenstein e 4 al barone Udalrico Spaur. Ottenuta la conferma papale il 15 Maggio, l’arciduca Carlo fece prendere possesso del vescovado l’8 Luglio.
L’arciduca, pur essendo cattolico sincero, non aveva mai ricevuto gli ordini sacri e non aveva conseguito alcun titolo di studio universitario, per cui le sue cognizioni erano alquanto lacunose e insufficienti. Per la sua instabilità di carattere manifestò talvolta un comportamento addirittura indegno.
Il suo Maestro di corte in una lettera del 1608 pregò l’arciduca Ferdinando II di Stiria di voler ammonire suo fratello Carlo di togliersi finalmente le “scarpe da bambino”. In altra occasione si dice di lui che si adirava facilmente e che solo con riluttanza parlava del suo clero. Già a Breslavia si era dovuto affiancargli come consigliere il vescovo Stobäus.
L’arciduca Carlo si fermò a Bressanone solo due volte; il resto del tempo risiedette nella lontana diocesi di Breslavia. Visitò la diocesi brissinese per la prima volta il 12 Novembre 1614 per lasciarla il Martedì di Pasqua del 1615. Durante il suo soggiorno in diocesi ogni due o tre settimane si dovettero importare da Venezia frutti scelti di mare. Quando giunse il momento di partire fece trasferire da Bressanone alla sua residenza di Nei*e nove carri pieni di merci - tra cui mobili pregiati, che aveva comprato da Hans Reichle, una preziosa Bibbia, frutta, reliquie, vasellame di gran valore in maiolica e alcune bestie feroci.
Quando all’inizio della guerra dei Trent’anni (1618-1648) la diocesi di Breslavia fu occupata dai protestanti, con tutta la sua corte Carlo si recò a metà Maggio 1618 nuovamente a Bressanone, che lasciò di nuovo a fine Gennaio 1621.
La maggior parte del secondo soggiorno in Tirolo pare che Carlo l’abbia trascorsa dedicandosi alle sue occupazioni preferite, cioè la caccia e la pesca. Fu questo l’ultimo soggiorno a Bressanone, perché non vi passò neppure quando nel 1624 si recò in Spagna, preferendo passare per Glorenza per raggiungere Milano e Firenze.
Per fortuna a reggere la diocesi di Bressanone ci pensarono coloro che già si erano distinti sotto il vescovo Spaur, cioè il vescovo ausiliare Simon Fuerstein, il vicario generale Otto Agricola e il canonico del duomo Johann Platzgummer. Tra il 1613 e il 1624 vennero effettuate visite pastorali in diocesi, e precisamente nel 1614, nel 1615 e nel 1616; da tali visite si rilevò, salvo casi isolati, un quadro soddisfacente della diocesi.
Quando Carlo era stato raccomandato al Capitolo perché fosse eletto, si era parlato dei suoi considerevoli redditi; ma appena fu eletto le cose andarono diversamente: Bressanone non riusciva a procurare al principe vescovo abbastanza denaro. Proprio nel 1614 si lamentò di non poter sostenere un tenore di vita consono al suo rango, per cui necessitava anche di alcune abbazie. Le sue ingenti spese fecero così precipitare la diocesi in una voragine di debiti.
Anche durante l’episcopato di Carlo ci furono quelle divergenze tra il Tirolo e il vescovado già esistenti al tempo del cardinale Andrea d’Austria, riguardanti la nobiltà residente nel territorio del principato. Gli attriti tra il governatore del Tirolo Massimiliano III e Carlo non impedirono però che il Gran Maestro dell’Ordine Teutonico si sforzasse, per motivi dinastici, di procurare al nipote anche il vescovado di Trento e la dignità di Gran Maestro. Dopo la morte di Massimiliano Carlo divenne infatti anche Gran Maestro dell’Ordine Teutonico.
Nel 1624 il re spagnolo Filippo IV d’Asburgo lo chiamò a Madrid, per conferirgli la carica di vicerè del Portogallo. Carlo però si ammalò a Madrid, dove morì, a 34 anni, il 28 Dicembre. Fu sepolto nell’Escorial.



GIROLAMO OTTONE AGRICOLA (1625-1627)

Nato il 30 Settembre 1571 a Villingen da genitori borghesi, che successivamente si trasferirono ad Innsbruck, Hieronymus Otto Agricola studiò a Dillingen, Perugia e Pisa, dove nel 1599 si laureò in diritto. Ordinato sacerdote il 10 Maggio dello stesso anno, ottenne dal cardinale Andrea d’Austria, principe vescovo di Bressanone, il posto di canonico lasciato libero dal deceduto prevosto del duomo David Spaur. Il principe vescovo gli conferì anche l’incarico di ordinare l’archivio della corte vescovile. Nel 1601 divenne vicario generale, essendo il precedente vicario Alexander Fabri divenuto decano del duomo.
Pur essendo ancor giovane e non ancora in confidenza con la grande diocesi, imparò a conoscerla profondamente con le accurate visite pastorali sotto il principe vescovo Cristoforo Andrea Spaur.
Gerolamo Ottone fu in prima linea sia nella realizzazione del Sinodo diocesano del 1603 come nella istituzione nel 1607 del seminario e delle interminabili trattative per la composizione della vertenza con il principe territoriale Massimiliano.
Sotto il principe vescovo Carlo d’Austria, che fu per lo più assente dalla diocesi, il vicario generale svolse la sua attività come tale sino al 1620, pur se il Capitolo del duomo il 9 Marzo 1615 lo aveva eletto decano del duomo.
Nel 1621 e nel 1622 rielaborò gli Statuti del Capitolo, riordinò e catalogò l’archivio capitolare.
Dopo la morte del principe vescovo Andrea d’Austria l’imperatore Ferdinando II (1619-1627) e papa Urbano VIII (1623-1644) avevano raccomandato al Capitolo del duomo di Bressanone l’elezione di Eitel Friedrich di Hohenzollern-Sigmaringen, che papa Paolo V (1605-1621) su desiderio di Ferdinando II aveva nominato cardinale e che il Capitolo del duomo di Osnabrück aveva postulato vescovo.
Pur se Eitel Friedrich Hohenzollern era degno di occupare il seggio vescovile, il Capitolo del duomo temette con ragione che il cardinale, che era già vescovo di Osnabrück, non avrebbe risieduto a Bressanone.
Il 5 Marzo 1625 scelse perciò Gerolamo Ottone Agricola; la conferma papale è del 4 Maggio e la consacrazione episcopale da parte del vescovo ausiliare Antonio Crosini del 25 Giugno.
Il nuovo principe vescovo era un pastore pio e zelante che attraverso la parsimonia e il recupero di crediti cercò di diminuire il grande carico di debiti del vescovado. Subito dopo la sua elezione chiese all’imperatore Ferdinando II il rimborso degli ingenti debiti che aveva fatto il suo predecessore cardinale Carlo d’Austria. La gran parte delle richieste del vescovo furono anche riconosciute in occasione di un incontro, ma il pagamento si fece attendere a lungo.
A causa dei complessi rapporti giuridici tra il Tirolo e la diocesi di Bressanone si giunse nuovamente a interminabili contrasti tra i principi territoriali e i principi vescovi, concentrantisi principalmente in conflitti su contributi e su imposte. In occasione delle diete i principi territoriali presentavano sempre nuove richieste al principe vescovo di Bressanone, come se questi fosse un vero e proprio membro della provincialità del Tirolo. Nel 1626 Gerolamo Ottone si mostrò disposto a pagare il cosiddetto “Schenkpfennig” per la difesa del territorio. Bressanone non poteva però farsi carico dei debiti del sovrano. Leopoldo V (1619-1632) non essendo contento di ciò incaricò dei commissari di informarsi su redditi e patrimoni nel territorio di Bressanone e presso gli ecclesiastici. Il principe vescovo ordinò però che gli ecclesiastici rendessero noti i propri introiti solo al vicario generale.
In occasione del matrimonio di Leopoldo V con la giovane ma energica principessa Claudia de Medici, vedova dell’ultimo duca di Urbino, nel 1626 il principe vescovo si recò ad Innsbruck. L’arciduca, che ancor giovane era divenuto vescovo di Passau e Strasburgo, dopo la morte, avvenuta nel 1618, di Massimiliano III nell’autunno 1619 ne divenne l’erede, per cui rinunciò ai suoi vescovadi e sposò con la dispensa papale la giovane principessa. Fu l’arcivescovo di Salisburgo Paris conte di Lodron (1619-1653) a celebrare le nozze.
Il principe vescovo Girolamo Ottone, che fece anche visitare la sua diocesi, morì improvvisamente il 6 Marzo 1627 a Bressanone, nel cui duomo fu sepolto.



DANIELE ZEN (1627-1628)

Daniele Zen, il cui pontificato fu ancora più breve di quello del suo predecessore, era nato in Val di Fassa nel 1585. Studiò a Dillingen, dove si laureò in teologia. Ordinato sacerdote il 5 Giugno 1610, ottenne il beneficio di S. Barbara, collegato all’ufficio di predicatore del duomo.
Quando nel 1611 la principessa Anna, sposa del futuro imperatore Mattia (1612-1619), dovette recarsi da Bressanone, dove aveva soggiornato presso la madre Anna Caterina, a Vienna, Daniele Zen dovette accompagnarla. In questa circostanza si fece così benvolere alla corte imperiale, che questa nel 1613 gli procurò un canonicato a Bressanone, e l’arciduca Carlo nel 1615 lo nominò suo cappellano d’onore. Nello stesso anno ottenne la parrocchia decanale di Krems an der Donau e un canonicato a Breslavia. Nel 1617 divenne consigliere del principe vescovo di Bressanone Carlo d’Austria, nel 1618 dell’arciduca Leopoldo d’Austria e nel 1620 dell’imperatore Ferdinando II.
A causa dei suoi numerosi viaggi incaricò prima i domenicani del luogo della cura d’anime a Krems e poi i conventuali di Stein. Essendosi arricchito in modo indecente a Krems, l’astuto fassano, per evitare un’indagine, fece una grande donazione alla chiesa di “Maria am Gestade”, così come ai Gesuiti di Vienna.
Dopo un soggiorno a Roma nel 1625, nel 1626 Daniele Zen fu nominato camerlengo pontificio da papa Urbano VIII (1623-1644) ed eletto prevosto del duomo dal Capitolo del duomo di Bressanone. Lo stesso Capitolo lo elesse, il 29 Aprile 1627, dopo nove scrutini, principe vescovo di Bressanone. Ottenuta la conferma papale il 5 Luglio, fu consacrato vescovo, il 3 ottobre a Bressanone, dal vescovo ausiliare Antonio Crosini.
Daniele Zen fece effettuare ancora in Luglio una visita pastorale alla diocesi. I visitatori, dopo aver iniziato a Mezzaselva e proseguito a Mules, Stelvio e la bassa Valle dell’Inn, giunsero ad Innsbruck e visitarono tutta la Valle superiore dell’Inn per tornare ad Innsbruck il 23 Agosto. Lì visitarono i conventi dei Serviti e i Premonstratensi a Wilten. Dopo aver visitato anche la Wipptal, il 28 Agosto ritornarono a Bressanone.
Daniele Zen intraprese la costruzione dell’ala nord del palazzo vescovile. La direzione dei lavori fu affidata a Hans Reichle, la cui idea era di conformarla all’ala sud, secondo il progetto originale. Il muratore Hans Perlat di Bressanone, lo scalpellino Bartolomeo Ruffin, il carpentiere Wolfgang Reden si misero all’opera nel 1628. Ma i debiti lasciati dal vescovo Carlo d’Austria, le tensioni fra Bressanone ed i conti del Tirolo e le ripercussioni della guerra dei trent’anni resero pressoché impossibile il proseguimento dei lavori.
Nella primavera del 1628, dopo aver avuto il 14 Febbraio dall’imperatore la conferma dei diritti regali, il principe vescovo dovette recarsi a Padova per una cura.
Daniele Zen si diede grande cura per il seminario, che voleva ampliare, in modo che potesse accogliere circa 40 candidati al sacerdozio; non potè però realizzare il progetto, in quanto il 28 Settembre 1628 morì, a 44 anni, a Bressanone, dopo aver sul letto di morte lasciato in eredità 10 mila fiorini per l’istituzione di un Collegio di Gesuiti a Bressanone. La sua pietra funeraria si trova nell’atrio del duomo di Bressanone.



GUGLIELMO de WELSPERG (1628-1641)

Il nuovo vescovo di Bressanone, Guglielmo de Welsperg, inaugurò la serie dei vescovi provenienti dal Collegio “Germanikum” di Roma. Era nato nel castello di Rovereto, del quale suo padre Cristoforo de Welsperg era comandante. I Welsperg, che nel XII secolo erano al servizio dei conti di Gorizia e poi ministeriali dei conti del Tirolo, nel 1593 furono elevati al rango di conti, dopo aver ottenuto nel 1570 possedimenti e blasone del Primiero. Subito dopo la nascita di Guglielmo i suoi genitori giunsero a Brunico, dove Cristoforo divenne comandante del relativo castello.
Nel 1600 Guglielmo ricevette un canonicato a Salisburgo e uno a Ratisbona. Nel 1601 si immatricolò a Dillingen e nel 1602 si recò a Roma al Germanikum. Dopo aver ricevuto nel 1604 un canonicato anche a Bressanone, dove soggiornò nel 1609/1610, fu ammonito dal Capitolo del duomo a causa delle sue contestazioni, escluso dalla cantoria e dal Capitolo e destinato a soggiornare nell’ospedale di S. Croce. Dopodiché Guglelmo lasciò Bressanone e apparve nel Capitolo soltanto in occasione delle elezioni del vescovo.
Da allora in poi abitò per lo più a Salisburgo, dove fu ordinato sacerdote e dove nel 1627 fu eletto decano del duomo e dove divenne persino governatore.
Fatto singolare, nonostante i suoi precedenti contrasti col Capitolo del duomo di Bressanone, fu proprio questo ad eleggere Guglielmo, il 22 Novembre 1628 al primo scrutinio, come nuovo principe vescovo, che il 28 Maggio 1629 ottenne la conferma da papa Urbano VIII (1623-1644) e il 28 Ottobre la consacrazione episcopale dal vescovo ausiliare Antonio Crosini.
Il principe vescovo Guglielmo, che risiedette quasi sempre a Brunico e solo occasionalmente venne a Bressanone, nel Maggio 1620 si recò a Veldes in Carniola, per accettare costì l’omaggio dei suoi sudditi. Fece accuratamente visitare il suo dominio, che era in uno stato alquanto deplorevole, e rimuovere gli abusi.
Nel 1631 intraprese una modifica molto importante nell’amministrazione del vescovado. Abolì l’ufficio del vicario generale e istituì in sua vece il concistoro.
A farlo decidere per questo importante cambiamento fu l’insoddisfazione per il proprio vicario generale Cristoforo Seeman, che si era reso colpevole di grande negligenza nella conduzione del suo ufficio, principalmente nell’uso dei pieni poteri di dispensa. Il 9 Aprile 1631 il vescovo pertanto lo destituì.
Nell’arcivescovado di Salisburgo il concistoro era stato istituito già da un secolo, per cui il principe vescovo Guglielmo si lasciò influenzare dall’esperienza ivi fatta e il 6 Magio 1631 istituì il concistoro a Bressanone. A capo di questo collegio c’era il presidente concistoriale. Il numero dei consiglieri concistoriali fu limitato dapprima a tre e poi elevato a sei. Organo esecutivo a disposizione del concistoro era la cancelleria concistoriale, diretta da un cancelliere.
Il concistoro si riuniva tre volte la settimana e disponeva di pieni poteri, che, oltrepassanti in certi aspetti quelli dei pecedenti vicari generali, concernevano la concessioni di benefici, la materia delle dispense, i pieni poteri di assoluzione, il potere di ispezione, la nomina di preti ausiliari e altro. L’autorità giuridica del concistoro si estendeva nell’ambito ecclesiale a tutte le controversie civili, penali e matrimoniali.
Nell’amministrazione del patrimonio diocesano il concistoro aveva non solo un diritto di controllo su chiese e conventi, ma era competente anche per le alienazioni del patrimonio ecclesiastico. Il diritto di nomina del presidente concistoriale e dei consiglieri spettava esclusivamente al principe vescovo.

Guglielmo de Welsperg era in buonissimi rapporti col prinipe territoriale Leopoldo V (1619-1632), anche se tra i due non mancavano dei punti di controversia.
Alla vecchia vertenza riguardante la nobiltà di bressanone si agginse il conflitto sulle contribuzioni. Quando nel 1632 il re di Svezia Gustavo Adolfo durante la guerra dei 30 anni (1618-1648) stava avanzando con le sue truppe, con aggressioni ai margini dei confini settentrionali della contea (Reutte, Scharnitz e Kufstein), il principe territoriale convocò ad Innsbruck il comitato degli Stati provinciali, per discutere su come coprire le ingenti spese per la difesa del territorio. Bressanone autorizzò un’imposta personale, ma si avocò l’esazione della stessa.
Durante il governo della principessa Claudia de Medici (1632-1646), che era subentrata al marito Leopoldo V deceduto nel 1632, il conflitto tra Bressanone e il Tirolo si aggravò considerevolmente. Bressanone si dichiarò disponibile a contribuire, data la situazione bellica, alla difesa del territorio, ma non a dare sovvenzioni per la corte provinciale.
Dopo che gli Stati provinciali già nel 1633 avevano minacciato di condurre alla ragione Bressanone anche con la forza, il principe vescovo nel 1634 inviò a Roma il consigliere concistoriale Jesse Perkhofer e un altro fu inviato a Vienna, per far difendere i diritti del vescovado.
Nella vibrante protesta inviata all’imperatore il 17 Marzo 1637, il vescovo Guglielmo rilevava che le chiese di Bressanone e di Trento erano soltanto confederate con il conte del Tirolo, e non si poteva dire che i contributi volontari creassero diritti di usucapione e che al conte non spettava nessun “jus superioritatis vel advocatie territorialis”, ma che l’avvocazia tirolese era solo un sottofeudo, essendo lui per investitura imperiale principe del ducato di Bressanone; anzi Trento e Bressanone erano principati molto più antichi del Tirolo, che aveva da essi ricevuto dei feudi.
Nella città eterna Perkhofer ottenne un “Breve” con il quale papa Urbano VIII ammoniva con paterna gravità l’arciduchessa Claudia dall’uso della forza contro la Chiesa. Anche a Vienna si consigliò l’energica principessa di soprassedere all’entrata in armi a Bressanone. L’arciduchessa fece comunque mettere sotto sequestro i possedimenti di Bressanone in Tirolo; suo consigliere aulico, e principale avversario dei poteri principeschi del vescovo, era Wilhelm Bienner, che elaborò un promemoria per documentare i pretesi diritti dell’arciduchessa. Mentre il suo scritto fu così glossato dal quotato e vecchio storico Resch “Hoc consultum mendaciorum Pater Diabolicus fabricavit”, il Bienner fu rimproverato dallo stesso maresciallo di corte conte Girolamo Montecuccoli. Il famoso canclliere tirolese fu malpagato della sua attività: cadde, vittima innocente di intrighi personali di corte, sotto la scure del boia nel 1651 a Rattenberg.
Nel 1638 Claudia espresse il desiderio che il proprio figlio Sigismondo Francesco fosse ammesso alla tonsura. Il principe vescovo vide in questa circostanza un’occasione favorevole per trattare con la princopessa, ma si sbagliò fortemente. Comunque negli anni seguenti si riuscì a trovare un accomodamento, anche se tuttavia continuarono i contrasti.
Al pericolo di guerra di quegli anni e agli interminabili conflitti con i principi territoriali si aggiunse l’epidemia di peste che colpì il Tirolo, in special modo tra il 1631 e il 1635.
Il principe vescovo Guglielmo di Welsperg, che aveva fatto visitare la diocesi negli anni 1631, 1632 e 1637, morì il 27 Marzo 1641 nella residenza Thei*egg a Brunico e fu sepolto nella chiesa parrocchiale.



GIOVANNI VII PLATZGUMMER (1641-1647)

Deceduto nel 1641 il principe vescovo di Bressanone Guglielmo di Welsperg, l’imperatore Ferdinando III (1637-1657) e la principessa Claudia de’ Medici tentarono di procurare il vescovado al principe Sigismondo Francesco. Il barone Künigl si presentò dinanzi al capitolo del duomo di Bressanone per raccomandare, adducendo varie motivazioni, l’undicenne Sigismondo Francesco.
Il Capitolo non si lasciò impressionare dalla serie di argomentazioni e il 13 Giugno 1641 elesse vescovo di Bressanone invece del ragazzo undicenne il 76enne Johann Platzgummer, che fu confermato il 16 Dicembre da papa Urbano VIII e consacrato il 24 Febbraio 1642 dal vescovo ausiliare Antonio Crosini.
Sigismondo Francesco ottenne invece nel 1646 il vescovado di Augusta, nel 1653 di Gurk e nel 1654 di Trento, per il quale però non ottenne conferma papale. Nel 1662 assunse però il governo del Tirolo, essendo deceduto, a 34 anni, il fratello Ferdinando Carlo. Tale governo del pio principe però durò poco: nel 1665, pur non essendo mai stato consacrato, si fece dispensare dal papa dallo stato ecclesiastico, per poter donare un erede. Si era scelta anche una sposa, Edvige Augusta di Pfaulz-Sulzbach, ma poco prima delle nozze, improvvisamente, Sigismondo Francesco morì, a 35 anni.
Il nuovo vescovo di Bressanone Giovanni Platzgummer era nato nel 1565 a Castelbello in Val Venosta. Come corista povero potè studiare dal 1582 al 1586 alla scuola del duomo di Bressanone. Continuò gli studi a Graz, a Vienna e infine al Germanikum a Roma, dove nel 1595 fu consacrato sacerdote e un anno dopo si laureò in teologia. Recatosi a Gurk venne nominato vicario generale del vescovo Cristoforo Andrea Spaur, il quale divenuto nel 1601 vescovo di Bressanone, procurò un canonicato nella città sull’Isarco al suo protetto Giovanni; quando questi vi giunse, nel 1603, il Capitolo del duomo, su raccomandazione del vescovo Cristoforo, gli conferì la parrocchia di Bressanone. Dopo esser stato cancelliere di corte dal 1607 al 1617, nel 1627 divenne temporaneamente vicario generale e prevosto del duomo. Nel 1632 scambiò con Antonio Crosini la prepositura per il decanato.
Giovanni Platzgummer prese possesso della diocesi il 30 Settembre 1642; lo fece senza pompa, premendogli sopratutto di porre in ordine la dissestata economia del vescovado. Fece tutto il possibile non solo per il suo risanamento economico attraverso parsimonia giunta all’estremo, ma anche per fare il punto della situazione su introiti e spese, crediti e debiti, e provvedere ai relativi incassi e pagamenti. Sorsero in merito alcune difficoltà pressoché insormontabili.
Anche durante l’episcopato di Platzgummer ci furono contrasti con il governo provinciale, che in una risoluzione di corte del 1644 dichiarò che i due vescovadi, Bressanone e Trento, sottostavano alla supremazia del principe territoriale, poiché da più di 100 anni i vescovi erano inseriti nella “matricola” provinciale, cioè l’elenco degli invitati a partecipare alle sedute della Dieta provinciale.
Quando nel 1646 la reggente Claudia de’ Medici convocò nuovamente la Dieta, fu inviato ad Innsbruck il vescovo ausiliare Jesse Perkhofer con precise istruzioni: in primo luogo non doveva presenziare alla resa di omaggio al nuovo principe territoriale Ferdinando Carlo, figlio di Claudia; secondo, non poteva autorizzare nessun contributo per la corte del nuovo principe o per la dimissionaria arciduchessa, come non poteva farsi carico di nessuno dei debiti del sovrano; terzo, doveva approvare unicamente un contributo per la difesa del territorio.
Platzgummer agì con moderazione nella questione delle streghe in Tirolo, fu suo infatti l’atto di clemenza, il 15 Gennaio 1644, nei confronti della fassana Juliana de Pozza, che era stata condannata a morte (vedi scheda).
Fece visitare la diocesi nel 1642, nel 1643, 1645 e 1646; si distinse specialmente per la sua opera caritativa.
Nel suo testamento nominò erede universale la Confraternita del Rosario, la cui istituzione a Bressanone aveva appoggiato nel 1611. Tra le sue opere letterarie postume va menzionata una biografia del suo grande protettore Crsitoforo Andrea Spaur. Nella biblioteca del Seminario si trova anche un volume di sue composizioni religiose.
Durante il suo governo nel palazzo vescovile fu posta una nuova pavimentazione in granito in tre palchi di platea e nel portico del portale d’ingresso. Di ciò danno memoria ancor oggi gli stemmi del principe vescovo, che morì il 12 Maggio 1647 e fu sepolto nel duomo di Bressanone.



ANTONIO CROSINI (1647-1663)

Quando, il 16 Luglio 1647, il Capitolo del duomo di Bressanone fu convocato per eleggere il successore del principe vescovo Giovanni Platzgummer, deceduto il 12 Marzo 1647, la scelta cadde, all’unanimità e per acclamazione, su Antonio Crosini, prevosto e vescovo ausiliare. I Crosini erano una famiglia borghese trentina, alla quale l’arciduca Ferdinando aveva concesso, nel Marzo 1585 ad Innsbruck, blasone e indipendenza nobiliare.
Antonio, nato a Trento nel 1581, aveva studiato ad Innsbruck, poi a Dillingen e infine al Collegio Germanikum di Roma, dove nel 1605 fu ordinato sacerdote. Nello stesso anno si laureò in teologia a Perugia e poco dopo in diritto a Bologna. Mentre studiava ancora a Bologna ottenne dalla Santa Sede un canonicato a Bressanone. Nel 1616/1617 amministrò di tanto in tanto la parrocchia di Bressanone. Il principe vescovo Carlo d’Austria nel 1620 lo inviò a Roma. Dopo esser divenuto vicario generale e cancelliere, Antonio fu consacrato, il 17 Febbraio 1625 a Trento, vescovo ausiliare di Bressanone. Nello stesso anno, quando Girolamo Ottone Agricola fu eletto principe vescovo, Crosini ottenne il posto di decano del duomo che si era reso vacante, che nel 1632 scambiò per la prepositura con Giovanni Platzgummer.
Nel 1639 il Capitolo del duomo gli cedette l’ospedale di Chiusa, dove Antonio soggiornò dall’elezione a vescovo fino alla conferma papale, concessa il 30 Marzo 1648.
Il principe vescovo Antonio Crosini era un pastore molto pio e dotto, che come vescovo ausiliare aveva consacrato vescovi quattro dei suoi predecessori, cioè Agricola, Zen, Welsperg e Platzgummer. Dopo che il principe vescovo Guglielmo di Welsperg nel 1631 aveva insediato al posto del vicario genrale un Concistoro, già il successore Giovanni Platzgummer aveva nominato nuovamente il vicario generale, nella persona di Jesse Perkhofer. Similmente fece Crosini che confermò Jesse Perkhofer in tale carica. Crosini fece visitare diligentemente da Perkhofer e da altri la sua diocesi e si fece ragguagliare costantemente sullo stato della diocesi.
Dell’erudizione di Crosini testimonia la sua attività letteraria. Da menzionare una sua vita di S. cassiano, alcuni trattati giuridici ed uno scritto per padri confessori principianti, che però fu stampato a Bressanone solo nel 1679. Fece dono al duomo di Bressanone di un pregevole ostensorio con una reliquia di Santa Martina.
Anche sotto il principe vescovo Crosini ci furono diversi contrasti tra il vescovado di Bressanone e il contea del Tirolo, concernenti per esempio l’obbedienza della nobiltà di Bressanone, del convento di Sonnenburg e dei suoi sudditi così come l’aumento del dazio nel territorio del principato vescovile.
Nel 1653 e nel 1657 Crosini chiese ai principi elettori cattolici di interessarsi affinché, in sede di elezioni del nuovo re, la Casa d’Austria venisse incaricata di comporre, con le buone o in via giudiziale, la vertenza tra il vescovado di Bressanone e la contea del Tirolo. In complesso, nonostante i contrasti, il principe territoriale e il principe vescovo furono in buone e pacifiche relazioni.
Durante l’episcopato di Crosini i membri della Casa d’Austria trovarono sempre grande ospitalità a Bressanone; il principe vescovo non badò a spese per ospitare degnamente la principessa Eleonora di Mantova, moglie dell’imperatore Ferdinando III, quando costei passò per Bressanone con un seguito di 800 persone. Anche il principe territoriale Ferdinando Carlo, il quale nel Gennaio 1652 si recò in Italia, trovò a Bressanone amichevole accoglienza. Bressanone ebbe in generale, in questo tempo ospiti illustri: nel Settembre 1652 giunse con 500 persone e altrettanti cavalli Enrichetta di Savoia, moglie del principe elettore di Baviera. Quando nel 1655 la regina Cristina di Svezia, donna colta e protettrice delle lettere e delle arti, fu in viaggio per Roma (l’anno precedente si era convertita al cattolicesimo ed aveva abdicato in favore del cugino Carlo Gustavo), il principe vescovo Crosini la invitò calorosamente a soggiornare nel palazzo vescovile.
Il pio e zelante principe vescovo Crosini morì, a 82 anni, a Bressanone il 14 Maggio 1663 e fu sepolto in duomo.



SIGISMONDO ALFONSO THUN (1663-1677)

A succedere al vescovo di Bressanone Antonio Crosini, deceduto a 82 anni il 14 Maggio 1663, il Capitolo del duomo chiamò, eleggendolo già al primo scrutino il 21 Maggio, Sigismondo Alfonso Thun, la cui famiglia, al servizio dei vescovi di Trento, è menzionata già nell’XI secolo. Nel XVI secolo si divise in diversi rami; quello principale, di Castel Thun, nel 1629 venne elevato al rango di conti imperiali. Similmente avvenne alla linea di Castel Bragher, un ramo della quale nel 1631 fu ammessa col rango di conti nella nobiltà boema. Furono ben 16 i vescovi della chiesa austriaca, dal 1578 al 1803, provenienti dalla famiglia Thun. Sigismondo Alfonso, la cui madre era la contessa Margherita Thun di Castel Bragher, era nato il 1° Novembre 1621 a Castel Thun in Val di Non.
Nel 1637, dopo la rinuncia da parte del canonico Cristoforo Reinhard Thun ai propri canonicati a Bressanone e Trento, la Santa Sede li concesse al nipote sedicenne Sigismondo Alfonso, che, compiuti gli studi a Roma, nel 1646 era giunto a Bressanone dove nello stesso anno fu ordinato sacerdote.
Preso possesso il 16 Settembre 1663 della diocesi e confermato il 10 Dicembre da papa Alessandro VII (1655-1667), Sigismondo Alfonso fu consacrato vescovo il 4 Gennaio 1664 dal vescovo ausiliare Jesse Perkhofer (1648-1681). Il 1° Aprile ottenne l’infeudazione dall’imperatore Leopoldo I (1658-1705), che dal 1665 fu anche conte del Tirolo.
Durante il suo governo il nuovo principe vescovo fece visitare ben nove volte la diocesi; anzi, fu il primo principe vescovo di Bressanone che, dopo il Concilio di Trento, si recasse personalmente in visita pastorale. Nell’estate 1666 fece visitare la diocesi dal canonico Paulinus Mayr, dal parroco di Fassa Kaspar Poda e specialmente dal vescovo ausiliare Perkhofer. Il vescovo stesso visitò la Pusteria. Durante queste visite fu osservato per la prima volta il fenomeno del “tabagismo”, il quale, considerato con disgusto, fu oggetto di forte riprovazione. Uno dei fumatori venne invitato con decreto di astenersi dal tabacco, sia per il pericolo di incendio che per la contrarietà del frequente uso ai buoni costumi.
Si giunse presto a duri contrasti tra il vescovo e il Capitolo del duomo; particolare malcontento suscitò nel Capitolo quando nel 1666 su consiglio di un cortigiano volle abolire il seminario con la motivazione che la disposizione di Urbano VIII (1623-1644) di aumentare il numero degli allievi non era più vincolante con la morte di tale papa. Dopo le vibranti proteste del Capitolo, il vescovo promise nel 1668 che avrebbe mantenuto in seminario, a carico della cassa vescovile, sei studenti e il prefetto.
Un conflitto pericolosissimo sorse quando il principe vescovo, eletto nel 1668 anche arcivescovo di Trento dopo la morte del cardinale Ernesto Adalberto Harrach (1665-1667), volle mantenere entrambi i vescovadi, in contrasto con le promesse fatte in occasione dell’elezione a vescovo di Bressanone, nonché con le decisioni del Concilio di Trento. Il Capitolo si era rivolto al governo di Innsbruck, che inviò a Bressanone il conte Ferrari, il quale riuscì a portare le due parti ad un compromesso, secondo il quale il Capitolo concesse a Sigismondo Alfonso di tenere le due diocesi.

La pace tra il vescovo e il Capitolo non durò a lungo; quando Kaspar Poda, prediletto del vescovo, nel 1669 ottenne dalla Santa Sede su raccomandazione del principe vescovo stesso la prepositura del duomo, ciò contro la volontà del Capitolo, questo chiese aiuto all’imperatore e al Consiglio segreto di Innsbruck. Nel Luglio 1670 si tennero a Bressanone due riunioni, nelle quali il Capitolo si mostrò disposto a concedere al Poda un canonicato ma non la prepositura. Quando il vescovo in Ottobre ordinò di inserire il Poda con la forza, l’autorità civile si rifiutò di procedere contro il Capitolo, che chiese al Consiglio segreto di Innsbruck di ordinare al Comandante Hans Adam Vintler di proteggere il Capitolo anche con le armi. Costui giunse a far sorvegliare per 10 giorni il chiostro, contro il rinnovato tentativo del vescovo di inserire Poda con la forza tramite gli organi giudiziari di Albes e Velturno. Il Capitolo, temendo rapimenti di canonici da parte del vescovo per estorcere l’insediamento di Poda, si rivolse di nuovo all’imperatore, che si raccomandò al papa a favore del Capitolo tramite il cardinale Friedrich von Hessen. Dopo la morte, nel 1677, del vescovo Sigismondo Alfonso, il nunzio papale minacciò l’annullamento dell’elezione del nuovo vescovo, se Poda non otteneva il canonicato. Fallito anche il tentativo di mediazione da parte del comandante provinciale Conte Künigl, fu il nuovo principe vescovo Paulinus Mayr a trovare un compromesso con Poda. Il Capitolo doveva conferire a Poda il canonicato e la prepositura, Poda doveva rinunciare ad entrambi in cambio della parrocchia di Caldaro, mentre la parrocchia di Fassa veniva concessa al fratello Antonio. Dopo la rinuncia nel 1678 presso la Santa Sede alla prepositura Poda divenne consigliere imperiale.
Il Capitolo del duomo, che ringraziò il vescovo Paulinus Mayr per la sua mediazione, aveva comunque cercato di porre rimedio: essendo dell’avviso che la contesa con il principe vescovo Sigismondo Alfonso fosse da ricondurre in gran parte a quegli italiani che il vescovo stesso aveva fatto venire a Bressanone, il 29 Settembre 1672 aveva deciso che nessun italiano, che non fosse per parte paterna o materna un tedesco o un tirolese, potesse ottenere un canonicato o altra dignità nel vescovado di Bressanone.
Sotto Sigismondo Alfonso Thun fu di nuovo introdotto il Concistoro come autorità amministrativa, però con minori poteri del precedente. Quando Guglielmo Vintler si dimise dalla carica di presidente del Concistoro, la presidenza venne assunta dai consiglieri episcopali Carrara e Caldonazzi; nel 1675 fu di nuovo insediato Hieronymus Balduinus come vicario generale.
L’elezione del principe vescovo a pastore di Trento portò non solo ad una interminabile ed estremamente penosa lite col Capitolo del duomo, ma anche ad un conflitto con l’arcivescovo di Salisburgo e cardinale Guidobaldo Thun (1654-1668), del ramo boemo della famiglia, che a sua volta mirava al vescovado di Trento, pur possedendo già anche il vescovado di Ratisbona; per ottenere il vescovado di Trento aveva anche presentato una petizione alla congregazione concistoriale.
Con l’elezione di Sigismondo Alfonso a vescovo di Bressanone, iniziarono subito anche i conflitti con il principe territoriale; in particolare il principe vescovo eccepiva di dover contribuire alle casse del principe territoriale, il quale a sua volta contestava al vescovo il diritto d’esazione presso la nobiltà di Bressanone, che secondo il principe era di propria competenza. Il principe vescovo non ottenne però con le sue lamentele molto di più che i suoi predecessori con le loro.
Poiché il vescovo Sigismondo Alfonso si rifiutava inoltre di fare regali alla famiglia imperiale in particolari circostanze, l’autorità provinciale fece assalire nel 1673 i possedimenti di Bressanone siti nel Tirolo. Soltanto allora il principe vescovo fu più arrendevole e stanziò subito un importo, ma comunque solo a titolo di difesa territoriale. Nel 1676 ci fu un accordo tra Bressanone e la territorialità, secondo il quale il vescovado doveva aggiungere 600 fiorini alla quota d’imposte di 7200 fiorini, ma in compenso il clero e i restanti sudditi brissinensi erano liberi da altri gravami.
Quando il 22 febbraio 1677 il principe vescovo Sigismondo Alfonso Thun morì nel Castello del Buon Consiglio a Trento, la sua morte non destò a Bressanone grande cordoglio.



PAULINO MAYR (1677-1685)

L’elezione del successore del vescovo di Bressanone Sigismondo Alfonso Thun, deceduto il 2 Febbraio 1677, si svolsero il 29 Marzo alla presenza del commissario imperiale, del capitano del Tirolo conte Johann Georg Künigl; la scelta cadde unanime sul canonico Giovanni Trapp, ma costui rifiutò con tutte le forze di accettare la nomina, giungendo persino ad implorare in ginocchio di dispensarlo. Avendo rinnovato il rifiuto anche per iscritto il giorno dopo, il Capitolo del duomo organizzò una nuova votazione per il 29 Aprile, giorno in cui fu votato all’unanimità il canonico Paulino Mayr, gradito al Capitolo in quanto sotto il vescovo predecente si era impegnato per i diritto del Capitolo stesso, senza però ledere il rispetto verso il pastore, anche se questi aveva fatto conoscere anche pubblicamente la propria avversione verso di lui. Ci fu grande giubilo nella popolazione al diffondersi della notizia sull’elezione di Paulino Mayr. Ma a causa della vertenza ancora in atto con Kaspar Poda, il protetto del precedente vescovo, il nunzio di Vienna minacciò di annullare l’elezione. Fu solo quando il nuovo vescovo riuscì a trovare un accordo con Poda che potè esser confermato, il 5 Settembre 1678, dalla Santa Sede.
Paulino Mayr, figlio di un mastro conciatore, era nato nel 1628 a Vipiteno. Studiò presso i Gesuiti ad Hall; gli studi universitari di filosofia e teologia li fece a Vienna, dove si laureò in teologia. Tornato a Bressanone come sacerdote, fu cooperatore a Chiusa e poi parroco a Velturno. Da papa Alessandro VII (1655-1667) nel 1661 ottenne un canonicato a Bressanone, mentre nel 1662 e nel 1666 il vescovo Antonio Crosini gli affidò le visite pastorali.
Fra il 1665 e il 1666 fu in contrasto con il Capitolo che gli contestava la doppia carica di canonico e di parroco a Velturno; la vertenza si compose con la rinuncia di Paulino alla cura d’anime. Nel 1667 il Capitolo però lo nominò parroco di Bressanone, incarico che Paolino potè assumere solo nel 1670. Dal 1664 fu consigliere concistoriale e dopo la morte del vescovo Sgismondo Alfonso fu eletto vicario capitolare.
Consacrato vescovo il 23 Ottobre 1677 dal vescovo ausiliare Jesse Perkhofer, alcuni giorni dopo Paulino Mayr iniziò il suo primo giro di visite pastorali, che lo portò ad Innsbruck e nella valle dell’Inn, dove cresimò e consacrò chiese e cappelle. Tornato a Bressanone iniziò la visita pastorale del Capitolo del duomo. Nel 1679 fu visitata la parte orientale della diocesi, che gli tributò il dovuto omaggio. Fece visitare altre parti della diocesi nel 1680, 1681 e 1685.
Nel 1679 si dovettero prendere varie misure a protezione del Tirolo, come la chiusura delle frontiere, per salvaguardarlo dall’epidemia di peste che stava infierendo sull’Ungheria, sulla Boemia e su Vienna. Nel 1680 la peste imperversava in Stiria e minacciava la Carinzia, per cui furono fatte sorvegliare strettamente lòe frontiere per respingere gli stranieri non identificabili. I decani e i predicatori della diocesi di Bressanone furono mobilitati per mettere all’erta i fedeli, per curare le devozioni dopo il tocco dell’Ave Maria, poiché da tempo esse erano cadute in oblio. Sia per la peste che per il contemporaneo pericolo di guerra il principe vescovo proibì musiche e feste nelle case e sulle strade come tutte le mascherate di carnevale.
Nel 1680 il vescovo rinnovò, inasprendolo, l’ordinamento sull’accattonaggio, con rigorose prescrizioni per i mendicanti indigeni. Tutti dovevano essere identificati e ricevere un contrassegno in latta; il loro grado di povertà doveva essere precisato. Quelli che erano veramene poveri e ammalati andavano aiutati, a tutti gli altri era vietato mendicare. Una commissione composta da membri del Capitolo, della nobiltà e della borghesia cittadina doveva esercitare controllo sui mendicanti. Negli alberghi fuorno posti dei salvadanai di raccolta fondi. I mendicanti dovevano assistere alle funzioni religiose, durante le quali venivano distribuite elemosine; dovevano condurre una vita cristiana, ricevere spesso i sacramenti e inviare i loro figli a dottrina cristiana.
Paulino Mayr, dopo aver nominato vicario genrale Wilhelm von Vintler, istituì di nuovo il concistoro, diverso però da quello del 1931; si trattava più di un organo consultivo del vicario generale, che ne era il presidente.

Quando nel 1683 si fecero sempre più minacciosi i Turchi, il principe vescovo di Bressanone Paulino Mayr dispose apposite funzioni e prediche straordinarie, con recita quotidiana di cinque Pater Noster e Ave Maria, in latino nel duomo di Bressanone, in tedesco nelle altre chiese parrocchiali. In ogni Messa si doveva pregare per l’imperatore o per la protezione dalla guerra. I ceti del Tirolo dovettero contribuire con 100 mila fiorini. Ciascuno doveva contribuire a seconda del suo patrimonio, nella misura di un fiorino ogni cento. Erano esentati solo i poveri, cioè coloro che non possedevano almeno mille fiorini. Anche papa Innocenzo XI (1676-1689), che ebbe molti meriti per il suo impegno per la difesa dai Turchi, ordinò tramite il nunzio a Vienna che tutto il clero, i conventi, gli ospedali e le chiese dovessero contribuire in merito. Anche il Capitolo del duomo di Bressanone fu assoggettato alla tassa bellica papale.
Maria Hueber (1653-1705), fondatrice a Bressanone delle suore terziarie francescane, predisse la liberazione di Vienna. Il suo confessore Padre Rufini Laxner le chiese di pregare perché fosse evitata la guerra, cosa che ella in effetti fece. Come lo stesso confessore riferisce, Maria Hueber ebbe a dargli la notizia che Dio avrebbe risparmiato al popolo la sciagura e che il nemico sarebbe stato sconfitto. Della vittoria sui Turchi del 12 Settembre il principe vescovo apprese il 16 dello stesso mese, mentre soggiornava a Brunico. Giunta la lieta notizia a Bressanone il 19, il vescovo ordinò per il giorno di S. Matteo (21 settembre) un solenne “Te Deum” in duomo.
A caratterizzare la devozione del principe vescovo Paulino Mayr fu l’impegno che profuse perché Bressanone fosse dotata di una reliquia di Cassiano, il santo di Imola. Interessò Roma della cosa, che nel 1684 diede indicazioni in merito alla Chiesa di Imola, il cui Capitolo però inviò a Bressanone solo quattro frammenti della colonna a cui era stato legato il martire. Il vescovo Paulino voleva però una vera e propria reliquia, per cui, avendo saputo che ne esisteva una nella chiesa romana di S. Maria dell’Anima, fece richiesta per ottenerla; fu esaudito ma la reliquia giunse quando il vescovo era già deceduto.
Il vescovo Paolino si premurò anche di contrastare la penetrazione nella sua diocesi della dottrina protestante, tenendosi in collegamento con l’arcivescovo di Salisburgo, cardinale Max Gandolf von Kuenburg (1668-1687). Il prevosto di San Candido, Horatius Carrara, fu incaricato di visitare tutte quelle località che erano in maggior contatto con la vicina valle Defereggen, da cui poteva penetrare in diocesi la dottrina protestante; doveva convocare il clero per concordare i mezzi con cui lottare contro l’eresia. Nella Quaresima 1685 fu all’uopo convocato a Dobbiaco, come predicatore, un cappuccino.
Maria Hueber predisse anche la morte del principe vescovo: il 20 Settembre 1685 si recò al palazzo vescovile ed avendo insistentemente chiesto udienza la ottenne; pregò il vescovo di prepararsi alla morte che sarebbe giunta otto giorni dopo. Paulino, a 58 anni, ma ancor fresco e sano, si preparò effettivamente all’evento, che si verificò proprio il 29 Settembre. Fu sepolto in duomo.



Maria Hueber

Maria Hueber, una delle più significative figure femminili del Tirolo, ultima dei cinque figli di Nikolaus e di Anna Tapp, nacque a Bressanone il 22 Maggio 1653; ben presto perse il padre, partito per la guerra e non più tornato. Dopo aver avuto già a 6 anni un’esperienza mistica, da cui iniziò lo strettissimo legame che per tutta la vita ebbe con la Madonna, ancor giovanissima dovette contribuire al sostentamento della famiglia aiutando la madre nei lavori di cucito; fu poi bambinaia a Bolzano, collaboratrice domestica a Bressanone, Innsbruck e Salisburgo, sopportando pazientemente per amor di Dio le difficoltà e le avversità di quegli anni. Tornata a Bressanone si prese cura dell’anziana madre malata. Nel 1677 venne accolta nel Terz’Ordine di san Francesco e ne fece la professione nel 1679.
Avendo Maria doti di chiaroveggenza, si sparse la voce che fosse una strega, per cui la Curia di Bressanone dispose un’accurata indagine. La Hueber fu esaminata a fondo da una commissione ecclesiastica, che la dichiarò del tutto innocente, come recita il Grande Protocollo: “L’intera adunanza ecclesiastica, riconosciuta l’innocenza di Maria, l’assolse all’unanimità dalle false accuse e la dimise con altrettanto onore”.
Dedicatasi dopo la morte della madre a vita contemplativa nella casa della nobildonna Maria Caterina de Enzenberg, nel 1700 Maria Hueber emise pubblicamente i voti religiosi nella chiesa delle Clarisse a Bressanone e pose le basi della Congregazione delle Suore Terziarie; nello stesso anno conobbe Regina Pfurner, con la quale diede inizio in una stanzetta in via Roncato alla prima scuola femminile gratuita della provincia. Non poche furono le difficoltà da superare, nonostante il paterno interessamento dei principi vescovi del tempo per le suore e per la loro scuola; Maria Hueber riuscì tuttavia a guidare l’opera, malgrado le avversità, nello spirito di san Francesco.
Dopo lunghe e dolorose sofferenze, morì in odore di santità il 31 Luglio 1705 e fu sepolta vicino all’entrata laterale della chiesa delle Clarisse.
Se circostanze varie hanno per anni reso impossibile l’introduzione del processo di beatificazione di Maria Hueber, molti passi preliminari sono stati comunque compiuti per rendere possibile l’iter procedurale. L’augurio del vescovo Wilhelm Egger, nell’approvare il 3 Marzo 1988 la decisione delle Suore Terziarie di san Francesco di prendere i provvedimenti per l’inizio del processo canonico, è che molte persone vengano a conoscere la vita di Maria Hueber, che è una delle “anime esemplari al cui esempio possiamo orientare la nostra vita”.
Sussidio in tale senso può essere l’opuscolo edito nel 1995 dalla ECHO-BUCHVERLAG, dal titolo “Maria Hueber, intercedi per noi!”. Illustrato da foto a colori di A. Steger tratte dagli affreschi del chiostro di Bressanone, accompagnate dai passi biblici di riferimento, contiene una “Novena”: ogni preghiera di intercessione rivolta a Maria Hueber, è preceduta da un suo pensiero, in relazione a ciascun titolo. L’opuscolo contiene, oltre alla lettera del vescovo Egger del 3 Marzo 1988, notizie sulla vita di Maria Hueber e sullo sviluppo della sua Congregazione.



GIOVANNI VIII FRANCESCO KHUEN (1685-1702)

Anche il successore del principe vescovo Paulino Mayr, deceduto il 29 Settembre 1685, fu eletto all’unanimità dal Capitolo del duomo, il 15 Novembre 1685 nella persona di Giovanni Francesco Khuen, che come parroco di Bolzano si era distinto per zelo nel predicare, confessare, visitare ammalati e per la generosità verso i poveri.
Figlio del conte di Khuen Giovanni Francesco e della contessa Margherita Trapp, era nato ad Hall il 12 Agosto 1649. Dopo il ginnasio ad Hall, dal 1666 al 1673 studiò filosofia e teologia al Germanikum di Roma, città dove nel 1672 fu ordinato sacerdote. Al suo ritorno divenne canonico a Freising, nel 1680 a Bressanone e infine anche a Passau. Dal 1682 era parroco di Bolzano.
Fu il vescovo ausiliare Guglielmo Vintler, assistito dai prelati Giacomo Friedrich di Gries e Fortunato Trojer di Novacella, a consacrarlo vescovo il 29 Luglio 1687, dato che la conferma papale per alcune difficoltà era giunta solo il 12 Maggio di tale anno.
Il principe vescovo Giovanni Francesco Khuen mantenne il concistoro istituito dal suo predecessore, il cui presidente era contemporaneamente vicario generale. Fu proprio questo organismo, durante l’episcopato di Giovanni Francesco Khuen, a esaminare la posizione di Maria Hueber, fondatrice delle suore terziarie di Bressanone. Avendo ella predetto la morte del vescovo Paulino Mayr, si vociferava che fosse una strega. Dopo approfondita indagine Maria Hueber fu chiamata dinanzi al concistoro, che dopo ulteriore esame proclamò l’innocenza della convenuta; fu proprio per ispirazione di Dio che ebbe a predire la morte del principe vescovo Paulino Mayr.
Il principe vescovo Giovanni Francesco Khuen diede la sua paterna benedizione alla scuola per fanciulle povere istituita in una stanzetta di via Roncato da Maria Hueber e dalla sua compagna Regina Pfurner, con la quale, dopo aver fatto i voti di povertà, castità e obbedienza nella chiesa delle Clarisse di Bressanone, la Hueber aveva dato inizio a una comunità religiosa.
Nel 1697 il principe vescovo ripristinò la vecchia forma del concistoro, alla cui presidenza chiamò Giovanni Antonio Zephyris. Durante l’episcopato di Giovanni Francesco VIII vennero fondati alcuni importanti conventi, tra cui Sabiona, il cui atto di fondazione fu solennemente celebrato il 21 Novembre 1686 dal vescovo ausiliare Guglielmo Vintler, mentre il 25 Novembre 1687 fu il principe vescovo a consacrare la chiesa del monastero.
Nel 1692 sorse il convento dei cappuccini a San Candido, la cui chiesa fu consacrata dal principe vescovo il 29 Agosto 1694; nel 1699 fu la volta del convento dei cappuccini di Chiusa, con posa della prima pietra in tale anno da parte del principe vescovo e consacrazione della chiesa nel 1701.
Oltre ad aver a cuore la fondazione di nuovi conventi, il principe vescovo ebbe rapporti pacifici con i vari ordini religiosi presenti in diocesi, salvo alcune divergenze col convento di Sonnenburg su alcune questioni di ordine temporale.
Il vescovo Khuen visse in pace anche con il clero; ci fu solo qualche momento di attrito col Capitolo del duomo, contrario all’ingresso dei Gesuiti a Bressanone, che era invece nelle intenzioni del vescovo.
Nei suoi 17 anni di episcopato il vescovo Khuen curò diligentemente le visite pastorali; visitò personalmente i centri più grossi dell’estesa diocesi e le località dove c’erano da consacrare chiese e altari; nelle valli più lontane inviò sacerdoti, come il parroco di Castelrotto Silvestro Ricci, per fare rilevazioni sulla situazione religiosa e morale del popolo. I decani rurali furono incaricati di convocare annualmente un’assemblea del clero per accertare quanto venisse eseguito dei decreti emanati in occasione delle visite pastorali.
Il principe vescovo Khuen osservò diligentemente anche il proprio dovere di residenza. Si assentò da Bressanone solo in alcune circostanze; nel 1690 fu ad Augusta per l’incoronazione ad imperatrice della sposa dell’imperatore Leopoldo e per l’elezione a re di Roma del principe ereditario Giuseppe.
L’11 Dicembre 1691 fu invece a Trento a consacrare il nuovo principe vescovo Giuseppe Vittorio Alberti (1689-1695). Nel 1695 consacrò invece il nuovo principe vescovo di Freising.
Il periodo di governo del vescovo Khuen fu caratterizzato da guerre e dal passaggio di truppe, che si fermarono soprattutto a Bressanone, Brunico e Chiusa, con conseguenze in fatto di rincaro prezzi, fame, malattie. Per assicurare l’alimentazione dei suoi sudditi il principe vescovo fece venire grano dalla Baviera e dal Veneto, da rivendere a prezzo di costo alla popolazione del vescovado.
Giovanni Franceco VIII Khuen, che per tenersi in forze si recava annualmente ai bagni di Scaleres presso Bressanone, ammalatosi nell’estate 1701 consultò alcuni medici. Colpito nel Febbraio 1702 da forte febbre, il 52enne vescovo morì il 3 Aprile.
Fu sepolto in duomo. La sua pietra sepolcrale, che si trova ora nell’atrio del duomo di Bressanone presso l’ingresso al vecchio cimitero, mostra l’agnello brissinese, l’aquila del capitolo e lo stemma della famiglia Khuen. L’iscrizione indica il principe vescovo come un padre dei poveri e un benefattore della città vescovile.



GASPARE IGNAZIO KÜNIGL (1702-1747)

Due mesi dopo la morte del principe vescovo Giovanni Francesco Khuen, e precisamente l’8 Giugno 1702, già alla prima votazione fu eletto il suo successore nella persona del decano del Capitolo Gaspare Ignazio Künigl.
Di famiglia, i Künigl di Casteldarne (Pusteria), elevata nel 1560 al rango di conti dall’imperatore Leopoldo I, Gaspare Ignazio era decimo di tredici figli di Giovanni Giorgio, consigliere segreto imperiale e capitano del Tirolo, e della sua prima moglie Maria Anna Vizthum. Nato ad Innsbruck il 7 Marzo 1671, frequentò il ginnasio ad Innsbruck dai Gesuiti; a 16 anni ottenne un canonicato a Bressanone. Dal 1687 al 1691 studiò filosofia e teologia ad Innsbruck, concludendo gli studi con una tesi sulle decime.
Nel 1692 ottenne la prepositura a San Candido che, come quella da lui fondata a Casteldarne, mantenne col consenso papale finché visse. Un anno dopo fu ammesso al Consiglio di corte di Bressanone e nel 1695 accompagnò il principe vescovo Giovanni Francesco Khuen a Freising. Ordinato sacerdote il 22 Dicembre 1696, due anni dopo si recò a Roma per conto del suo vescovo per la “visita ad limina”. Nel 1701 la Santa Sede lo nominò decano del Capitolo.
Confermata il 4 Maggio 1703 la sua elezione da papa Clemente XI (1700-1721), Gaspare Ignazio fu consacrato vescovo il 4 Giugno del vescovo ausiliare di Trento Giorgio di Sinnersberg, con l’assistenza dei prelati Gregor Strömer di Wilten e Fortunat Troyer di Novacella.
Già nel 1704 Künigl iniziò con grande zelo a visitare la sua diocesi, dopo aver esposto senso e scopo delle sue visite. Concluse il suo primo giro di visite nel 1711, nel corso delle quale affrontò le valli più remote e le vie più impervie. Il vescovo fu accolto ovunque da gran massa di popolo, specialmente laddove a memoria d’uomo non si era visto un vescovo. Nel corso degli anni si sviluppò una certa modalità di svolgimento delle visite, al termine delle quali il vescovo emanava i “decreta personalia et realia”, che venivano affidati ai preposti alla cura d’anime per esser custoditi ed attuati. All’inizio il vescovo si era presentato per le visite con un seguito di una ventina di persone, cosa che fu di notevole aggravio per le parrocchie; in seguito si accontentò di un numero minore.
Nel 1711 il principe vescovo riprese dall’inizio il giro di visite, nel corso delle quali spesso confessava per ore e distribuiva la Comunione; voleva inoltre sapere che effetti aveva avuto la prima visita, in occasione della quale aveva constatato che la situazione religiosa della diocesi non corrispondeva alle sue idee, per cui aveva deciso di tenere un Sinodo.
Per motivi anche finanziari ci si dovette però accontentare di un’assemblea di tono minore, un “Prosinodo”, che si svolse dal 20 al 22 Ottobre 1710 nel palazzo vescovile di Bressanone; furono invitati tutti i decani, un rappresentante eletto dei dieci decanati, alcuni consiglieri ecclesiastici e un rappresentante del Capitolo del duomo. Mancavano del tutto però gli ordini religiosi. L’assemblea non portò ad un reale rinnovamento della diocesi, ma i partecipanti poterono farsi una idea migliore dei programmi di riforma del principe vescovo, il quale non avendo portato al successo sperato i tentativi di rinnovamento della diocesi, ricorse a un nuovo mezzo, appena se ne presentò l’occasione.
Quando nel 1710 giunse a Bressanone, con una lettera pontificia di raccomandazione, il gesuita Fulvio Fontana, che aveva tenuto con grande successo le missioni al popolo in Italia, in Svizzera e in Val Venosta, il vescovo Künigl consentì subito la tenuta di una missione nella sua città vescovile. Sebbene Fontana e i suoi collaboratori non padroneggiassero la lingua tedesca e avessero bisogno di un interprete, si allietarono per la grande affluenza di popolo. Per dare maggiore efficacia alle loro prediche, i missionari italiani si flagellavano e organizzavano processioni penitenziali, in cui apparvero persone scalze e con una corona di spine sul capo.
Ben presto subentrarono missionari tedeschi, i quali non pretesero più dal popolo, al quale comunque non erano piaciuti, gli esagerati esercizi di penitenza. Considerato il successo delle missioni al popolo a Bressanone e in altre località della diocesi, il vescovo decise di istituire a Bressanone un centro permanente di “missione”.
Nel 1713 il principe vescovo ottenne da Roma un’indulgenza straordinaria in diocesi per la protezione dalla peste, dalla fame e dalla guerra. L’acquisto di un’indulgenza si collegò ad una missione popolare, per la quale fu mobilitato il clero, perché collaborasse con i predicatori esterni. Ogni parrocchia doveva ospitare i misionari, con rifusione delle spese da parte del vescovo, il quale tenne personalmente una missione di tre giorni a Luson, passando ogni giorno diverse ore in confessionale.
Nel 1714 papa Clemente XI chiese al vescovo Künigl di istituire in diocesi una sezione locale di preti missionari di San Vincenzo de Paoli; il vescovo però addusse di voler far tenere le missioni popolari a missionari tedeschi. Grandi meriti per l’istituzione di una missione permanente l’ebbe anche Giovanni Fenner di fennberg. A tale opera contribuì anche l’imperatore; fu costituito un capitale di 20 mila fiorini cui il vescovo contribuì con 5 mila fiorini. Con la conferma del progetto da parte dell’imperatore si potè dare inizio alla missione nel 1719, che su sollecitazione di Künigl fu affidata alla Compagnia di Gesù; tra i missionari inviati dalla provincia germanica va menzionato soprattutto padre Christoph Müller, originario di Bressanone, il quale come rettore guidò per 40 anni con grande zelo la missione, che i missionari dovevano completare in tutto il Tirolo entro 11 anni e poi ricominciare dall’inizio. Ci fu qualche resistenza da parte del clero, che però fu superata con l’intervento del vescovo. In complesso la missione contribuì ad un rinnovamento religioso in tutto il Tirolo, caso unico nella sua storia ecclesiastica.

Il vescovo Künigl volle affidare ai Gesuiti anche un altro compito; ritenendo che il seminario di Bressanone fosse in uno stato deplorevole, voleva istituirne uno nuovo, al fine di procurare al clero una migliore formazione ascetica e scientifica. Nel 1721 chiamò i Gesuiti per farli assumere la guida del seminario e insegnare nel ginnasio.
Ritenne giunta l’occasione per istituire un collegio di Gesuiti quando il 13 Maggio 1721 il Capitolo del duomo trasferì al principe vescovo l’ospedale di Santa Croce. Ma quando il Capitolo apprese del progetto del vescovo, si dichiarò contrario all’apertura di una filiale dei Gesuiti, temendo un’usurpazione dei propri diritti.
Mentre il Capitolo si rivolse all’imperatore, il vescovo riuscì ad ottenere l’assenso della nobiltà e della borghesia cittadina. Il 22 Febbraio 1722 il principe vescovo fece affiggere al portale del duomo un editto, annunciante la filiale dei Gesuiti, al che il Capitolo fece apporre a sua volta il 3 Marzo un manifesto di protesta, denunciante il progetto del vescovo. Tra i due partiti il conflitto si inasprì man mano con scambio di ulteriori note di protesta, finché l’imperatore ordinò al vescovo di soprassedere all’ingresso dei Gesuiti, essendoci in Tirolo già sufficienti filiali di ordini religiosi.
Nel Settembre 1723 Künigl si recò a Vienna e a Praga, dove l’imperatore stava soggiornando, per convincerlo del proprio progetto, ma non vi riuscì, per cui nel 1724 decise di desistere. Il Capitolo del duomo però, non soddisfatto del risultato raggiunto, pretese la restituzione dell’ospedale di Santa Croce. Ma poiché questo nel 1728 fu annesso tramite la Santa Sede al seminario, il capitolo si appellò all’imperatore, indirizzando anche una circolare a tutti i Capitoli del duomo germanici; in essa lo stato delle cose fu talmente alterato che il vescovo si vide costretto ad elaborare un’esauriente replica, e a sua volta fatta pervenire a gran parte dei Capitoli tedeschi. Il conflittò continuò fino alla morte del vescovo senza che si fosse raggiunto un accordo. Così naufragò il rinnovamento del seminario, sia per la pervicace resistenza del Capitolo che per il rigido atteggiamento del principe vescovo, il quale era convinto che solo i Gesuiti fossero in grado di formare i candidati al sacerdozio.
Il vescovo Künigl si curò molto anche del rinnovamento del clero, all’epoca assai numeroso. Nel 1721 emanò il “Sacerdotale Brixinense”, una guida per la somministrazione dei sacramenti distribuita gratuitamente tra i sacerdoti; stimolò anche presso i decani l’istituzione di una piccola biblioteca. Si impegnò per favorire gli esercizi spirituali del clero, e allo scopo finanziò un eremo sito nella valle superiore dell’Inn.
Oltre a probire l’assunzione nelle parrocchie di cooperatori estranei, il vescovo in conformità alle disposizioni di Roma dispose che ogni candidato alla cura d’anime parrocchiale sostenesse un esame. Nel 1729, onde dare la possibilità al clero di incontrarsi più spesso per discutere di problemi urgenti, il vescovo rese obbligatoria la tenuta di Capitoli rurali.
C’erano in quel tempo numerosi eremiti, detti anche “Waldbrüder”; poiché di frequente dettero adito a lamentele, il vescovo li fece sottoporre ad un severo controllo. Nel 1731 gli eremiti su pressione del vescovo dovettero eleggere un patriarca; successivamente, non essendo cessate le lamentele, pose un presidente a capo della comunità, per rafforzare l’autorità del patriarca. Così sorse gradualmente una congregazione. Tre assistenti, eletti anch’essi ogni tre anni, affiancarono il patriarca; dovevano visitare i singoli eremiti, sorvegliare la loro condotta di vita e convocarli annualmente ad un raduno di un giorno a Bressanone. Sotto la guida del vescovo venne elaborata anche una Regola, stampata nel 1737.
Conforme ai tempi il vescovo Künigl era anche fervido ammiratore dei santi. Nel 1704 ottenne da Imola una reliquia di S. Cassiano, che fece preziosamente incastonare e portare in una processione, che si tenne, in adempimento di un voto fatto, a ringraziamento per la cacciata dei Bavaresi. Una venerazione ancor più grande il principe vescovo ebbe per Giovanni Nepomuceno, per la cui canonizzazione si impegnò a Roma nel 1729. Alta considerazione ebbe anche Santa Notburga e Andrea di Rinn, che secondo una leggenda fu barbaramente assassinato il 12 Luglio 1462.
Caratteristica dei tempi del Barocco era il gran numero di festività. Nella diocesi di Bressanone in certe settimane c’erano quattro feste e in qualche mese l’attività lavorativa cessava per undici giorni. Quasi un terzo dell’anno era riempito da feste e giornate semifestive. Il vescovo Künigl decise di dare esecuzione in diocesi ad un regolamento di papa Urbano VIII (1623-1644), che aveva ridotto il numero delle feste; il 10 Novembre 1706 comunicò ai decani il proprio progetto. Senza attendere il loro parere, e nonostante gli avvertimenti del Capitolo del duomo circa l’irritazione che le misure avrebbero provocato nel popolo, il principe vescovo il 20 Agosto 1707 inviò ai decani uno scritto col quale veniva ridotto il numero delle feste, dato che erano utilizzate tutt’altro che per la gloria di Dio e dei Santi.
Sebbene Künigl avesse abolito solo sei feste, ci fu una forte opposizione al provvedimento. Il 1° Ottobre 1707 il Governatore espresse disappunto per il fatto che alcuni sudditi avessero osato strappare le ordinanze del vescovo dalle porte delle chiese, pronunciare parole indecorose nei confronti del vescovo stesso e dei curatori d’anime, aprire con violenza le chiese e suonare “a festa”, nonché minacciare i sacerdoti. Künigl si vide costretto a mitigare l’applicazione dell’ordinanza, così che in pratica tutto rimase come prima.

Nel 1731 il movimento protestante esistente nella diocesi aveva reclamato dall’arcivescovo di Salisburgo Leopold Anton von Firmian (1727-1744) la libertà di religione; il principe della Chiesa pose però i protestanti dinanzi all’alternativa, emigrare o divenire cattolici. In relazione a ciò il vescovo Künigl esortò con lettera del 12 Settembre 1731 il proprio clero alla vigilanza, ordinando di prendere tutte le precauzioni possibili per allontanare il pericolo protestante. Nel principato vescovile di Bressanone non erano tollerati gli eterodossi, e proprio i vescovo Künigl si curò particolarmente che la religione cattolica non fosse inquinata dal protestantesimo. Anche il potere temporale doveva contribuire in tal senso. Poiché un pericolo per la fede poteva derivare dai libri e dagli scritti, il vescovo Künigl fece controllare severamente i librai.
Künigl si rese particolarmente benemerito per quanto concerne la scuola. In quel tempo esistevano in Tirolo diversi paesi sprovvisti di scuola, e il governo non aveva intrapreso nulla in questo settore. Ciò mosse il principe vescovo a scrivere nel 1729 una lettera, nella quale, oltre a sottolineare l’importanza della scuola, intimò a tutte le comunità di istituire una scuola. Dispose inoltre che in quelle comunità che non potevano permettersi un maestro, fosse il curatore d’anime a occuparsi dei bambini insegnando loro a leggere e scrivere.
Il principe vescovo sostenne anche l’istituzione di scuole femminili da parte delle Suore Terziarie e delle Dame Inglesi a Bressanone e delle Orsoline a Innsbruck e Brunico.
Nei confronti del governo di Vienna il vescovo Künigl cercò di tutelare i diritti del principato e del vescovado, zelantemente appoggiato dal cancelliere Barth. Ciò si rese necessario sotto Leopoldo I (1657-1705), che tentò di legare sempre più strettamente a sè il vescovado. Sotto Giuseppe I (1705-1711) il contrasto riguardò principalmente le imposte, il diritto di conio, sulle miniere, nonché i regali alla corte imperiale per genetliaci e matrimoni, che il vescovo non era propenso a dare. In caso di guerra era però disposto ad appoggiare l’imperatore con imposte straordinarie e permettendo il passaggio di truppe, pur incorrendo in gravi spese, così che il popolo fu gravato di imposte personali e patrimoniali, poiché Vienna non rimborsava del tutto tali spese. Tuttavia il vescovo Künigl fu tenuto in grande considerazione da Giuseppe I.
Sotto Carlo VI (1711-1740) clero e conventi furono gravati di imposte straordinarie, per cui Künigl nel 1717 si recò a Vienna, raggiungendo anche Magonza e Colonia per ottenere l’appoggio di quei principi di curia. Il principe vescovo dovette sopportare l’immischiarsi del governo nelle questioni religiose del principato vescovile, per esempio circa la nomina dei parroci e le visite pastorali del vescovo. In generale però ci fu in campo religioso una stretta collaborazione tra imperatore e vescovo. L’imperatore sostenne per esempio l’effettuazione delle missioni al popolo e mise la polizia a disposizione del vescovo per la lotta contro gli abusi.
Sotto Maria Teresa (1740-1780) i rapporti tra Vienna e Bressanone peggiorarono, poiché l’imperatrice vietò al vescovado una politica estera autonoma, intimò imposte e spese di guerra ed estese la riforma della milizia anche al principato vescovile. Ebbe pretese anche per quanto concerne polizia, dogana, moneta. Il vescovo Künigl visse solo l’inizio di queste riforme statali. Per ribadire la propria indipendenza, il principe vescovo fece coniare nel 1710 centinaia di talleri e qualche moneta d’oro in osservanza dei diritti spettanti al vescovado, di conio, di regalia ecc.
Nel 1718 su incarico del papa e dell’imperatore fece un viaggio missionario ad Hannover, per riconquistare i protestanti alla Chiesa cattolica. Durante la sua assenza le funzioni vescovili furono svolte dal vescovo di Trento. Pare che Künigl abbia anche sperato di divenire arcivescovo di Salisburgo, poiché nel 1723 vi accettò un canonicato e vi ottemperò la prescrizione dell’anno di residenza. Anche lui, come altri vescovi, non si recò mai a Roma “ad limina” ma incaricò sempre dei canonici.
Al vescovo Künigl si deve il completamento dal 1707 al 1711 della costruzione del palazzo vescovile. La chiesa fu ricostruita exnovo. Dal 1715 al 1716 ristrutturò l’edificio costruito sotto l’arciduca carlo d’Austria, a nord del palazzo, che servì per le scuderie. Nel 1745 iniziò con la ricostruzione del duomo. Sostenne molte spese per la ricostruzione di chiese e canoniche.
Künigl, all’altezza del suo rango di principe, fu al di là delle aspettative nell’ospitare sontuosamente; ne fecero esperienza la principessa ereditaria Maria Teresa e il re Federico di Danimarca, i principi bavaresi Carlo Alberto e Clemente Augusto, i principi di Sassonia Federico Augusto, Giovanni Augusto e Ludovico Ernesto, come pure i cardinali Bouillon, Piazza, Schrottenbach, Spinola, Schönborn, Zinzendorf, come altri principi, vescovi, inviati papali, ambasciatori.
Il principe vescovo Künigl morì il 24 Luglio 1747 nel castello avito di Casteldarne. Prima di morire aveva pregato il suo vescovo ausiliare Ferdinando di Sarentino di chiedere a suo nome perdono al Capitolo del duomo per le eventuali offese arrecate. Mentre il suo cuore pervenne alla chiesa parrocchiale di S. Giacomo ad Innsbruck, le sue spoglie vennero deposte con grande solennità il 24 ottobre 1758 nel nuovo duomo di Bressanone. La sua pietra funeraria si trova nel braccio trasversale a nord del sacro edificio.
Il vescovo Künigl al quale più di altri si deve il profondo rinnovamento della diocesi, godette di grande considerazione anche all’estero; di lui furono molto apprezzate le doti diplomatiche. Pur essendo un figlio del suo tempo, un principe del Barocco unente in sè contrari come fuga dal mondo e gioie dell’al di qua, è senza dubbio tra le figure più eminenti della diocesi di Bressanone.



LEOPOLDO DE SPAUR ( 1747-1778)

Dopo la morte del principe vescovo Künigl, avvenuta il 24 Luglio 1747, il Capitolo del duomo elesse come suo successore il 18 Ottobre, al settimo scrutinio, il decano del duomo Leopoldo de Spaur.
Figlio di Giovanni, presidente del governo provinciale, Leopoldo era nato ad Innsbruck il 10 Maggio 1696. Dopo aver studiato dal 1712 al 1715 filosofia e diritto ad Innsbruck completò gli studi al Germanikum di Roma. Ottenuto un canonicato a Bressanone nel 1716, al ritorno da Roma nel 1718 fu consacrato sacerdote a Bressanone. Nel 1720 divenne decano del duomo. Rappresentò il Capitolo sia a Vienna nella contesa col principe vescovo in merito all’ingresso dei Gesuiti a Bressanone sia nelle diete provinciali.
Dopo la conferma papale, del 18 Febbraio 1748, alla sua elezione, il 28 Aprile, domenica di San Cassiano, fu consacrato vescovo dal vescovo ausiliare Ferdinando Giuseppe conte di Sarentino (1727-1762), assistito dai vescovi ausiliari di Trento Giovanni Bassi e di Salisburgo Antonio Felice Ciurleti. Il 7 Maggio il nuovo vescovo ottenne dall’inviato dell’imperatrice Maria Teresa d’Asburgo (1740-1780), conte Brandis, i diritti regali. A sua volta investì Maria Teresa quale contessa del Tirolo dei feudi di Bressanone.
Prima cura del nuovo vescovo fu la prosecuzione dei lavori per la costruzione del duomo; nel 1752 incaricò due sacerdoti diocesani, Franz de Paula Penz, intraprendente autodidatta che progettò e fece costruire numerose chiese nel Tirolo, e Georg Tangl (1722-1787), prefetto del Seminario, di dirigere i lavori fino al completamento del sacro edificio, che fu consacrato dal principe vescovo nel 1758. I canonici Christoph Migazzi e il nipote del vescovo, Giuseppe de Spaur, dovevano trattare per la decorazione del duomo con il pittore di Monguelfo Paul Troger (1698-1762), che per la sua opera avrebbe ottenuto 10 mila fiorini.
Il nuovo vescovo si preoccupò presto anche del Seminario. Secondo gli Statuti che il vescovo ingiunse agli studenti di teologia, agli allievi era vietato di uscire da soli e senza permesso; essi dovevano partecipare quotidianamante alla S. Messa e settimanalmente confessarsi e comunicarsi. Ad eccezione del tempo di carnevale e dell’autunno era loro proibito giocare a carte o a dadi, nei giorni liberi venivano date lezioni di diritto ecclesiastico o di morale. Leopoldo de Spaur riuscì poi anche a far svolgere gli studi teologici. I docenti gesuiti vennero però sostituiti con sacerdoti secolari. Il vescovo decise di far abbattere l’ospedale di Santa Croce ritenendolo troppo piccolo come Seminario e dal 1764 al 1771 ne fece costruire uno nuovo, che potè ospitare cento candidati al sacerdozio. Contemporaneamente fu costruita da Franz Anton Singer (capostipite della scuola di Götzens) su progetto di Georg Tangl la chiesa del Seminario, consacrata nel 1767. La biblioteca con i bellissimi affreschi del 1772 di Franz Anton Zeiller (1716-1794), pittore di corte dal 1768, è tra le più importanti sale barocche della provincia. Molti studenti di teologia poterono così entrare nel nuovo Seminario, per cui la diocesi fu benedetta da abbondanza di clero. In occasione della consacrazione della nuova chiesa, il 30 Giugno, e del Seminario il 16 Luglio, il principe vescovo radunò i decani della diocesi nella propria residenza per un “Prosinodo”. Per rispetto delle importanti decisioni sinodali del 1603 del suo predecessore Christoforo Andrea Spaur, Leopoldo dispose qualche modifica e miglioramento per adeguarle alle esigenze del tempo. Nella sostanza però doveva continuare ad avere validità il Sinodo del 1603. Volle però ottenere un parere dai suoi consiglieri ecclesiastici e da altre persone colte di Bressanone, nonché dai decani, su cosa dovesse esser regolamentato ex novo in conformità alle condizioni del tempo. Frutto di queste consultazioni è la nuova edizione degli Statuti del 1603, ai quali il principe vescovo scrisse una lunga prefazione. L’opera fu stampata da Johann Kassian Krapf, stampatore di corte a Bressanone.
Il principe vescovo iniziò con zelo le visite pastorali, con un seguito di 12 persone. Ovunque Leopoldo esortò i curatori d’anime e le comunità ad adempiere ai propri doveri. I curatori d’anime dovevano essere zelanti nel tenere le catechesi, incitare il popolo a ricevere con frequenza i sacramenti ed esortarlo ad evitare le osterie. Nel corso delle sue visite il vescovo si preoccupò del pericolo derivante da certi balli e interessò della cosa le autorità per gli opportuni provvedimenti.

L’opera del principe vescovo Leopoldo de Spaur fu meritoria anche per quanto concerne la scuola. Quando il presidente provinciale Ignaz Kassian von Enzenberg gli chiese di mettere a disposizione qualche sacerdote con esperienza in fatto di scuola, il vescovo gli inviò nel 1766 Karl Agsthofer perché rinnovasse le scuole elementari della capitale provinciale. Poiché si ebbe presto un aumento di scolari, giunsero in aiuto ad Agsthofer altri due sacerdoti. Il principe vescovo scrisse persino una lettera pastorale per il rinnovamento delle scuole; nel 1769 fece venire da Innsbruck il sacerdote Anton Kuen che doveva rinnovare il sistema scolastico nella città vescovile; fu affiancato dal sacerdote Paul Norz, per cui si ebbero importanti progressi anche nelle scuole di Bressanone. Il principe vescovo le visitò spesso di persona, apparendo agli esami, che erano collegati a distribuzione di premi. Seguirono analoghi interventi nelle scuole di Chiusa e di Brunico.
Un altro problema che il vescovo dovette affrontare fu la pubblicazione di testi contenenti tesi universitarie in contrasto col diritto canonico; non essendo riuscito a farle ritirare, nel Dicembre 1769 scrisse in merito all’imperatrice Maria Teresa; non fu esaudito ma apprese che la censura sui libri e sulle tesi fu trasmessa ai direttori delle quattro facoltà. Perciò potè rivolgersi al prelato di Wilten, Joseph Lizzi, direttore della Facoltà teologica, e chiedergli di impegnarsi per l’allontanamento delle indecenti dottrine.
Nel 1749, onde avere una migliore visione della diocesi, il principe vescovo Leopoldo de Spaur ordinò un censimento diocesano, secondo il quale la diocesi contava allora 720 sacerdoti, 1094 religiosi e 230.299 fedeli. Nello stesso anno apparve il primo catalogo diocesano stampato.
Il 1765 fu per il Tirolo di particolare importanza poiché l’arciduca Pietro Leopoldo, designato granduca di Toscana, doveva sposarsi ad Innsbruck con la principessa spagnola Maria Luisa. L’imperatore Francesco I di Lorena (1745-1765) con l’imperatrice Maria Teresa e i suoi figli erano giunti a Bressanone, dove si fermarono nella residenza vescovile, per proseguire il 5 Agosto per Innsbruck, dove si celebrarono le nozze; i festeggiamenti dovettero però interrompersi per la improvvisa morte, il 18 Agosto, dell’imperatore. L’affranta imperatrice ordinò tosto 1600 Messe per la pace dell’anima del suo sposo e in memoria del defunto istituì ad Innsbruck un istituto femminile. Il nome dell’imperatore non fu più nominato nel canone della Messa, in compenso rimase quello dell’imperatrice.
Negli anni 1769,1771 e 1773 fu ospite a Bressanone il celebre musicista e compositore Wolfgang Amadeus Mozart, che suonò davanti al principe vescovo.
Anche la diocesi di Bressanone fu interessata ai provvedimenti di papa Clemente XIV (1769-1774) che con il Breve “Dominus ac Redemptor” del 21 Luglio 1773 aveva sciolto (anche per le pressioni di Maria Teresa) la Compagnia di Gesù. Il vescovo ausiliare conte di Sarentino doveva dare l’annuncio del Breve ai Gesuiti, il 30 Settembre ad Hall e il 1° Ottobre ad Innsbruck. I Gesuiti fermatisi in diocesi furono impiegati come curatori d’anime e professori, gli inabili al servizio e gli anziani poterono unirsi in comunità ad Hall.
Nel 1774 il principe vescovo notificò al Capitolo del duomo il desiderio che a causa della propria età avanzata e della malferma salute venisse nominato un coadiutore con diritto di successione. Questi fu eletto dal Capitolo il 23 Giugno 1775, nella persona del nipote del principe vescovo, Ignazio de Spaur, un exsoldato.
Le riforme di Maria Teresa nel frattempo erano divenute oltremodo pericolose per la posizione della diocesi di Bressanone. Se già ai tempi dei rapporti stretti tra questo e la contea del Tirolo le autorità provinciali non di rado si intromisero nei diritti del vescovado, nell’epoca dell’illuminismo e della Chiesa di Stato ciò doveva verificarsi in misura maggiore. Maria Teresa si mostrò alquanto ligia ai consiglieri d’Innsbruck che volevano ridurre i vescovi da sovrani a sudditi, mentre il principe vescovo esercitava effettivamente ancora nel secolo XVIII le sue funzioni sovrane nel principato di Bressanone: nella riscossione d’imposte, di cui esistevano otto specie diverse, aveva la sua camera (ministero delle finanze); nel campo militare aveva la sua guardia palatina e in guerra poteva mettere in campo i militi (Schützen)di Bressanone; manteneva il diritto di conio e di conferire di diritti nobiliari; il diritto di investire i conti del Tirolo (cioè gli arciduchi d’Austria) con le giurisdizioni bressanonesi fu conservato ed esercitato dai principi vescovi fino alla fine del principato; gli spettava pure lo iudicium sanguinis, per cui sotto Leopoldo Spaur nel 1774 fu eseguita a Bressanone l’ultima sentenza capitale. Da sottolineare anche i rapporti del vescovo di Bressanone con i principi dell’Impero: duchi e principi, anche protestanti, invocavano l’intervento del principe di Bressanone Leopoldo in loro favore ed anche come arbitro. Bressanone ebbe anche ambasciatori propri a Ratisbona, a Vienna, a Innsbruck.

L’imperatrice Maria Teresa non permise alcuna politica estera autonoma al principe vescovo Leopoldo de Spaur, il quale doveva pagare le stesse imposte e contribuzioni belliche degli altri ceti (Stati); doveva inoltre contribuire alla costruzione dell’esercito austriaco; venne estesa al vescovado la riforma della milizia; al vescovo fu negato anche il diritto di riscuotere imposte nel suo territorio; e non si gradirono termini, usati dai suoi inviati, come “confederati” e “confederazione”.
Ma il vescovo ribadì il rapporto federativo con la contea del Tirolo, protestò per la mescolanza con i ceti e si rifiutò di esser nominato “tirolese”. Bressanone si rifiutò anche di autorizzare regali in occasione di nascite o nozze di membri della casa imperiale. Dichiarò anche di esser contro l’istituzione di un reggimento provinciale, approvato invece da Trento, e si impuntò più volte nei confronti delle numerose imposte belliche ordinarie e straordinarie, dei prestiti e del frequente passaggio di truppe. Leopoldo de Spaur respinse nel 1749 il sistema confederativo e nel 1765 l’assunzione di debiti del sovrano.
In modo ancor più veemente il vescovo protestò contro la riforma della milizia e la perequazione delle imposte. Vienna non prese in considerazione lettere di rifiuto e proteste, non volendo limitare le riforme alla sola contea del Tirolo; particolarmente le autorità di Innsbruck si mostrarono tuttaltro che negligenti nell’attuazione delle disposizioni e quando il vescovo si impuntò ulteriormente, si usò anche la forza. Il 17 Ottobre 1772 fu inviata a Bressanone una compagnia del reggimento Migazzi, sotto la cui protezione si posero la commissione militare e civile. Il barone di Pallaus e il consigliere von Walter, che come deputati del vescovo avevano elevato proteste, furono arrestati, per cui si diede luogo al reclutamento forzoso di truppe. Allora Leopoldo si rivolse a Ratisbona per tentare l’intermediazione imperiale, presentando non solo le due questioni principali, la riforma della milizia e l’equiparazione impositiva, ma anche altre lagnanze. Ma anche questo passo, come altri consimili in passato, non ebbe successò. L’arcivescovo di Salisburgo Hieronymus Franz conte di Colloredo (1772-1812), che era presidente del collegio dei principi elettori, portò la faccenda dinanzi all’imperatrice, la quale insediò una commissione, al fine di tentare un compromesso. Nelle trattative si parlò di tutti i motivi del contendere, ma non si giunse ad una reale composizione della vertenza.
Ad altro conflitto tra Leopoldo e Maria Teresa si giunse per quanto concerne l’abolizione di festività. Quando papa Benedetto XIV (1740-1758) su richiesta dell’imperatrice aveva dispensato una serie di feste comandate dal riposo lavorativo, il Breve pontificio del 1° Settembre 1753 fu reso noto anche a Bressanone, tramite l’arcivescovo di Salisburgo. Il principe vescovo Leopoldo non mancò di prender posizione. Dopo ripetute ordinanze del governo il 2 Gennaio 1771 si diede attuazione anche a Bressanone all’ordinamento sulle festività. Subito dopo, il 22 Giugno 1771 giunse il Breve di Clemente XIV (1769-1774), che ridusse a sedici il numero delle feste comandate. Il principe vescovo non voleva attuare per niente tale Breve nel suo principato, era disposto eventualmente a renderlo noto nella parte della diocesi soggetta al sovrano solo in caso che Roma lo incaricasse espressamente. Ciò motivò nuovi attriti tra il vescovo e il governo. Poiché Leopoldo si rifiutava di abolire le feste per la consacrazione di chiese e le feste dei patroni delle chiese e delle località, o di spostarle alla Domenica, nel 1773 gli furono bloccate le entrate provenienti dai territori della diocesi soggetti al sovrano. (La diocesi aveva un territorio più esteso del principato vescovile; la diocesi al tempo del vescovo Leopoldo Spaur contava circa 200 mila anime, di queste però solo 26 mila appartenevano al principato.)
Il principe vescovo Leopoldo de Spaur morì, a 83 anni, a Bressanone il 31 dicembre 1778 e fu sepolto nel nuovo duomo davanti all’altare di San Cassiano. La pietra funeraria nel braccio trasversale a nord, di fronte a quello del principe vescovo Künigl, riporta le parole fatte porre da suo nipote, principe vescovo Giuseppe de Spaur “Fu nominato lustro dei vescovi, per santità di vita, zelo per la religione, straordinario esercizio della mortificazione e prodigiosa generosità verso i poveri”.



IGNAZIO DE SPAUR (1779)

Quando il principe vescovo Leopoldo de Spaur, viste le proprie condizioni di salute, espresse il desiderio di avere un coadiutore con diritto di successione, il Capitolo del duomo stabilì il 23 Giugno 1775 come data per l’elezione, avvenimento per il quale si organizzarono preghiere a Bressanone e in tutta la diocesi. Il coadiutore fu eletto già al primo scrutinio, nella persona di Ignazio de Spaur, nipote del principe vescovo Leopoldo. La conferma papale giunse però soltanto nell’Ottobre 1776, dopodiché il coadiutore si recò a Salisburgo, dove il 17 novembre fu consacrato vescovo dall’arcivescovo Hieronymus Colloredo (1772-1812).
Ignazio de Spaur, figlio del conte Giovanni Francesco Guglielmo, governatore del Tirolo, e della contessa Anna Massimiliana Trapp, era nato ad Innsbruck l’8 Maggio 1729. Dal 1746 al 1748 studiò filosofia ad Innsbruck, ma poi intraprese la carriera militare alla quale si sentiva più portato. Era già divenuto capitano dell’esercito imperiale austriaco quando gli fu offerto un canonicato a Salisburgo, che Ignazio accettò cambiando lo stato di vita militare con quello ecclesiastico. Nel 1758 l’arcivescovo di Salisburgo Sigismondo Shrattenbach (1753-1771) gli affidò nel 1758 la presidenza del Consiglio di guerra, una carica che di solito era esercitata da un laico; per tale carica Ignazio Spaur ebbe diritto ad una guardia davanti all’abitazione, con disappunto però dei salisburghesi. Nel 1763 otenne un canonicato anche a Bressanone.
A Bressanone non si nascondeva il fatto che il nuovo principe della Chiesa non possedesse una formazione teologica ascetica. Suscitavano sconcerto anche le sue maniere militari, la sua dichiarata predilezione per la musica, la caccia, e la sua condotta mondana. Deponevano a suo favore, d’altra parte, il suo aspetto esteriore, il suo atteggiarsi sicuro, per cui ci si attendeva un governo forte nei confronti della sempre più arrogante onnipotenza statale.
Anche lo stesso principe vescovo Leopoldo aveva gioito per l’elezione di suo nipote, il cui primo pontificale riuscì ancora a dare qualche guizzo ai suoi inaridentisi spiriti vitali. Ma ciò non durò molto; l’iniziale gioia si tramutò in crescente delusione, poiché si palesò sempre più che i principi del coadiutore si discostavano sostanzialmente dalle concezioni dello zio. Il vegliardo principe vescovo era ancora il figlio della Chiesa del barocco, che meravigliò il mondo per la sua severa ascesi e l’instancabile pietà. Il coadiutore invece non si era scrollato di dosso “l’ufficiale”, era mondanamente orientato e inoltre era un rappresentante della nuova generazione, che prestava volentieri l’orecchio ai ragionamenti dell’Illuminismo. Con zelo egli acconsentì ai desideri e alle richieste del governo, che sempre più chiaramente patrocinava la “Chiesa di Stato”. E ai desideri del governo di Innsbruck il vescovo Ignazio si conformò, poco dopo la morte dello zio, deceduto il 31 Dicembre 1778, quando l’11 Febbraio 1779 emanò un ordinamento quaresimale molto “soft”, per usare un termine dei tempi d’oggi.
Il 12 Febbraio dovevano aver luogo in forma solenne l’insediamento e l’intronizzazione di Ignazio come principe vescovo di Bressanone. Ma proprio alla vigilia della festa fu colpito da infarto, che lo rese semiparalizzato. Morì a 50 anni il 2 Marzo e fu sepolto in duomo, dove si trova il monumento funebre, opera di Jakob Pirchstaller di Stilves, che accomuna i due vescovi Spaur, Leopoldo e il nipote Ignazio; vi spiccano i due ritratti a rilievo dei due vescovi, l’uno col parruccone a ricciolini della prima metà del 18° secolo, l’altro con i semplici rotoli di capelli e il “codino” tipici del tempo del Giuseppinismo.



GIUSEPPE I DE SPAUR (1779-1791)

Dopo la morte del principe vescovo Ignazio de Spaur, deceduto l’11 Febbraio 1779 dopo solo due mesi di episcopato, il 26 Maggio fu eletto il suo successore, nella persona di Giuseppe Filippo Francesco Paula conte di Spaur, quinto rappresentante della famiglia Spaur ad essere postulato come principe vescovo di Bressanone.
Giuseppe, fratello del deceduto principe vescovo Ignazio, era nato ad Innsbruck il 23 Settembre 1718. Ad Innsbruck studiò filosofia dal 1735 al 1737 per proseguire poi gli studi al Germanikum di Roma. Aveva comunque già ottenuto, nel 1736, un canonicato a Bressanone. Ordinato sacerdote il 1° Aprile 1741 nella Basilica al Laterano, nel 1748 rappresentò a Vienna suo zio Leopoldo, che era stato da poco eletto principe vescovo di Bressanone, per ottenergli i diritti regali. Nel suo soggiorno a Vienna riuscì ad entrare nella benevolenza di Maria Teresa, che gli offrì un canonicato a Salisburgo, città nella quale, nel corso dei suoi frequenti soggiorni Giuseppe Spaur ebbe a conoscere i membri dell’antico “Circolo Muratori”.
Il 1° Ottobre 1763 l’arcivescovo di Salisburgo Sigismondo di Schrattenbach (1753-1771) lo nominò vescovo di Seckau, consacrandolo tale a Salisburgo il 21 Dicembre. Subito dopo il neovescovo Giuseppe Spaur soggiornò a Vienna, dove si incontrò con i membri del Circolo, che lo rafforzarono nelle sue idee giansenistiche. Come seguace del giansenismo Giuseppe Spaur aveva persino pubblicato un saggio in latino “Jansenismi Spectrum detectum”, tradotto poi in tedesco e in italiano. Come tutti i giansenisti, Giuseppe Spaur era contro il teatro e la danza, nonché contro le rappresentazioni della Passione e le teatrali processioni del Venerdì Santo. Come vescovo di Seckau fu un pastore disinteressato, zelante per le anime e straordinariamente caritatevole.
Divenuto vescovo di Bressanone, lasciò la Stiria per tornare definitivamente a Bressanone nell’Agosto 1779. La conferma da parte di papa Pio VI(1775-1799) porta la data del 20 marzo 1780.
Il principe vescovo Giuseppe I si comportò in modo duttile nei confronti del programma governativo di riforme. Quando con l’ordinanza del 20 Marzo 1781 tutti gli arcivescovi, vescovi e funzionari ecclesiastici furono incaricati di adempiere alla “Placetum regium”, Giuseppe assicurò dell’esecuzione dell’ordine.
Dopo che l’imperatore Giuseppe II (1780-1790) ebbe proibito con decreto del 4 Maggio 1781 la bolla papale “Unigenitus” che condannava i princìpi del Giansenismo, il principe vescovo ingiunse questo divieto al clero con una circolare del 7 Giugno. Quando a causa di ciò fu invitato da Roma a ritirare e annullare questa circolare, egli si difese richiamandosi ai propri princìpi e ai propri doveri verso l’imperatore.
Nei confronti del decreto di tolleranza del 16 Ottobre 1781 Spaur tenne una posizione contraria e cercò di avere in merito dalla sua il suo collega di Trento Pietro Vigilio Thun (1776-1800).
Poiché anche la Giunta della Dieta di Innsbruck elevò lamentele contro il decreto, il principe vescovo inviò all’imperatore una lettera, che enumerava ragionevoli motivi contro il decreto. Ma poiché l’imperatore insisteva sul decreto di tolleranza, il vescovo desistette dal resistere, cosa per la quale fu lodato dal governo e dal monarca.
Con la risoluzione del 12 Gennaio 1782 che esigeva la soppressione dei monasteri contemplativi, l’imperatore colpì pesantemente gli ordini religiosi. Il vescovo Spaur si preoccupò di porre fine ai vari eremitaggi siti sia nel principato vescovile che nella parte soggetta al sovrano. Il decano di Chiusa fu incaricato di comunicare a quelli di Anterselva e Castel Lamberto la loro soppressione. Quando Spaur attuò anche il decreto imperiale del 25 Gennaio 1782, che prescriveva un esame per i religiosi in vista della loro futura attività nel clero secolare, ottenne nuovamente le più alte lodi.
Dopo che commissari imperiali ebbero annunciato alle Clarisse di Hall, alle Servite di Innsbruck e alle Agostiniane di Schwaz la soppressione dei loro conventi, il principe vescovo scrisse alle suore una lettera in cui si rammaricava della loro sorte, ma nel contempo esprimeva la speranza che avrebbero potuto essere felici anche fuori del convento. Fino al completamento delle formalità diede loro alcune disposizione transitorie. Più tardi emanò disposizioni per quelle suore che volevano uscire nel mondo e per quelle che volevano continuare a vivere in comunità.

Un motivo di conflitto del principe vescovo Giuseppe I Spaur col governo fu l’introduzione ad Innsbruck di un “seminario generale”, inaugurato il 18 Gennaio 1784; i seminari generali, obbligatori per tutti gli aspiranti al sacerdozio, secolari e religiosi, erano stati voluti da Giuseppe II per sostituire i seminari diocesani e religiosi. Giuseppe Spaur non era contrario in linea di principio al seminario generale, ritenendo comunque che dovesse sottostare alla direzione del vescovo; ma quando con decreto del 30 Marzo 1783 gli fu tolta qualsiasi influenza, col suo ricorso potè ottenere soltanto che i chierici potessero, dopo aver frequentato il seminario generale, trascorrere un anno nel seminario diocesano di Bressanone, dove poi venivano preparati alla ordinazione.
Altro motivo di inquietudine per il principe vescovo fu il decreto del 16 Gennaio 1781 con cui Giuseppe II impose ai vescovi di concedere senza autorizzazione della Santa Sede le dispense matrimoniali. Il decreto fu poi mitigato nel senso che i vescovi, per motivi di coscienza, potessero ricorrere alla Santa Sede; il vescovo Spaur chiese consiglio all’arcivescovo di Salisburgo e appreso della disponibilità di questi ad accondiscendere alla volontà imperaile, decise di seguirne l’esempio.
Ma per il suo tergiversare, gli giunse nel Dicembre una sollecitazione, per cui il 14 Dicembre 1781 il vescovo informò il papa, scrivendo che, ritenendo il ricorso a Roma impossibile, aveva ritenuto opportuno di dare provvisoria esecuzione alla richiesta imperiale. Dopo un altro sollecito, del Marzo 1782, il principe vescovo finalmente cedette, cosa per cui fu nuovamente lodato dal governo.
Il modo di agire dispotico di Giuseppe II contro la Chiesa motivò l’azione disperata di papa Pio VI (1775-1799), che nel Febbraio 1782 si recò a Vienna per frenare l’imperatore nel suo zelo riformatore. Nonostante molteplici colloqui con Giuseppe II, papa Pio VI non potè ottenere nulla da questa “andata a Canossa” invertita.
Il 15 Aprile si recò a Vienna anche il principe vescovo Spaur, accompagnato dal prevosto del duomo barone von Taxis e dal canonico barone von Sternbach, per rendere omaggio al papa e per invitarlo a fermarsi a Bressanone nel viaggio di ritorno. Il papa accettò l’invito per cui il vescovo ritornò immediatamente a Bressanone per i debiti preparativi. Si dettero indicazioni ai decani affinché durante il viaggio del papa in diocesi le campane suonassero e i sacerdoti si presentassero in cotta.
L’8 maggio il papa lasciò Innsbruck, giungendo a Bressanone alle 8 di sera. Attraversò la cittadina adornata a festa e fu ricevuto dal principe vescovo nella cappella di corte della residenza vescovile. Dopo un breve raccoglimento in preghiera l’illustre ospite si ritirò nell’ “appartamento degli imperatori”.
Il giorno seguente, Festa dell’Ascensione, dopo che il papa ebbe celebrato una Messa “silenziosa”, alle 9 iniziò un solenne corteo dal palazzo vescovile al duomo, dove Pio VI celebrò una Messa solenne. Infine partecipò alla Messa celebrata dal suo padre confessore. Uscito dalla chiesa, impartì la benedizione al popolo che riempiva la piazza antistante e alle 12 lasciò Bressanone per proseguire il viaggio verso Sud.
Il vescovo Spaur fu informato dall’imperatore nel corso del viaggio di questi a Roma del suo progetto in fatto di erezione e delimitazione delle diocesi; Giuseppe II insisteva assai sul principio che i confini amministrativi o di Stato coincidessero con quelli delle diocesi, per cui passò a erezioni e numerose delimitazioni di diocesi (in Austria, in Ungheria, in Galizia). Il vescovo si dimostrò pronto a collaborare a tale progetto, gioiendo dell’ampliamento della sua diocesi. A parte le questioni sollevate da diminuzioni e ampliamenti a scapito o vantaggio di varie diocesi, i problemi sorti negli altri paesi spinsero Giuseppe II ad accantonare anche i progetti di riordinamento in Tirolo.

Anche in fatto di regolamentazione delle parrocchie il vescovo Spaur si mise all’opera non appena gli giunse il relativo decreto. Non si trattava però di erezione di nuove quanto di miglioramenti, visto che il Tirolo era munito di una fitta rete di sedi di cura d’anime. Anche per quanto concerne la chiusura di chiese il vescovo collaborò col governo pur dopo un’iniziale esitazione. Ma le difficoltà che presto si presentarono mossero Spaur alla cautela. Anche lui, come alcuni decani, non aveva calcolato la vivace reazione del popolo. Pur avendo ammonito in una circolare del 14 Gennaio 1788 alcuni decani, che si rifiutavano di effettuare sconsacrazioni, di attuare l’ordinanza del sovrano, anche lui si impegnò sempre più per il mantenimento dell’una o dell’altra chiesa.
La riforma liturgica, introdotta in Tirolo nel 1786, è accanto alla riforma della diocesi, delle parrocchie, dei conventi, tra le opere principali del rinnovamento ecclesiastico giuseppino. Il vescovo Spaur, pur ritenendo che tale riforma potesse essere attuata, in un “parere” utilizzò le reazioni del popolo e pose in guardia da eccessive limitazioni. Allorché Vienna insistette per la sua attuazione, crebbe la resistenza nel popolo. Poiché Spaur non estese al territorio del vescovado il nuovo ordinamento liturgico, fu severamente redarguito dal governatore.
Come nei confronti di molte altre riforme il principe vescovo Spaur dovette assistere senza poter agire alla soppressione dell’Università e alla sua trasofrmazione in Liceo. Si addolorò particolarmente quando nel 1786 fu introdotto il “Compendium historiae ecclesiasticae” di Mathias Schroeck, un protestante.
Quando nel 1790 crebbe lo scontento del popolo, che fece pressione sull’imperatore perché gli permettese di nuovo le vecchie devozioni, Spaur esortò i decani a calma e ordine, cosa per cui ottenne di nuovo le lodi del governo. Ma poiché molte comunità inviarono delegazioni a Bressanone e costrinsero il vescovo ad emanare un nuovo ordinamento liturgico, questi cedette e lo emanò l’8 Marzo, senza però essersi consultato con gli altri vescovi.
Il principe vescovo, che concordava con la resistenza degli arcivescovi di Colonia, Magonza, Treviri e Salisburgo contro la istituzione , il 7 Giugno 1784, di una nunziatura papale a Monaco, gioì per la dichiarazione imperiale che non voleva permettere l’ingerenza pontificia nelle libertà ecclesiastiche tedesche.
Quando il nuovo imperatore Leopoldo II (1790-1792) invitò i vescovi a presentare le loro lamentele, Spaur rispose con un ampio scritto, che toccò numerosi punti: la tolleranza, la libertà di stampa, il seminario generale, l’ordinamento liturgico, le confraternite, il patrimonio delle chiese chiuse, le soppressioni di conventi, la riduzione dei propri diritti vescovili, l’immunità del clero, la giurisdizione vescovile.
Le lamentele di Bressanone, che furono portate alla dieta aperta del 30 Giugno 1790, mossero l’imperatore, ancora nel Luglio, a sopprimere i seminari generali e a consentire l’istituzione di scuole teologiche presso i seminari vesovili. Spaur si pose subito all’opera, adeguando il programma didattico di Bressanone a quello austriaco. Ma poiché ai sudditi austriaci era ancora vietato di studiare a Bressanone, il vescovo Spaur inviò all’imperatore un’altra lettera di protesta.
Il principe vescovo Spaur assolse con diligenza ai propri doveri di vescovo. Non passava anno che non percorresse la diocesi per consacrare chiese e cappelle e per cresimare. Per quanto concerne il suo governo temporale Spaur tentò, pur con scarso successo, di preservare i propri diritti nel suo territorio. Quando dopo Maria Teresa anche Giuseppe II ordinò una coscrizione, il principe vescovo si preoccupò di evitarla nel territorio vescovile, ma anche in ciò non ebbe successo, così che infine dovette consentire il reclutamento attraverso funzionari governativi.
Nel 1789 una malattia fece temere il peggio, ma il principe vescovo si ristabilì tanto da poter riprendere la sua normale attività. Nel 1791 però le sue forze diminuirono sempre più, e il 26 Maggio morì a Bressanone, nel cui duomo fu sepolto; ivi si trova il monumento funebre, in marmo bianco, costituito da un sarcofago, una lapide intagliata a forma di piramide e un medaglione ovale col ritratto a rilievo del vescovo. Accanto vi è una figura femminile piangente con un anello nella mano destra.
Sebbene il vescovo Spaur avesse designato i poveri di Bressanone come eredi del suo intero patrimonio, questo venne ridotto dalla pretese dei suoi parenti.



CARLO II FRANCESCO DE LODRON (1791-1828)

Il Capitolo del duomo di Bressanone non lo sapeva, ma era l’ultima volta, quel 16 Agosto del 1791, che eleggeva un vescovo; al secondo scrutinio elesse il successore di Giuseppe I Spaur, deceduto il 26 Maggio, nella persona del decano del duomo Carlo Francesco de Lodron.
La sua famiglia era stata elevata al rango di conti dall’imperatore Federico III e numerosi suoi membri avevano occupato alte cariche statali o ecclesiastiche.
Carlo Francesco, che era nato ad Innsbruck il 18 Novembre 1748, frequentò il Ginnasio presso i Gesuiti e studiò filosofia all’Università della città natale. Dal 1769 studiò al Germanikum a Roma, dove il 21 Dicembre 1771 fu ordinato sacerdote. Nel 1773 divenne canonico a Bressanone e consigliere ecclesiastico nel Concistorio e nel 1786 decano del duomo.
Ottenuta il 27 Febbraio 1792 la conferma papale alla sua elezione, venne consacrato vescovo a Coira il 25 Marzo dal pastore di tale diocesi, Franz Dionysius von Rast, un suo parente.
Il vescovo Lodron, che mostrò subito vivo interesse per il seminario e per gli studi filosofici e teologici a Bressanone, fu coinvolto negli eventi bellici del tempo: durante la prima guerra della coalizione, nel 1792, permise all’Austria il reclutamento di “Feldjägern” e nel 1793 l’esazione di un’imposta di guerra. In questa guerra, come in occasione della successiva, il vescovo mise a disposizione anche una compagnia di “Schützen”. Quando il 24 Marzo 1797 il generale Joubert occupò Bressanone, il principe vescovo aveva già lasciato la città il giorno precedente, dopo avere nominato due luogotenenti, che a loro volta fuggirono lasciando il governo a due canonici. Il vescovo Lodron fece ritorno il 24 Maggio dopo il ritiro dalla città del generale francese.
Lodron non si lasciò scomporre dalla fine del suo potere temporale e dall’integrazione del vescovado nella provincia austriaca del Tirolo; gli rimasero il palazzo vescovile, il castello di Brunico, considerevoli proprietà terriere nonché il titolo di principe; gli spettava, in luogo delle precedenti entrate come principe territoriale, una rendita di 20 mila fiorini.
Dopo la perdita del principato Lodron si dedicò con maggior zelo alle questioni spirituali della diocesi. Quando questa nel 1805 fu incorporata con tutto il Tirolo al neocostituito regno di Baviera, si giunse presto a forti tensioni con i nuovi sovrani, poiché il governo bavarese con il conte Massimiliano conte di Montgelas aveva condotto l’integrazione dei territori acquistati nel moderno stato unitario di Baviera con durezza, senza riguardo verso l’autorità ecclesiastica.
Mentre la popolazione si agitava soprattutto per le interferenze nel culto e nel costume religioso, la soppressione dei monasteri tirolesi, la regolamentazione della formazione del clero e l’occupazione di tutte le cariche ecclesiastiche tramite il governo bavarese portarono ad un conflitto col vescovo Lodron, col vescovo di Coira Buol-Schauenstein (1794-1833) e con quello di Trento, Emanuele Maria Thun (1800-1818). I tre vescovi l’11 Giugno 1807 inviarono un promemoria al papa, nel quale esponevano tutti i motivi del contendere col governo bavarese. Col Breve del 1° Agosto dello stesso anno papa Pio VII (1800-1823) incoraggiò i pastori a rafforzare la resistenza contro le intrusioni bavaresi. In effetti, non tutti e tre i vescovi si atteggiarono nello stesso modo nei confronti del governo bavarese.
Il vescovo di Coira divenne il simbolo della resistenza contro l’impopolare governo, per cui la diocesi, dove si giunse alla persecuzione dei sacerdoti, gli fu tolta e l’amministrazione affidata a Carlo Francesco Lodron, come da Breve del 3 Settembre 1808, con cui il papa aderiva alla proposta del governo bavarese e nominava il vescovo di Bressanone amministratore provvisorio del territorio di Coira e del Vorarlberg.
Anche il vescovado di Trento fu dichiarato vacante dal governo bavarese. Il principe vescovo Thun, che si trovava a Salisburgo, confermò l’elezione da parte dei canonici rimasti (dopo l’espulsione dal Capitolo di quelli non arrendevoli) del nuovo Vicario generale nella persona di Francesco de Spaur, scelta fatta anche su pressione di Monaco. In tal modo risparmiò al suo vescovado la persecuzione della Chiesa che invece infuriava in quello di Coira.
Il governo bavarese concesse invece al principe vescovo di Bressanone di rimanere nella sua residenza, essendo dell’avviso che questi fosse più arrendevole dei suoi colleghi, ed anche perché era pur necessario avere qualcuno per l’ordinazione dei sacerdoti e per le cresime. In effetti la Curia brissinense si mostrò più flessibile e disposta a compromessi.

Quando nell’Aprile 1809 scoppiò la rivolta contro l’odiato governo bavarese, il vescovo di Bressanone Carlo Francesco Lodron sin dall’inizio prese posizione contro l’insurrezione. Su indicazione del Commissariato generale del dipartimento dell’Isarco, l’Ordinariato di Bressanone il 4 Aprile 1809 esortò il popolo alla calma e all’obbedienza nei confronti dei legittimi sovrani. Quando la rivolta scoppiò anche a Bressanone i contadini trascinarono un grande stendardo bavarese davanti al palazzo vescovile e lo distrussero. Lodron cercò allora di proteggere dal furore popolare i bavaresi, che si erano rifugiati nella residenza vescovile, dove il commissario speciale per le questioni ecclesiastiche, von Hofstetten, tremante di paura, implorò dal principe della Chiesa protezione per sè e per i suoi. Quando il popolo volle penetrare con la forza nel castello, Lodron con alcuni sacerdoti andò incontro alla massa scatenata, avvertendola che se avesse voluto proseguire oltre avrebbe dovuto passare sul suo corpo, al che la moltitudine di “fuori di sè” si ritirò. Ma il popolo accusò Lodron di esser sollecito a salvare i Massoni, mentre in precedenza, quando erano stati imprigionati i sacerdoti, non aveva mosso un dito.
Il 14 Aprile entrarono a Bressanone gli Austriaci e Hofstetten fu arrestato; il 19 Aprile l’Ordinariato dette indicazione perché in tutte le chiese fosse tenuto un “Tedeum” di ringraziamento per la liberazione del Tirolo. Era trascorso appena un mese, quando il nemico si avvicinò nuovamente alle frontiere. Nonostante gli appelli del vescovo a non ricorrere alle armi, per le spiacevoli conseguenze che ciò comporterebbe per le comunità vicine e lontane, furono molti i Tirolesi a seguire Andreas Hofer nella seconda battaglia del Berg Isel, nella quale il 25 e 29 Maggio le truppe bavaresi di stanza ad Innsbruck furono sconfitte. Ma anche questa vittoria non portò pace nella regione, perché le truppe austriache a loro volta il 5/6 Luglio subirono una grave disfatta presso Wagram. L’armistizio del 12 Luglio prevedeva l’immediata evacuazione del Tirolo da parte degli Austriaci. Il 29 Luglio l’Ordinariato di Bressanone inviò a tutti i decani una lettera in cui sconsigliava da ogni ulteriore resistenza, essendo essa non solo inutile ma anche estremamente dannosa per la terra e le genti. Alla lettera fu allegato anche l’appello del maggior generale e comandante del Corpo Tirolese, barone von Buol.
Il 13 Agosto si giunse alla terza battaglia del Berg Isel. Dopo questa vittoria sui Francesi, Andreas Hofer assunse il governo a nome dell’Imperatore e intimò al clero di celebrare il 27 Agosto in tutte le parrocchie una festa di ringraziamento e di lode per la prodigiosa liberazione del Tirolo. L’Austria fu comunque costretta a stipulare il 14 Ottobre la pace di Schönbrunn e rinunciare al Tirolo, sebbene questo si fosse battuto con successo contro la superiore forza nemica.
Il 1° Novembre si giunse alla quarta battaglia del Berg Isel, nella quale i Tirolesi subirono una pesante sconfitta. Il principe vescovo indirizzò il giorno seguente, 2 Novembre, una lettera di monito ad Andreas Hofer, il quale rispose il 6 Novembre in modi che contraddicevano alquanto alla sua fedeltà di un tempo alla Chiesa. Ammaestrò il vescovo dicendo tra l’altro: “Sua Grazia vorrà pur convenire che nella situazione attuale la cosa migliore sia di non immischiarsi nelle questioni di guerra, dato che il popolo è risoluto a difendersi”. Poiché il principe vescovo Lodron non potè conseguire nulla presso Hofer, e poiché pareva andasse diffondendosi da parte del clero l’argomentazione che l’insurrezione aveva luogo in nome della religione, il vescovo si rivolse al clero con lettera del 7 Novembre, alla quale fu allegato il trattato di pace, nonché l’appello del Vicere d’Italia, con l’indicazione di informarne le comunità, che andavano invitate alla calma e all’ordine.
Poiché le armi ancora non tacevano, il principe vescovo ordinò il 25 Novembre al clero secolare, e il 29 Novembre ai cappuccini, di recarsi dai “caporioni” e di incitarli in suo nome, adducendo motivazioni di ragionevolezza e religiose, a deporre le armi e a rientrare in patria. Ma l’iniziativa del vescovo non ebbe successo. 1800 uomini assediarono una divisione francese di stanza a Bressanone. Intervenne il generale Severoli, che attaccò e il 6 Dicembre alle ore 8 di sera tutti i dintorni di Bressanone andarono in fiamme; invano il principe vescovo aveva chiesto con le lacrime agli occhi al generale stesso la clemenza. Due giorni dopo, l’8 Dicembre, Lodron indirizzò a tutto il clero una lettera pastorale, per indicare le conseguenze dell’insubordinazione sulla base dell’esempio di Bressanone e con ciò intimorire la popolazione perché si astenesse da ulteriori atti di guerra. Il vescovo minacciò di sanzioni il clero del duomo e i sacerdoti della città di Bressanone, nel caso che istigasssero il popolo e facessero sconsiderati discorsi. Comunque queste minacce non erano più necessarie, perché da metà Dicembre ci fu calma in tutta la provincia.
Napoleone Buonaparte non mancò di vendicarsi sul popolo tirolese per la sua ribellione. Dispose che il territorio venisse diviso in tre parti. Conseguenza di ciò fu che anche i confini dicoesani vennero spostati, anche perché i diversi governi esigevano che ci fosse assimilazione tra confini della diocesi e quelli statali. Già nel 1808 l’arcivescovo di Salisburgo su pressione del governo bavarese aveva ceduto gran parte del Tirolo orientale a Bressanone, che aveva dovuto cedere a Salisburgo la sua parte nello Zillertal.
Il vescovo di Bressanone Lodron nel 1810 a sua volta dovette trasferire Buchenstein (Livinallongo) alla diocesi di Belluno, Dobbiaco e Ampezzo a quella di Udine, la Val di Fassa e le parrocchie di Fiè con Tires e Nova Levante alla diocesi di Trento, mentre tutto il Tirolo orientale con San Candido andò al vescovado di Laibach; in compenso ricevette le sedi di cura d’anime a nord di Nalles e Vilpiano.

Dopo la repressione dell’insurrezione tirolese il governo bavarese riconobbe in parte gli erorri commessi in precedenza e iniziò a ravvedersi anche in campo ecclesiastico. Ma siccome persisteva nella propria concezione di “Chiesa di Stato”, si rinnovarono i conflitti col principe vescovo Lodron, specie per quanto concerne l’occupazione di parrocchie.
Con il crollo dell’impero napoleonico papa Pio VII volle ripristinare la situazione precedente. In base alle istruzioni papali del 24 Agosto 1814 Lodron dovette restituire al vescovo di Coira la parte di Coira nel Tirolo e nel Vorarlberg. Analogamente si ripristinarono i vecchi confini tra Bressanone e Trento. Anche i decanati di S. Candido, Lienz, Ampezzo e Livinallongo tornarono provvisoriamente a Bressanone. Questi ed altri spostamenti di confini avevano solo carattere provvisorio, perché il governo austriaco pretendeva, e dopo trattative con Roma ottenne, che i confini dell’impero, nonché dei dipartimenti, coincidessero con quelli diocesani. In quel tempo Vienna progettò anche l’istituzione di una nuova diocesi ad Innsbruck; in compenso Bressanone avrebbe ottenuto i decanati tedeschi della diocesi di Trento. Questo piano però non ebbe esecuzione. Anzi, dopo la bolla “Ex imposito” del 2 Maggio 1818, Coira dovette lasciare a Trento il decanato di Silandro e la zona di Merano e a Bressanone l’Alta Val Venosta, Bressanone invece cedere a Trento i decanati di Fassa, Castelrotto e Chiusa con l’antica sede vescovile di Sabiona.
In relazione con queste ed altre importanti modifiche Roma si impegnò per l’istituzione di una nuova diocesi in Vorarlberg. Dopo la promessa del governo di Vienna di dare col tempo esecuzione a questo piano, per il momento fu istituito per il Vorarlberg un vicariato generale con sede a Feldkirch, il cui titolare doveva essere nel contempo vescovo ausiliare di Bressanone. Il principe vescovo Lodron, nonostante le modifiche portassero a Bressanone un considerevole ampliamento, sentiva come particolarmente dolorosa la perdita di alcuni antichi decanati brissinensi con la storica sede vescovile di Sabiona, ma il 2 Febbraio 1819 acconsentì sia pur di malincuore alle in parte infelici “estrazioni” di confini. Dopo tutti questi capovolgimenti si deve all’astuzia e all’energia di Lodron se potè ripristinare tutte le strutture esterne della sua diocesi. Su richiesta di Lodron l’imperatore Francesco I (1792-1835) con decreto del 20 Settembre 1822 dispose che gli studi teologici di Innsbruck tornassero a Bressanone, dove nell’anno 1823/24 poterono nuovamente studiare 174 studenti di teologia.
Nel 1826, con l’approvazione del governo austriaco, fu ripristinato il Capitolo del duomo, soppresso con bolla papale del 7 Marzo 1803; il Capitolo perse però il suo tradizionale diritto di elezione del vescovo.
Il vescovo Lodron fu un pastore estremamente astuto sotto l’aspetto politico, di ingegno molto vivace, e anche caritatevole.
Legato all’immagine di vescovo del suo tempo, non ha pressoché mai predicato e visitato personalmente la sua diocesi, ma intraprese molti viaggi per le cresime.
Uniformandosi alla corrente artistica dell’epoca, Lodron fece corredare l’appartamento del principe vescovo con porte e rivestimenti in noce, di stile classicistico. Sopra il coro della cappella, dove c’era unicamente una soletta con balaustrata di marmo, per proteggere meglio l’altare dall’umidità, vi fece costruire al di sopra un locale adorno di tappezzerie dipinte alla moda cinese.
Il vescovo Lodron, che aveva anche un debole per le espressioni dell’arte religosa spontanea, incaricò Augustin Alois Probst di Vipiteno (1758-1807), colpito da paralisi infantile agli arti inferiori, ma ottimo intagliatore di figurine, di eseguire una grande ciclo di storie della redenzione, che fu collocato negli appartamenti vescovili. Essendo Lodron esperto di archeologia biblica, seguì i lavori del Probst continui suggerimenti; molti dettagli sorprendenti sono dovuti appunto alle conoscenze specifiche del vescovo. Così sorse uno dei più grandi cicli di scene del Vecchio e del Nuovo Testamento. Dopo la morte di Alois Probst, fu sua fratellastro Josef Benedict Probst (1773-1861) a completare l’opera, portando il ciclo dei Probst a ben 5 mila figurine.
Per la cappella aulica Lodron, che desiderava avere per il periodo natalizio, per la quaresima e la settimana santa, rappresentazioni scenografiche, in piccolo formato, degli episodi della vita di Gesù, fece intagliare da Franz Xaver Nissl (1731-1804) di Fügen (Zillertal) vari gruppi di figurine riproducenti gli avvenimenti principali della storia della redenzione. L’artista creò 16 gruppi di statuine in legno e dipinte, da collocare successivamente sulle stesso sfondo, modificato leggermente di volta in volta. I presepi natalizi e quaresimali del Nissl sono annoverati fra i “presepi più grandiosi dell’area tedesca” e costuiscono il vanto della sezione “Presepi e storie della redenzione” del Museo diocesano.
Il vescovo Lodron, che godè ottima salute fino a tarda età, morì il 10 Agosto 1828 a Bressanone e fu sepolto in cattedrale. Il suo monumento funerario si trova di fronte a quello del suo predecessore nella navata a sud. L’epigrafe è posta su un alto piedistallo. Ai lati del piccolo sarcofago si trovano una figura allegorica e un putto con lo stemma di Bressanone.



BERNARDO II GALURA (1829-1856)

Con la bolla “Quae nos gravissimus” del 29 Settembre 1822 papa Pio VII (1800-1823) aveva conferito all’imperatore il diritto di nomina dei vescovi di Bressanone e di Trento, per cui, deceduto il 10 Agosto 1828 il vescovo Lodron, il 7 Aprile 1829 l’imperatore nominò vescovo di Bressanone Bernardo Galura, che, dopo la conferma papale del 28 Settembre, prese possesso della diocesi il 6 Dicembre 1829.
Il nuovo vescovo, nato il 21 Agosto 1764 a Herbolzheim (Breusgau), nel 1786 aveva mutato, grecizzandolo, il suo buffo cognome Katzenschwanz (coda di gatto) in Galura. Frequentato il ginnasio a Villingen nel 1779 entrò nel convento dei Cappuccini dove studiò filosofia. Dopo la soppressione delle scuole conventuali e dei seminari diocesani dal 1783 frequentò l’Università di Friburgo; dal 1786 al 1788 dove fu ordinato sacerdote il 27 Luglio 1788.
Dopo il soggiorno a Vienna Galura tornò a Friburgo dove fu prefetto al seminario generale fino al 1790, anno in cui si laureò in teologia. Dal 1791 iniziò per Galura un periodo oltremodo fruttuoso come scrittore. Si dedicò in particolare alla catechesi e poi ad approfondimenti teologici. Fu attivo anche in campo pedagogico e dell’assistenza ai poveri.
Nel 1807 divenne consigliere ecclesiastico del governo del Granducato del Baden e nel 1810 fu nominato parroco di S. Martino a Friburgo. Dal 1815 fu ad Innsbruck come consigliere governativo e relatore per le questioni ecclesiastiche del Tirolo, che era ritornato all’Austria.
Galura, che era ancora legato alle tradizioni del Giuseppinismo, ad Innsbruck si mostrò come astuto e prudente amministratore. Durante questo periodo vennero ripristinati i monasteri e conventi in precedenza soppressi dalla Baviera, e nel 1818 con la bolla “Ex impositio” i confini della diocesi di Bressanone furono nuovamente modificati.
Questa bolla prevedeva anche che le cento parrocchie del Vorarlberg delle diocesi di Coira, Augusta e Costanza, alla quale avevano fino allora appartenuto, fossero staccate e assoggettate alla guida spirituale del vescovo di Bressanone fino alla costituzione di una apposita diocesi. Perché potessero essere curate le esigenze spirituali dei fedeli, si incaricò il vescovo di Bressanone di nominare un vicario generale con sede a Feldkirch e di munirlo dei corrispondenti poteri.
Dopo un’iniziale resistenza il principe vescovo Lodron propose Galura per tale carica, al che il governo di Innsbruck si sentì onorato facendo alte lodi al proprio relatore, lodi alle quali si unì il 22 Gennaio 1819 anche la cancelleria di corte. La proposta del principe vescovo di Bressanone fu approvata il 25 Marzo dall’imperatore che si trovava a Firenze. Con ciò Galura fu praticamente nominato primo vescovo ausiliare e vicario geneale per il Vorarlberg. La conferma papale ebbe luogo però solo il 17 Dicembre, per cui il 31 Gennaio 1820 il vescovo Lodron potè consacrare vescovo Galura e nominarlo nello stesso giorno vicario geneale per il Vorarlberg, nonché vescovo ausiliare per tutta la diocesi. Il 17 Marzo 1820 il primo vicario generale per il Vorarlberg fece il suo solenne ingresso a Feldkirch. Il 56 enne Galura assunse il nuovo ruolo con grandi programmi, conscio dell’importanza del suo compito di fare del territorio appartenente a tre vescovadi una nuova diocesi. Compito non semplice, visto che il clero si discostava non poco, specialmente quello a suo tempo appartenente alla diocesi di Coira, dalla disciplina ecclesiastica generale. Galura si preoccupò di promuovere l’ordine e l’obbedienza nel clero e nel popolo. A questo scopo istituì una propria residenza e formò uno staff di collaboratori. Non trascurò però le esigenze materiali della popolazione e intese suo dovere di venire in soccorso per quanto lo permettevano le sue forze. Ma per l’attuazione dei suoi programmi dovette affrontare difficoltà pressoché insormontabili. Nonostante ciò già nel primo anno percorse la diocesi impartendo diligentemente la cresima. Con tutti i suoi impegni continuò, anche si più limitata, la sua attività letteraria.
Nominato vescovo di Bressanone e preso possesso della diocesi, anche Galura, pur non essendoci più il fondamento giuridico per l’esercizio del titolo di principe vescovo, a seguito della “secolarizzazione”, potè mantenere tal titolo in virtù di un decreto imperiale. Il vescovo Galura, diversamente dal suo predecessore Lodron, ebbe buoni rapporti col governo provinciale di Innsbruck. All’inizio del suo episcopato si impegnò con successo per il mantenimento del vicariato generale del Vorarlberg, che il governatore Wilczel voleva invece sciogliere.

Il vescovo Galura, che su tutte le importanti questioni si consultava con i suoi collaboratori, ha potuto conoscere la sua diocesi attraverso i suoi numerosi viaggi per le cresime, ma non le fece mai formale “visita”. Soltanto nel 1845 fece svolgere una visita pastorale.
Contrariamente al suo predecessore, durante i primi anni di episcopato Galura utilizzò ogni occasione per predicare. Ma siccome i tirolesi capivano malamente il suo dialetto nativo, limitò gradualmente l’attività di predicatore per dedicarsi al lavoro amministrativo.
Galura, come educatore del popolo, promosse la reintroduzione delle Confraternite che Giuseppe II aveva soppresso nel 1784. L’istituto di studi teologici di Bressanone fu portato da Galura ad alta fioritura chiamando eminenti docenti, come i futuri vescovi Vinzenz Gasser, Joseph Fehl er, Franz Joseph Rudigier e Simon Aichner. Si preoccupò anche del benessere materiale degli studenti di teologia. Dopo il ritorno nel 1838 in Tirolo dei Gesuiti, si adoperò per l’introduzione di esercizi spirituali per il clero.
Quali fossero i rapporti di Galura con la casa imperiale austriaca, testimonia in modo pregnante un episodio del 1838; in occasione dell’inaugurazione della “Franzensfeste” (Fortezza) presso Aica il vescovo ebbe a dire: “Le Loro Maestà piegano il loro augusto capo davanti al Signore del cielo e della terra a grande edificazione di noi tutti. E noi, ubbidienti sudditi delle Loro Maestà, ci pieghiamo a nostra volta secondo la volontà di Dio dinanzi alle Loro Maestà”. Nello stesso anno il governo restituì alla mensa vescovile dopo lunghe trattive la signoria su Veldes in Carniola, che era stata tolta durante la secolarizzazione.
Nei confronti dei protestanti della Valle Aurina, pur essendo la provincia imperiale del Tirolo considerata compattamente cattolica, il vescovo Galura si comportò con discrezione.
Gli eventi rivoluzionari del 1848 li apprese invece a dire il vero con sgomento, tuttavia reagì in un primo momento con una lettera pastorale assai misurata.
Dopo aver appreso dello scioglimento già deciso delle filiali dei Redentoristi e dei Gesuiti, il 31 Maggio elaborò una dura nota di protesta, che però non fu resa pubblica, poiché in questa circostanza fu criticata aspramente l’arrendevolezza e la “sonnolenza” del suo concistorio.
Quando si trattò della difesa del territorio Galura incitò i suoi fedeli “alla lotta per Dio, l’imperatore e la patria”.
Alla conferenza dei vescovi del 1848 a Salisburgo Galura si fece rappresentare dal rettore del seminario e dal decano di Innsbruck.
Frutto del suo impegno catechistico per la rappresentazione figurata delle verità rivelate fu la sua ultima opera , la “Galleria di figure bibliche con commento”.
Il vescovo Galura, adeguandosi al nuovo stile del suo tempo, apportò alcune modifiche al palazzo vescovile: lo zoccolo della facciata esterna fu rifatto in rustico e l’intonaco a spruzzo; nel cortile le tendenze romantiche riuscirono a far realizzare finalmente l’idea originaria del cardinale Andrea d’Austria: le sculture in terracotta di Hans Reichle furono collocate nelle nicchie dei pilastri. Purtroppo nel 1830 si distrusse la sala del teatro, reputando che fosse ormai del tutto inutile; con un solaio intermedio la si divise in due piani, per ricavarne un salone delle riunioni al primo piano ed una grande sala da pranzo al secondo, con corridoi di accesso.
Nel 1835 manifestò al concistorio il desiderio di voler raccogliere i “ritratti dei principi vescovi di Bressanone”. Già nel 1837 potè annotare nel suo diario: “La collezione di tutti i vescovi fu iniziata nel 1835 e da me completata il 26 Agosto 1837”. La serie, il cui valore storico è più importante del suo valore artistico, si trova ora nel Museo diocesano di Bressanone.
Galura guidò personalmemte la diocesi fino al 1851, dopodiché la conduzione andò sempre più al cancelliere del concistorio Rauter.
Il vescovo Galura, ormai quasi cieco, morì a 92 anni per colpo apoplettico nella sua residenza. La sua tomba si trova nel duomo di Bressanone. Il suo monumento funebre di marmo bianco si trova nella navata.
Pur legato al Giuseppinismo, il vescovo Galura purtuttavia non fu un rappresentante dell’Illuminismo. Come pedagogo, predicatore e in generale come curatore d’anime ha dato profonda impronta alla diocesi di Bressanone. La sua opera già al suo tempo altamente considerata è rimasta di fondamentale importanza per la catechesi moderna.



VINCENZO GASSER (1856-1879)

Dopo la morte, avvenuta il 17 Maggio 1856, del principe vescovo Bernardo Galura, l’8 Ottobre l’imperatore Francesco Giuseppe nominò, su richiesta del Capitolo del duomo di Bressanone e del governatore del Tirolo, il nuovo vescovo nella persona del canonico Vincenzo Gasser. Seguì la conferma papale del 15 Dicembre, e la consacrazione episcopale di Gasser, l’8 Marzo 1857 a Bressanone, da parte dell’arcivescovo di Salisburgo Maximilian Joseph von Ternoczy (1851-1876).
Il nuovo vescovo, che potè così prende possesso della diocesi, era nato, da padre rispettabile proprietario terriero e mastro conciatore, il 30 Ottobre 1809 in un maso di montagna a Gfas presso Inzing, nella valle superiore dell’Inn. Frequentò il ginnasio ad Innsbruck e apprese così bene il latino da poterne avere in seguito padronanza sia orale che scritta. Dopo un corso biennale di filosofia all’Università di Innsbruck, nel 1819 Gasser entrò nel seminario di Bressanone, che era stato ricostituito nel 1822 dopo lo scioglimento dello Studio teologico di Innsbruck. Su richiesta del principe vescovo di Bressanone Francesco de Lodron alcuni docenti di Innsbruck orientati “ecclesialmente” erano stati trasferiti a Bressanone, nel cui rifiorente seminario erano banditi il Giuseppinismo e il Razionalismo. Tuttavia il loro spirito aleggiava ancora nei libri di testo, in particolare nel manuale di storia e diritto ecclesiastico di Dannemayr, che suscitò particolare disgusto in Gasser, che si dedicò, oltre alla teologia, anche alla filosofia.
Ordinato sacerdote il 28 Luglio 1833, Gasser prestò servizio nella cancelleria di Duille, decano di Innsbruck. Nel frattempo studiò dogmatica.
La sua vita ebbe una svolta quando il principe vescovo Bernardo Galura lo chiamò nel 1836 come docente di Antico Testamento al seminario di Bressanone. Come docente Gasser fu un modello, le sue lezioni entusiasmavano gli uditori. Nel 1842 ebbe l’incarico di redigere entro tre anni un libro di testo di teologia fondamentale, ma il progetto non andò in porto. Nel 1849 era divenuto così noto e stimato che fu inviato dal dipartimento di Brunico come deputato all’assemblea nazionale di Francoforte. Ma vi ebbe forti delusioni, quando per il suo parlare della compattezza confessionale del Tirolo, che contraddiceva la libertà religiosa cui aspiravano i cattolici germanici, dovette sperimentare rifiuto e scherno. Nel 1849, divenuto docente di dogmatica, si dedicò completamente allo studio di questa disciplina; anche su questa redasse un libro di testo, che però non fu mai pubblicato. Nel 1855 divenne anche canonico.
Come nuovo vescovo di Bressanone Gasser si rivelò subito un pastore conservatore e battagliero, che rimase in buoni rapporti col governo austriaco fin tanto che questo rappresentò, sulla base del concordato del 1855, l’ideale di uno Stato cattolico.
Nella guerra contro l’Austria del 1859 vide una minaccia per l’ordine divino del mondo. Subito dopo lo scoppio della guerra indirizzò ai suoi fedeli una Lettera pastorale, nella quale scrisse: “La battaglia che si è accesa vale ogni sacrificio, poiché sono in gioco i beni più alti dell’umanità”.
Il vescovo Gasser si impegnò molto per l’istituzione della facoltà teologica presso l’Università di Innsbruck, ma non era disposto a cedere in nessun caso il proprio seminario di Bressanone. Poiché la sbocciante facoltà teologica di Innsbruck era per i liberali com il fumo negli occhi, fu chiesta alla Giunta per il bilancio del Parlamento la soppressione immediata della facoltà. Allora stava nascendo anche il piano di trasferire gli istituti di studio teologico di Bressanone e di Trento ad Innsbruck, dove avrebbero dovuto prendere il posto della facoltà dei Gesuiti. Ma le notizia di ciò giunse anche a Gasser, che a quel tempo si trovava a Roma per il Concilio ecumenico Vaticano I. L’8 Marzo 1870 scrisse in merito al decano P. Nilles; tra l’altro espresse il proprio stato d’animo, dichiarando che “preferirei farmi strappare il cuore dal corpo, che farmi togliere dalle immediate vicinanze l’istituto di studi teologici”.
Poiché Gasser vedeva nella tradizionale unità di fede del Tirolo la migliore garanzia per la salvezza delle anime dei suoi fedeli ma anche per il bene materiale della provincia, nel 1860 si rivolse alla dieta del Tirolo contro la libertà religiosa propugnata dai liberali. Era massicciamente appoggiato in ciò anche da papa Pio IX (1846-1878). Gasser tentò di guadagnare alle proprie posizioni il vescovo di Trento Benedetto Riccabona (1861-1879) che in fatto di politica ecclesiastica era meno intransigente. Dotato di notevole talento oratorio, il vescovo di Bressanone divenne così l’indiscusso condottiero del Tirolo conservatore contro le richieste liberali. I liberali non ebbero però alcuna comprensione per le istanze di Gasser; lo provocarono e lo ricoprirono di ridicolo. Ad Innsbruck, in occasione del Giubileo dell’unione del Tirolo con l’Austria (1363-1863), nel teatro cittadino si rappresentò il Tartufo di Moliére; l’attore che personificava il ruolo dell’ipocrita doveva imitare l’aspetto, l’espressione del viso, i gesti e la lingua del principe vescovo di Bressanone e lo imitarono talmente che ciascuno credeva di ascoltare tale vescovo.

A fine Giugno 1865 una delegazione guidata da Anton Di Pauli e da Mons. Michael Gasser si recò a Roma per ottenere l’appoggio del Papa al mantenimento dell’unità di fede del Tirolo. All’udienza del 28 Giugno il Papa avrebbe detto: “L’unità nella fede cattolica è il più grande tesoro del Tirolo. Io prego affinché vi venga conservata. Dio vi proteggerà, così come in modo mirabile protegge anche la Chiesa contro la pressione dei suoi nemici”.
Infine il governo Belcredi presentò alla dieta un disegno di legge per un ordinamento dell’unità di fede, che fu approvato. Il giornale “Tiroler Stimmen” scrisse “Giosci, Tirolo cattolico, grazie alla Provvidenza e al tuo imperatore” mentre il Papa inviò le proprie felicitazioni con un Breve del 17 gennaio 1867.
Nella guerra del 1866 per Gasser si trattò di nuovo del mantenimento dell’ordine mondiale cristiano, che vedeva minacciato dal liberalismo ostile alla Chiesa. Nel suo appello del 22 Maggio 1866 scrisse “Nell’imminente conflitto sono in gioco i più importanti interessi della religione cristiana e della Chiesa cattolica”. Quando la sconfitta militare dell’Austria del 1866 decise anche il destino del Concordato e quando nel 1868 la competenza in questioni matrimoniali ritornò ai tribunali statali, Gasser si mostrò più conciliante che il suo collega di Linz, il suo amico Rudigier. Quando però non fece consegnare degli atti necessari al Tribunale distrettuale di Feldkirch per un procedimento di separazione, fu condannato ad una multa di mille fiorini.
La sua resistenza contro la ispezione scolastica statale regolata per legge nel 1868 assunse forme drammatiche; Gasser indicò ai decani e agli ispettori scolastici ecclesiastici di non assumere alcun incarico nelle autorità statali da organizzare ex novo, di continuare in modo invariato nell’amministrazione della scuola, di ignorare i decreti di soppressione, di non consegnare volontariamente alcun atto alle autorità statali e di evitare ogni rapporto con i futuri ispettori scolastici statali. Anche stavolta Gasser mise sotto pressione il collega Riccabona più disposto a compromessi. Il rigido comportamento del vescovo di Bressanone non solo scandalizò i liberali, ma suscitò meraviglia in parte anche presso il clero, poiché, con l’eccezione del Tirolo, l’episcopato austriaco ormai aveva cessato la lotta conto la legislazione scolastica.
Anche in questa contesa per Gasser si trattava non solo della conservazione del Concordato, ma anche del futuro del Tirolo cattolico. Sebbene Gasser in questo conflitto rifiutò sempre l’uso della forza e tentò persino di moderare i Circoli ultraconservatori, si giunse comunque più volte a incidenti incresciosi nei confronti degli ispettori scolastici statali.
Quando all’inizio del 1874 furono presentate al Parlamento austriaco le proposte delle leggi più tardi dette confessionali, il combattivo Gasser si impegnò con il vescovo Zwerger di Seckau-Graz e il vescovo Rudigier di Linz presso l’arcivescovo di Vienna Joseph Othmar von Rauscher (1853-1875) per la convocazione di una conferenza dei vescovi austriaci, mentre quest’ultimo cercava di influenzare in trattative riservate l’elaborazione delle leggi.
Gasser e Zwerger infine coinvolsero l’arcivescovo di Colonia Paul Ludolf Melchers (1866-1885) e papa Pio IX per stimolare Rauscher ad indire la conferenza. A quel tempo si era sparsa la voce in Tirolo che Gasser avesse intenzione di impedire con la violenza delle armi l’attuazione delle leggi, ma dopo un’indagine statale fu riconosciuto innocente.
Il colpo più amaro per il vescovo di Bressanone fu la costituzione nel 1876 di comunità evangeliche ad Innsbruck e a Merano. Ciò lo colpì talmente che offrì a papa Pio IX le proprie dimissioni, che però non furono accolte. Il papa anzi incoraggiò il vescovo spesso propenso ad avvilimenti con una lettera del 2 Febbraio, che ridiede animo a Gasser, il quale su sollecitazione dell’Unione cattolica del popolo rinnovò solennemente nello stesso anno a Bolzano la consacrazione al Sacro Cuore di Gesù.

L’episcopato di Gasser non era tuttavia caratterizzato solo da conflitti di politica ecclesiastica ma anche da una intensa cura d’anime. Nel 1857 fondo il Bollettino diocesano. Poiché la diocesi sin dal 18° secolo non era stata visitata a fondo, Gasser visitò tutte le sedi di cura d’anime fino alle valli più remote. Attribuì grandissimo valore all’annuncio in numerose lettere pastorali e prediche. Dedicò particolare cura al seminario, nel quale ogni Mercoledì parlava ai convittori. Oltre al convitto vescovile Cassianeum, i cui studenti frequentavano il ginnasio dei canonici agostiniani a Bressanone, Gasser aprì nel 1876, nella speranza di un aumento delle vocazioni al sacerdozio, il seminario per ragazzi, il Vicentinum.
Gasser era molto legato al Papato e in special modo a papa Pio IX, che incontrò in occasione delle ripetute visite ad limina e nelle grandi solennità del suo pontificato.
Rifiutò il movimento italiano di unità, perché, portato avanti da forze molto anticlericali, metteva in pericolo lo Stato della Chiesa e secondo la sua convinzione anche il Papato. Quando nel 1859 furono perse l’Emilia e la Romagna, il fatto fu condannato da Gasser l’8 Ottobre 1859 in una Lettera pastorale, nella quale affermava che quanto stava accadendo in Italia e in particolare nello Stato della Chiesa non poteva non destare il più profondo disgusto non solo in ogni cattolico ma anche in ogni benpensante. Per Gasser la perdita dello Stato della Chiesa era il primo passo verso la distruzione del potere temporale del Papato, al quale sarebbe seguito, come scrisse in una Lettera pastorale del 25 Gennaio 1861, l’annientamento del potere spirituale.
Nel 1862 Gasser era pronto ad accogliere Pio IX nella propria residenza. In un appello ai Tirolesi il sacerdote e politico Josef Greuter così proclamò: “Quale gioia, quale giubilo sorgerebbero tra i fedeli del Tirolo, se si spargesse all’improvviso la notizia che il Santo Padre fosse giunto a Trento, Bolzano o Bressanone. Nessun Tirolese, giovane o vecchio, ricco o povero, potrebbe fare a meno di affrettarsi per avere la fortuna di vedere il Papa e di ricevere la sua benedizione. Potremmo sperare in benedizione, gioia e pace, se papa Pio IX venisse a rifugiarsi in Tirolo... Il vescovo di Bressanone offre con gioia al Santo Padre il proprio grande castello e abiterebbe volentieri nella più misera capanna per ospitare il vicario di Cristo nella residenza vescovile”. Secondo la storico Ludwig von Pastor Pio IX avrebbe effettivamente avuto l’intenzione di trasferirsi a Bressanone.
Prima del suo viaggio al Concilio Vaticano I il risoluto infallibista nella sua predica di commiato sottolineò come le decisioni pontificie fossero già da sempre determinanti per le questioni di fede. Sebbene Gasser non si fosse rivelato teologo attraverso pubblicazioni, egli giocò nondimeno un eminente ruolo al Concilio. Essendo stato eletto nella deputazione sulla fede il 19 Aprile 1870 illustrò le proposte di miglioramento della Costituzione “Dei filius” e l’11 Luglio la modifica della Costituzione “Pastor aeternus”. Questo commento vale come autentica interpretazione della dottrina dell’infallibilità. Fu anche grazie ai suoi sforzi che nella votazione del 13 Luglio furono 451 i vescovi a votare “sì”, mentre solo 88 votarono “no” e 62 espressero un sì condizionato. Pio IX definì Gasser “una colonna del Concilio e il gioiello di Bressanone”.
Contro la conquista dello Stato della Chiesa il vescovo elevò poco tempo dopo solenne protesta, e nel 1871 guidò un grande pellegrinaggio a Roma in occasione del Giubileo dei 25 anni di governo di Pio IX. Nel 1877 partecipò anche alle celebrazioni dei 50 anni dalla consacrazione episcopale dello stesso Papa.
Il 21 Febbraio 1878 annunciò ai fedeli della diocesi l’elezione di Leone XIII, che definì “l’uomo della Provvidenza”, in quanto era venuto il momento che la Chiesa come unica salvatrice tendesse la mano e offrisse pace alla società che stava sempre più affondando.
Il molto lavoro - soprattutto al Concilio - aveva minato la salute del vescovo, il quale continuò nondimeno ad adempiere con grande zelo ai suoi doveri d’ufficio. Ai primi di Febbraio 1879 fu colpito da una forte polmonite, da cui potè riprendersi; poi a dire il vero il suo stato peggiorò nuovamente e il 6 Aprile 1879 morì a Bressanone nella propria residenza. Fu sepolto in duomo, dove gli fu predisposto un monumento funerario simile a quello del suo predecessore.
Mentre a Gasser viene molto contestata la sua attività di politica ecclesiastica, gli vengono però riconosciuti la sua santità di vita e il suo grande zelo pastorale.



GIOVANNI IX LEISS (1880-1884)

Dopo la morte del vescovo di Bressanone Vincenzo Gasser, che aveva ardentemente lottato contro la legislazione liberale e che era un esponente non solo ecclesiastico ma anche politico dei conservatori tirolesi, il governo auspicava un successore più conciliante, mentre il clero e il popolo della diocesi di Bressanone volevano come vescovo il rettore del seminario, Simon Aichner, appoggiati in ciò dai vescovi di Seckau-Graz e di Gurk. L’arcivescovo di Salisburgo avrebbe preferito il vescovo coadiutore di Trento, Johann Haller. I circoli conservatori del Tirolo si impegnarono invece per un candidato che la pensasse come loro.
Il 16 Giugno 1879 l’imperatore nominò invece Giovanni Lei?, parroco ad Innsbruck; il partito conservatore si adoperò per far ritardare la conferma papale. Fu specialmente il giornale “Neuen Tiroler Stimmen” a far partire una vera e propria campagna diffamatoria contro Lei?, informando che in diverse località si elevavano preghiere perché Bressanone e Trento ottenessero pastori veramente apostolici. Con questa manovra propagandistica si voleva spingere Lei? alla rinuncia o per lo meno guadagnare tempo.
Lei? evidentemente non era molto amato in Tirolo, dove non gli si perdonava di aver fatto a suo tempo da intermediario tra il principe vescovo Vincenzo Gasser e il governo, e si considerava offesa e provocazione il fatto che egli succedesse ad un uomo il quale, come scrisse “Das Vaterland” il 24 Agosto 1879, “era animato da spirito genuinamente tirolese e aveva tenuto alta con indomabile coraggio la bandiera della fede e della patria... il rev. Lei? non possiede affatto un cuore tirolese”. Il 18 Giugno 1879 era stata notificata al nunzio la nomina imperiale, però la risposta di assenso del Papa giunse solo il 26 Novembre.
La “Neue Freie Presse” del 1° Dicembre informò su una delegazione di diversi decanati della diocesi di Bressanone, inviata a Roma per chiedere al cardinale Franzelin, originario di Aldino, di intercedere presso il Papa contro l’assenso. L’ambasciatore austriaco in Vaticano conte Ludwig Paar in una relazione del 12 Dicembre ridusse l’agitazione in Tirolo, in gran parte suscitata ad arte, ad una manovra di partito di alte personalità le quali sotto la copertura di istanze religiose inseguivano scopi politici di partito.
Papa Leone XIII (1878-1903) era comunque convinto che i due vescovi (Della Bona per Trento e Lei? per Bressanone) “per i quali non sussistono impedimenti canonici... adempiranno fedelmente i doveri del proprio ufficio; sono degni sacerdoti e l’agitazione nel popolo e nel clero, come si addice, si placherà”. Le parole del Papa, al quale premeva la pacifica convivenza di Chiesa e Stato, si limitavano principalmente al punto di vista ecclesiastico. Quando fu resa nota la nomina di Della Bona e di Lei?, i Tirolesi comunque non brontolarono più; da parte dei liberali si elevò qualche voce soddisfatta. Il 27 Febbraio 1880
la nomina imperiale divenne ufficiale; Lei? potè così essere consacrato vescovo, il 4 Aprile a Bressanone, dall’arcivescovo di Saliburgo Franz Albert Eder (1876-1890).
Il nuovo vescovo di Bressanone Giovanni IX Lei? era nato il 18 Giugno 1821 ad Innsbruck; in tale città e a Venezia fece gli studi ginnasiali; entrato poi nel seminario di Bressanone, il 27 Agosto 1845 fu ordinato sacerdote. Dal 1848 fu cooperatore ad Innsbruck, dal 1860 parroco di Bregenz e dal 1862 di Innsbruck, dove, durante gli aspri conflitti di politica ecclesiastica nel corso del lungo episcopato di Vincenzo Gasser, Lei? diede più volte buona prova di sè come intermediario nei confronti del governatore conte Eduard Taaffe.
Come vescovo di Bressanone Giovanni Lei? seppe con la sua amabilità e la sua benevolenza far ricredere nei loro pregiudizi clero e popolo e conquistarne le simpatie. Naturalmente non potè distanziarsi completamente dalla politica del suo predecessore; così in occasione del suo ingresso alla dieta provinciale con gli altri vescovi del territorio della corona elevò formale protesta contro la violazione dell’unità di fede del Tirolo. Ma ciò era più una lamentela sulla fine dell’unità confessionale che un proclama di lotta.
Lei? era un vescovo zelante per la cura d’anime, che disdegnava qualsivoglia durezza. La sua opera fu di breve durata, perché il 24 Aprile 1884 morì per arresto cardiaco a Bressanone, nel cui duomo fu sepolto.



SIMON AICHNER (1884-1904)

Dopo l’inaspettata morte del principe vescovo Leiß, il comandante provinciale di Innsbruck e il ministro della pubblica istruzione Conrad consideravano il vicario generale per il Vorarlberg Simon Aichner come il successore più adatto. All’inizio di Maggio 1884 Conrad scrisse che Aichner si era distinto per la sua attività in Vorarlberg e che la sua condotta contro le leggi statali e le autorità di governo si era dimostrata corretta e conciliante.
Fu proprio Aichner che il 15 Giugno 1884 l’imperatore Francesco Giuseppe nominò principe vescovo di Bressanone. La conferma papale seguì il 10 Novembre e l’intronizzzione il 27 Novembre.
Il nuovo vescovo, primo di undici figli di un mastro fabbro ferraio, era nato il 19 Novembre 1816 a Terento in Val Pusteria. Dopo la scuola media presso il Ginnasio dei Francescani di Bolzano, studiò filosofia all’Università di Innsbruck e teologia al seminario di Bressanone. Consacrato sacerdote il 2 Agosto 1840 fu per 11 anni cappellano e cooperatore a Stilfes e per un anno curato a Lutago.
In questi anni utilizzò il tempo a disposizione per gli studi teologici, che mise a frutto nel 1850 quando partecipò agli esami di concorso per un posto di parroco. Nella prova scritta riportò nel suo elaborato lunghe citazioni da Padri della Chiesa e di altri grandi teologi, tanto da suscitare nella commissione d’esame sospetti di “copiatura”, sospetti che furono però fugati quando le potè subito ripetere verbalmente.
Nel 1852 Aichner divenne prefetto degli studi e docente di diritto ecclesiastico al seminario di Bressanone, dove nel 1862 pubblicò il manuale di diritto ecclesiastico, nel quale in contrasto con i precedenti libri di testo austriaci sollevò i diritti di libertà della Chiesa nei confronti dello Stato. L’opera, che ebbe 12 edizioni, lo rese così celebre che già nel 1857 la facoltà teologica di Vienna gli conferì la laure “ad honorem” in teologia.
Nel 1861 fu chiamato a dirigere il seminario, che godè da allora di una eccezionale fama, tanto che i vescovi di Prussia, dove furoreggiava il “Kulturkampf”, cioè la “battaglia per la cultura”, politica anticattolica perseguita dal governo del cancelliere Bismarck in Germania (1871-1879), dove venivano soppressi molti seminari, inviarono studenti a Bressanone.
Dopo la morte del principe vescovo Gasser, il 7 Aprile 1879 Aichner fu eletto vicario del Capitolo. Clero e popolo auspicavano che proprio lui fosse il successore, ma l’imperatore fu di altro avviso per cui nominò il parroco di Innsbruck Leiß, che a sua volta il 15 Ottobre 1882 consacrò vescovo Simon Aichner, il quale divenne vescovo ausiliare e vicario generale per il Vorarlberg, dove Aichner fu accolto con gioia, anche perché gran parte del clero era stato alla sua scuola al seminario di Bressanone.
Divenuto vescovo di Bressanone, Simon Aichner si dedicò alle visite in diocesi, al termine delle quali dal 28 al 30 Agosto 1900 tenne a Bressanone un sinodo diocesano (il precedente risaliva al 1603), le cui decisioni furono tempestivamente pubblicate, contemporaneamente ad un manuale liturgico per il clero.
Il vescovo Aichner percorse in lungo e in largo la diocesi per le cresime e partecipò regolarmente alle conferenze dei vescovi austriaci a Vienna.
Nel 1896 il Tirolo con la partecipazione dei tre vescovi della provincia celebrò il primo centenario della consacrazione a Bolzano al Sacro Cuore di Gesù. Tre anni dopo alla presenza dell’imperatore e dei tre vescovi ci fu la consacrazione della cappella del S. Cuore al “maso Sandwirt”, la patria di Andreas Hofer.
Durante l’episcopato di Aichner, al quale si deve un non felice restauro del duomo, si ebbe un considerevole sviluppo dei cori, le “scholae cantorum” legate al “movimento ceciliano”. Nel 1885 Aichner chiamò a Bressanone come maestro di cappella del duomo il compositore Ignaz Mitterer. Sotto la nuova direzione il coro del duomo conseguì presto fama europea. Nel 1901 per le celebrazioni del Millennio di Bressanone Mitterer diresse la suo nuova Messa “In honorem ss. Salvatoris”, come “graduale” fece però cantare una composizione dell’ex vescovo di Bressanone Johann Platzgummer (1641-1647).
Dopo che nel 1889 fu resa nota a Bressanone la causa della morte del principe ereditario Rodolfo, il vescovo Aichner decise che nella sua diocesi non si dovessere tenere cerimonie funebri, ma poi cambiò tale disposizione; l’8 Febbraio l’ordinariato rese noto tramite la “Brixner Chronik” che il 9 Febbraio si sarebbe tenuta nella chiesa vescovile una S. Messa a suffragio del principe ereditario.

Nel 1892 Aichner si era mostrato disposto ad accettare una legge provinciale sulla scuola che si muovesse nel quadro della legge scolastica dell’impero, sebbene il 7 Aprile avesse dichiarato nella dieta provinciale a nome dei vescovi del Tirolo che l’assenso dei vescovi alla nuova legge non dovesse essere inteso come se le non prescrivibili istanze della Chiesa fossero in qualche modo soddisfatte. Egli si lamentò poi del fatto che nell’Austria cattolica, rispetivamente in Tirolo, nonostante gli sforzi non si fosse riusciti a produrre una tale legislazione in materia di scuola, per la quale la Chiesa fosse posta nella condizione di adempiere ai propri elevati compiti affidatile da Dio. Con l’accettazione di questa legislazione scolastica terminò la trentennale “Kulturkampf” del Tirolo.
Quando nel 1899 il principe vescovo pubblicò una Lettera pastorale contro il movimento “Los von Rom” e le feste del solstizio, questa fu simbolicamente bruciata al mercato di Innsbruck. In contrapposizione a ciò i cattolici di tale città tennero in Luglio una grande manifestazione di protesta. I “Deutschfreiheitlichen” a loro volta risposero in Agosto con una analoga controdimostrazione.
Gli ultimi anni di episcopato di Aichner furono adombrati da quelle aspre lotte, che spaccarono il cattolicesimo austriaco del tempo e che si propagarono appassionatamente e senza discrezione proprio nella roccaforte conservatrice del Tirolo. Si tratta delle lotte tra le due tendenze politiche, che si espressero nelle forze politiche dei conservatori e dei cristiano-sociali.
Aichner come la maggioranza dei vescovi austriaci era dalla parte dei conservatori ed entrò deciso contro il neocostituito, nel 1898, partito dei cristiano-sociali, come risulta da una lettera confidenziale che il 29 Gennaio 1899 indirizzò a tutti i sacerdoti, nella quale tra l’altro deplorò la discordia tra fratelli e vietò al clero diocesano la partecpazione alle riunioni di entrambe i partiti. Non osò comunque imporre a Emiliano Schöpfer, docente al seminario di Bressanone, fondatore e guida del partito dei cristiano-sociali, il divieto di attività politica, poiché la maggioranza dei docenti in tale seminario e molti sacerdoti erano dalla sua parte.
Schöpfer all’inizio del 1901 si appellò a papa Leone XIII (1878-1903) contro gli ostacoli ai cristiano-sociali da parte di Aichner, visto che il papa aveva mostrato le proprie simpatie per i cristiano-sociali di Vienna. Come persona di collegamento di Schöpfer con i cardinali Antonio Agliardi, Andreas Steinhuber e col cardinale Segretario di Stato Mariano Rampolla si diede da fare a Roma il gesuita Joseph Biederlack.
Nel Settembre 1901 tramite il cardinale Segretario di Stato Rampolla giunse una risposta ufficiale ai tre vescovi del Tirolo, con la quale il papa deplorava sì la divisione, ma riconosceva entrambi i partiti. Aichner, che già nella primavera del 1901 aveva senza esito tentato a Roma di ottenere un assenso al suo comportamento contro i cristiano-sociali, offrì le sue dimissioni, che però non furono accolte. Tuttavia la curia romana stava considerando in quel tempo un avvicendamento nella sede vescovile di Bressanone, pensando al docente di teologia di Salisburgo Josef Altenweisel. Ma poiché il diritto di nomina spettava all’imperatore, si volle lasciare a questi l’iniziativa. Dopo il ritorno da Roma Aichner si comportò con discrezione nei confronti dei cristiano-sociali.
Sebbene Aichner avesse più volte esortato alla riconciliazione i suoi diocesani divisi in due, soprattutto i partiti si preoccuparono molto poco degli appelli vescovili, e persino una lettera pastorale comune dei tre vescovi del Tirolo pubblicata nel 1903 ed esortante alla pace fu come “parlare ai sordi”. Tutti questi insuccessi rafforzarono Aichner nei suoi propositi di dimettersi, mentre anche i conservatori gli rinfacciavano debolezza di governo. Sebbene Aichner fosse un vescovo tradizionale, non si mostrò all’altezza dei passionali conflitti tra i due partiti cattolici. Egli respinse tuttavia la proposta di nomina di Altenweisel come coadiutore e nel Febbraio 1904 rinnovò l’offerta di dimissioni; papa Pio X (1903-1914) l’accettò il 5 Marzo, nominando il 28 Giugno Aichner arcivescovo titolare di Teodosiopoli.
Il 16 Settembre 1904 Simon Aichner cessò dalla guida della diocesi di Bressanone e si ritirò per i suoi ultimi anni di vita nel monastero dei canonici agostiniani di Novacella, dove morì il 1° Novembre 1910. Fu sepolto nel duomo di Bressanone.



JOSEF II ALTENWEISEL (1904-1912)

A succedere al dimissionario principe vescovo di Bressanone Simon Aichner, l’imperatore Francesco Giuseppe chiamò in tempi brevi, il 6 Maggio 1904, il docente di dogmatica alla facoltà teologica di Salisburgo Josef Altenweisel, che fu confermato il 2 Luglio da papa Pio X e l’11 Settembre consacrato vescovo a Roma nella chiesa dei Gesuiti “Il Gesù” dal cardinale Segretario di Stato Merry del Val. Seguì, il 20 Settembre, l’intronizzazione a Bressanone.
Il nuovo vescovo, figlio di un mastro bottaio, era nato il 6 Ottobre 1851 a Niederndorf presso Kufstein. Nel 1870 entrò al Germanikum di Roma per studiarvi filosofia e teologia. Fu ordinato sacerdote il 10 Giugno 1876, sempre a Roma, dove godeva di particolare considerazione da parte del rettore del Germanikum e futuro cardinale Andreas Steinhuber, originario del Tirolo.
Tornato in patria divenne docente di religione al seminario “Borromeum” di Salisburgo e nel 1883 docente di dogmatica alla facoltà teologica della stessa citt….
Sebbene nel discorso tenuto in occasione dell’intronizzzione del nuovo vescovo di Bressanone il governatore barone von Schwarzenau avesse raccomandato ad Altenweisel una neutralità nei confronti dei partiti politici, questi cadde presto sotto l’influenza dell’ambiente simpatizzante per il partito conservatore.
Già nel Novembre 1904 unitamente ai vescovi di Salisburgo, Johannes Katschthaler (1900-1914), e di Trento, Celestino Endrici (1904-1940), vietò al clero ogni collaborazione con l’unione dei contadini cristiano-sociali (Bauernbund) nata nello stesso anno. Questa ordinanza, che si fa risalire all’arcivescovo di Salisburgo, fu, come condanna dell’unione die contadini e come voto di sfiducia contro la maggioranza del clero simpatizzante per i cristiano-sociali, fu di effetto disastroso.
La rottura con i cristiano-sociali fu completa, quando nel Febbraio 1905 Altenweisel all’assemblea generale dell’associazione conservatrice del popolo si espresse a favore del partito conservatore. Da allora egli fu rifiutato da gran parte del clero e del popolo e attaccato su giornali, in assemblee e con lettere anonime.
Soltanto dopo la schiacciante vittoria dei cristiano-sociali nel 1907 alle elezioni del consiglio imperiale e nel 1908 a quelle della dieta provinciale, i vescovi tirolesi il 30 Novembre 1909 revocarono il divieto di partecipazione e di collaborazione del clero alle assemblee del Bauernbund.
Sebbene i conservatori fossero da allora ridotti a minoranza e i loro deputati a Salisburgo, nell’Austria superiore e in Stiria si fossero uniti con i cristiano-sociali in un partito comune, il conflitto in Tirolo rimase, anche se meno aspro di prima.
In un incontro che si tenne ad Innsbruck nell’Aprile 1911 perfino i vescovi erano divisi. Mentre Katschthaler e Altenweisel rimanevano legati ai conservatori, Endrici si volse verso i cristiano-sociali.
Come curatore d’anime il debole e sfortunato Altenweisel si distinse con una lettera pastorale popolare. Cercò di attuare nella diocesi di Bressanone i decreti di riforma di papa Pio X (1903-1914). Mentre in diocesi aumentava la pratica del comunicarsi, il vescovo mostrò particolare interesse per le congregazioni mariane, una delle quali sorse nel seminario e nel 1908 anche nel Vinzentinum. La congregazione mariana sacerdotale fu introdotta nel 1911.
Altenweisel mostrò anche interesse per l’arte, sostenne la rivista “Der Kunstfreund” e si impegnò per il restauro di chiese.
Sotto il suo governo fece grandi progressi il movimento dei lavoratori, mentre nascevano numerose associazioni cattoliche.
Durante i suoi viaggi per le cresime il vescovo consacrò numerosi altari, cappelle e chiese. Nel 1911 consacrò ad Innsbruck il convitto “Canisianum”, che ospitò chierici, provenienti da tutto il mondo, frequentanti la facoltà teologica dell’Università di Innsbruck.
Nel 1906, 1908 e 1910 Altenweisel si recò a Roma per riferire sulla situazione della diocesi. I suoi rapporti con la Santa Sede erano sicuramente buoni se in occasione del suo terzo viaggio a Roma fu nominato assistente al soglio pontificio.
Partecipò assiduamente anche alle conferenze dei vescovi austriaci a Vienna e apparve talvolta anche alle sedute del senato austriaco di cui quale principe vescovo di Bressanone era membro
In occasione del primo “Katholikentag” del Tirolo nel 1909 tenne ad Innsbruck un memorabile discorso. A ricordo delle celebrazione del Millennio della città di Bressanone fu inaugurata in tale città la cosiddetta “Colonna del Millennio”. Nello stesso anno si celebrò ad Innsbruck il primo centenario del 1809 alla presenza dell’imperatore e di una moltitudine di persone. In questa circostanza Altenweisel celebrò la Messa solenne sul “Bergisel¯”e tenne un discorso patriottico. Nel Settembre 1910 si tenne ad Innsbruck il settimo “Katholikentag” austriaco, nel corso del quale il vescovo fece di nuovo un discorso molto apprezzato.
Il 25 Giugno 1912, colpito da infarto, Altenweisel morì durante un viaggio per le cresime a Matrei am Brenner. Fu sepolto nel duomo di Bressanone.



FRANZ EGGER (1912-1918)

Dopo la morte, avvenuta il 25 Giugno 1912, del principe vescovo di Bressanone Altenweisel, il 27 Settembre l’imperatore nominò come successore Franz Egger, vescovo ausiliare e vicario generale per il Vorarlberg. La conferma papale giunse il 6 Novembre.
Il nuovo pastore della diocesi di Bressnaone era nato il 26 Aprile 1836 a Schwanberg nello Zillertal. Suo padre, come appartenente alla ®Confessione di Augusta¯ (professione di fede luterana) nel 1837 era stato espulso con altri protestatni e si era recato in Slesia. Tornato in patria nel 1862, nel 1866 era ritornato al cattolicesimo. Franz Egger per tali vicende non ebbe un’infanzia felice. Frequentò il Ginnasio a Bressanone, poi studiò per 2 anni filosofia ad Innsbruck e nel 1855 entrò al Germanikum di Roma, dove si laureò in filosofia e teologia. Ordinato sacerdote l’11 Novembre 1860, celebrò la sua prima Messa con l’assistenza del suo exprofessore e futuro cardinale Giovanni Battista Franzelin di Aldino.
Tornato in patria Franz Egger fu cappellano e cooperatore in divere località, assistendo religiosamente anche i lavoratori italiani adibiti alla costruzione della ferrovia del Brennero. Nel 1868 divenne prefetto degli studi e docente di propedeutica filosofico-religiosa al seminario di Bressanone. Frutto di questa attività fu un manuale che dal 1878 ebbe sette edizioni e gli portò molti riconoscimenti. Nel 1880 Franz Egger divenne docente di dogmatica speciale, attività che gli rese possibile la pubblicazione nel 1887 di un testo di dogmatica che, procurandogli
ancor più fama del manuale di filosofia, si diffuse anche nei paesi slavi e in America.
Quando nel 1882 Simon Aichner divenne vescovo ausiliare e vicario generale per il Vorarlberg, Egger gli successe come rettore del seminario, che sotto la sua guida ebbe una considerevole fioritura, passando dai 72 studenti del 1882 ai 151 del 1893, anno in cui Egger pubblicò un testo di teologia fondamentale, apparso in migliaia di esemplari, che gli diede fama internazionale.
Nel 1885 Egger divenne decano del duomo e nel 1900 prevosto.
Nel 1908 il vescovo Altenweisel lo nominò vescovo ausiliare e vicario generale per il Vorarlberg, consacrandolo vescovo a Bressanone il 14 Giugno. Poiché nel Vorarlberg i cattolici non erano così divisi come in Tirolo, in tale regione Egger non andò incontro a gravi difficoltà.
Quando il 25 Giugno 1912 morì il principe vescovo Altenweisel, Franz Egger, che già nel 1901 era stato raccomandato a Roma come candidato vescovo da Emiliano Sch”pfer a P. Biederlack e nel 1909 al ministro dell’istruzione Hartel, il 27 Settembre fu nominato vescovo dall’imperatore, il quale il 20 Novembre durante un pranzo con una delegazione a Budapest ebbe a dire a Sch”pfer ®Ora avete un nuovo vescovo¯ al che il fondatore dei cristiano-sociali rispose ®Siamo grati a Sua Maestà per la nomina, che ci allieta molto. Egli è un uomo molto colto e conosce tutta la diocesi e il clero. Nonostante sia avanti negli anni è molto vigoroso e affronterà il proprio compito con energia. Sì, Sua Maestà, noi speriamo che il principe vescovo dottor Egger abbia ad operare molto bene, specialmente per la pace di questa terra¯.
Il vescovo Franz Egger si preoccupò in effetti per la riconciliazione tra i due schieramenti politici dei cattolici e per le elezioni della dieta provinciale del 1914 rese possibile un compromesso tale che esse si svolsero molto più paficicamente di tutte quelle svoltesi a partire dal 1885.
Dopo lo scoppio della prima guerra mondiale riemersero sullo sfondo i contrasti, e nel 1918 il conflitto così increscioso si concluse definitivamente attraverso l’unificazione nel Partito Popolare Tirolese.
Franz Egger nominò Sigmund Waitz, docente di teologia molto avversato dai conservatori in quanto stretto collaboratore di Emiliano Sch”pfer, a suo successore nel Vorarlberg e lo consacrò vescovo a Bressanone l’8 Giugno 1913.
Di particolare rilievo fu il provvedimento che il principe vescovo prese dopo la morte, avvenuta il 31 Dicembre 1915, del vicario generale Theodor Friedle che era stato tale per 30 anni e non era immune da colpe per quanto concerne il conflitto tra conservatori e cristiano-sociali: nominò come successore il prevosto del duomo e rettore del seminario Franz Schmid.
L’attività di cura d’anime del vescovo Franz Egger fu alquanto ostacolata dagli eventi del conflitto mondiale. Il seminario, che nel 1915 contava 119 allievi e che allora doveva ammettere anche i seminaristi di lingua tedesca della diocesi di Trento, fu adibito in parte a lazzaretto. Durante la guerra cercò con diverse lettere pastorali di sollevare lo stato d’animo alquanto depresso della popolazione e promosse più volte la sottoscrizione di prestiti di guerra, dando esempio lui stesso.
Tra i provvedimenti del vescovo Egger: l’introduzione di un nuovo piano di studi catechistico, la prescrizione che per le Messe domenicali mattutine si tenessero brevi omelie, la nomina di una commissione per la tutela dell’arte e dei monumenti.
Dopo aver sofferto più volte di esaurimento, morì all’improvviso ad Innsbruck, il 17 Maggio 1918 durante un viaggio per le cresime.
Franz Egger, che fu senza dubbio uno dei vescovi più colti e nobili della diocesi brissinese, fu sepolto nel duomo di Bressanone.



FRANZ SCHMID (1918-1921)
Vicario capitolare

Il principe vescovo di Bressanone Franz Egger era deceduto il 17 Maggio 1918, mentre ancora infuriava la guerra, per cui non si riuscì a nominare in tempi brevi il successore.
A reggere di fatto la diocesi fino al 28 Aprile 1921 fu Franz Schmid, vicario capitolare; nato il 5 Ottobre 1844 a Terento in val Pusteria, dopo gli studi ginnasiali a Bressanone entrò al Germanikum di Roma dove si laureò in filosofia e teologia. Nella città eterna fu anche ordinato sacerdote il 25 Maggio 1872. Tornato in patria, dopo esser stato per alcuni anni cooperatore a Stilfes presso Vipiteno, nel 1879 fu chiamato a subentrare al direttore spirituale del seminario di Bressanone, Josef Walter, affetto da una malattia nervosa.
Nel 1882 Franz Schmid entrò a far parte del Capitolo del duomo e quando, nel 1908, Franz Egger fu nominato vescovo ausiliare e vicario generale per il Vorarlberg, Schmid gli successe come rettore del seminario. L’anno dopo divenne anche decano del duomo e nel 1916 fu nominato vicario generale e cancelliere del principe vescovo Egger, essendo deceduto nel 1915 il precedente vicario, Theodor Friedle (1886-1915). Nello stesso anno Schmid divenne anche prevosto del duomo.
Nel Novembre 1918 le autorità italiane bloccarono il movimento tra il Tirolo del Nord e quello del Sud; Schmid allora istituì il 15 Dicembre ad Innsbruck una filiale dell’ordinariato di Bressanone per la parte della diocesi (Vorarlberg, Tirolo del Nord e orientale) rimasta all’Austria. Subito dopo, il 17G ennaio 1919, la Santa Sede nominò Sigmund Waitz, che era vescovo ausiliare e vicario generale per il Vorarlberg (1913-1921), ®Delegatus Sanctae Sedis¯ per questi territori e gli trasferì tutti i poteri di un vicario capitolare.
Quando il blocco della frontiera del Brennero fu un pò allentato,
l’8 Gennaio 1920 i poteri a Waitz furono ritirati, poiché la Santa Sede su sollecitazione di Waitz voleva anzitutto difendere l’unità della diocesi.
Dopo la formale annessione del Tirolo del Sud all’Italia, il 10 Ottobre 1920 papa Benedetto XV assicurò ripetutamente alla diocesi divisa politicamente il mantenimento dei suoi confini.
Tuttavia la situazione politica rese necessario che Waitz ricevesse il 9 Aprile 1921 i poteri di un Amministratore apostolico per i territori separati, rimanendo però sotto la guida della diocesi di Bressanone.
Poiché Franz Schmid a causa della sua debolezza non era pressoché all’altezza del suo compito, fu affiancato dal vicecancelliere Josef Mutschlechner.
Fu il nuovo principe vescovo Johannes Raffl a nominare nel 1921 di nuovo Schmid come vicario generale e cancelliere. Franz Schmid, uomo bonario e colto, morì a Bressanone il 18 Settembre 1922.



JOHANNES I RAFFL (1921-1927)

Dopo la morte, nel 1918, del principe vescovo di Bressanone Franz Egger, tra i candidati alla successione il Capitolo del duomo aveva proposto al terzo posto Johannes Raffl, amministratore del patrimonio della mensa vescovile; ma con la fine della monarchia era decaduto il diritto di nomina imperiale. Poiché il Tirolo meridionale in virtù del Trattato di Saint-Germain era stato attribuito all’Italia, la Santa Sede temporeggiò talmente che per ben tre anni fu il vicario capitolare Franz Schmid a reggere la diocesi. L’imperatore Carlo a dire il vero aveva previsto come successore alla sede vescovile il vescovo ausiliare e vicario generale per il Vorarlberg, Sigmund Waitz, ma il governo italiano l’aveva categoricamemte ricusato, poiché questi non aveva fatto mistero dei propri sentimenti austriaci nei suoi viaggi per le cresime nel Tirolo del Sud.
Che papa Benedetto XV (1914-1922) avesse infine nominato, il 28 Aprile 1921, Johannes Raffl, stava a dimostrare come la Santa Sede non riconoscesse al sovrano italiano il diritto di nomina. Raffl fu consacrato a Roma il 19 Giugno dal cardinale Merry del Val e l’intronizzazione a Bressanone ebbe luogo il 23 Giugno.
Il nuovo vescovo era nato il 16 Ottobre 1858 a Roppen nella valle superiore dell’Inn. Dal 1871 al 1879 frequentò il ginnasio presso i Francescani di Bolzano e poi il seminario di Bressanone. Ordinato sacerdote il 15 Luglio 1883, divenne prefetto al seminario minorile Vinzentinum di Bressanone. Fu cooperatore dal 1886, parroco dal 1894, dal 1904 amministratore dei beni della mensa vescovile di Bressanone.
Il re italiano diede senza difficoltà l’exequatur. Il Commissario di Bressanone Gustavo Gottardi il 12 Luglio 1921 scrisse al Commissario generale di Trento che Raffl si era comportato sempre correttamente nei confronti del governo italiano, e il 20 Agosto 1922 “La Gazzetta di Venezia” riferì come Raffl vedesse con lo stesso occhio di pastore sia tedeschi che italiani.
Papa Benedetto XV aveva espresso la propria volontà di rispettare l’integrità della diocesi attraverso la subordinazione all’Amministrazione apostolica di Innsbruck del territorio diocesano rimasto all’Austria, ma questo d’altra parte fu staccato dall’unione metropolitana di Salisburgo, alla quale Sabiona aveva appartenuto sin dal 798, e dal 1921 dipese direttamente dalla Santa Sede. Mentre nelle parti rimaste all’Austria vivevano 170 mila appartenenti alla diocesi, nel territorio toccato all’Italia erano solo 90 mila.
Date queste circostanze si raccomandò che la parte di lingua tedesca della diocesi di Trento fosse ceduta alla diocesi di Bressanone, pressoché di lingua tedesca. Il principe vescovo di Trento Celestino Endrici (1904-1940) si dichiarò in linea di principio d’accordo mentre il clero e il popolo dei territori interessati nel 1922 supplicarono la Santa Sede per questa soluzione; Pio XI (1922-1939) prese in considerazione la richiesta e il 5 Agosto 1922 nominò Raffl Amministratore apostolico dei dieci decanati di lingua tedesca di Trento.
Ma dinanzi ad un violento attacco da parte dei circoli fascisti la Santa Sede si vide costretta già il 16 Agosto a sospendere tale decreto. Il nuovo provvedimento si rivelò precipitosamemte redatto, non contenendo nessuna di quelle formule piene di dignità caratteristiche dei decreti della Santa sede; constava di poche parole, che senza addurre motivazioni disponevano la sospensione. Nella fretta fu addirittura erroneamente datato, riportando persino l’anno 1921 anziché 1922.
Nel Tirolo del Sud la notizia della nomina di Raffl ad Amministratore apostolico dei 10 decanati era già stata diffusa a mezzo stampa. Già pochi giorni dopo l’arrivo del nuovo decreto l’ordinariato di Bressanone annunciò la soppressione di un viaggio per le cresime del principe vescovo Raffl nel decanato di Caldaro.
Quando Pio XI il 12 Dicembre 1925 dispose che l’Amministrazione apostolica di Innsbruck dipendesse direttamente dalla Santa Sede, con ciò separando la parte austriaca rimasta alla diocesi, Bressanone perse definitivamente due terzi del proprio territorio, divenendo così una diocesi ®nana¯.
Nel seminario di Bressanone comunque dal 1915 al 1924 studiarono tutti gli studenti di teologia della parte tedesca di Trento e fino al 1938 anche gli studenti dei primi anni provenienti dal Vorarlberg, dal Tirolo settentrionale e orientale, così che nel 1923 si ebbero ancora 123 allievi.

Allorché il governo italiano vietò agli studenti ginnasiali provenienti dall’Austria di frequentare a Bressanone il seminario Vinzentinum, il suo corpo docente e il patrimonio fu suddiviso, così che nel 1926 potè esser istituito a Schwaz nel Tirolo del Nord un nuovo seminario, mentre si dovette considerevolmente ridurre il servizio nel Vinzentinum.
Il vescovo Raffl si guadagnò particolari meriti per il mantenimento del carattere tedesco del popolo nei confronti delle misure di italianizzazione adottate dal governo fascista.
Quando le autorità nel 1923 prescrissero la lingua italiana come lingua di insegnamento anche per quanto concerne la religione per quelle scuole nelle quali già nel pirmo anno si insegnava italiano, il vescovo Raffl riuscì con l’intervento della Santa Sede ad ottenere ancora nel Dicembre dello stesso anno il ritiro di questa disposizione. Dal 1924 fu concessa la lingua materna nell’insegnamento della religione solo fino alla terza classe.
Gli sforzi fascisti di assimilazione colpirono pesantemente anche le scuole cattoliche. Il Ginnasio dei canonici agostiniani a Bressanone dovette chiudere con l’anno scolastico 1926/27. Essi poterono comunque gestire un piccolo seminario minorile con tre classi a Novacella. A Bressanone rimase il seminario minorile Vinzentinum.
Sebbene in queste scuole venissero anzitutto formate le nuove leve del clero, in pratica fu accettato chiunque e molti studenti, che in seguito non divennero sacerdoti, ricevettero, quando ciò veniva giustificato dalle condizioni sociali delle famiglie, una borsa di studio dal fondo diocesano per la promozione di nuove vocazioni.
Così la Chiesa sovvenzionava a quel tempo non solo le nuove leve del clero, ma in generale la nuova generazione di intellettuali.
In queste scuole i docenti erano quasi esclusivamente sudtirolesi e la lingua d’insegnamento come quella parlata era il tedesco.
Anche la stampa cattolica era sotto forte pressione, tuttavia il canonico Michael Gamper nel 1926 ottenne, dopo essersi recato a Roma con un memorandum di Raffl per Mussolini, che il “Volksbote” e il “Dolomiten” potessero continuare a uscire.
In sostituzione della “Brixner Chronik” soppresso nel 1925, dal 1927 potè uscire il “Katholisches Sonntagsblatt”.
Il vescovo Raffl cercò come il suo clero, che divenne il principale promotore della resistenza contro i tentativi fascisti di italianizzazione, di preservare la peculiarità del Tirolo del Sud. Tra l’altro diede sostegno alle pubblicazioni scientifiche “Der Schlern” e “Schlern-Schriften”. Quando nel 1923 fu presentata l’opera fondamentale di Leo Santifaller sul Capitolo del duomo di Bressanone, il vescovo Raffl si interessò per la stampa con l’aiuto di un mecenate americano. Con il suo sostegno si giunse anche all’ampliamento del museo diocesano.
Nel 1924 il Capitolo del duomo mise a disposizione l’intero palazzo dei canonici e dopo la soppressione del ginnasio degli agostiniani anche l’ala sud con sale a volta della scuola del duomo, la biblioteca e la sala del Capitolo.
Oltre alla cura del carattere tedesco Raffl si prese a cuore però anche della cura d’anime per i pochi italiani che a quel tempo vivevano nella sua diocesi.
Dopo esser stato colpito negli ultimi anni di vita da diversi malanni, per cui dovette più volte recarsi a Merano per cure, il vescovo Raffl morì a Bressanone il 15 Luglio 1927 e fu sepolto in duomo.



JOSEF MUTSCHLECHNER (1928-1930)
Amministratore apostolico

Quando la Santa Sede propose di candidare come successore del vescovo Raffl, deceduto nel Luglio 1928, il ladino Felix Roilo, il governo italiano si rifiutò di accettare tale proposta a causa della formazione “tedesca” del candidato e delle sue scarse capacità di imporsi nei confronti del clero. La risposta del Vaticano fu la nomina, il 13 Ottobre 1928, di Josef Mutschlechner quale Amministratore apostolico di Bressanone. Questi era considerato dalle autorità fasciste come “uno dei peggiori nemici dell’italianità” per la sua coraggiosa lotta contro l’italianizzazione dell’insegnamento della religione nel Tirolo del Sud; in una lettera del 21 Dicembre 1928 del ministro della Pubblica Istruzione Rocco al gesuita Tacchi-Venturi, Mutschlechner fu definito come “assolutamente sgradito”.
Iosef Mutschlechner era nato l’11 Dicembre 1876 a Molini di Tures; ordinato sacerdote a Bressanone il 29 Giugno 1900 dopo gli studi al Vinzentinum e al seminario di Bressanone, fu ccoperatore in diverse località. Nel 1912 divenne segretario e notaio del tribunale vescovile. Si distinse talmente come segretario che nel 1915 il principe vescovo Egger lo nominò vicecancelliere. Dal 1918 al 1921 il vicario capitolare Franz Schmid lo incaricò di amministrare a Innsbruck il territorio diocesano nel Tirolo del Nord staccato da Bressanone con la frontiera del Brennero. Nel 1921 Mutschlechner, chiamato dai più intimi semplicemente ®Mutsch¯, divenne cancelliere. Si impegnò talmente per impedire la chiusura del seminario minorile Vinzentinum, che questa scuola lo considera cone suo secondo fondatore.
Dal 1926 Mutschlechner fu membro del Capitolo del duomo, da cui il 19 Luglio 1927 fu nominato vicario capitolare, dopo la morte del principe vescovo Raffl, deceduto il 15 dello stesso mese.
In quell’anno le competenti autorità scolastiche avevano disposto che in futuro l’insegnamento della religione venisse impartito in lingua italiana. Nel 1928 Mutschlechner su intesa con la Curia romana ritirò il clero dalle scuole pubbliche e organizzò l’insegnamento della religione nelle scuole parrocchiali. Per l’avvio di tale insegnamento il 14 Settembre 1928 rivolse una lettera pastorale alla popolazione, nella quale scrisse che la Chiesa da quando era nata aveva sostenuto che l’insegnamento della religione dovesse esser impartito nella lingua materna. Inoltre esortò i genitori ad inviare diligentemente i figli a tale insegnamento, che pose sotto la speciale protezione di patroni della dicoesi, in particolare S. Cassiano.
Dopo la stipulazione dei Patti Lateranensi dell’11 Febbraio 1929, che prevedevano un adeguamento dei confini diocesani a quelli delle province, Mutschlechner chiese ma invano alla Santa Sede la cessione a Bressanone della parte di lingua tedesca di Trento. L’Amministratore apostolico non partecipò nemmemo alle elezioni del 24 Marzo 1929 per la Camera.
Nel 1929 Mutschlechner fu persino condannato ad una sanzione di Lire 50 per aver pubblicato sul Bollettino diocesano di Bressanone i toponimi in lingua tedesca e in questa circostanza si arrivò addirittura al pignoramento di una scrivania.
Con lettera del 17 Gennaio 1930 il ministro della Pubblica Istruzione Rocco esortò il ministro degli Esteri Dino Grandi affinché si provvedesse al più presto ad occupare la sede vescovile di Bressanone, poiché il Mutschlechner impediva l’attività politica del governo nel Tirolo del Sud.
Dopo l’assunzione della carica da parte del principe vescovo Geisler, Mutschlechner il 28 Giugno 1930 divenne decano del duomo e responsabile dell’Ufficio amministrativo diocesano.
Suo grande merito fu l’istituzione, il 23 Dicembre 1931, dell’Opera di S. Cassiano (Kassianswerk), che serviva per il sostegno degli studenti del Vinzentinum e del seminario.
Mutschlechner fece parlare di sè anche il 19 Giugno 1932, quando giunsero in visita ufficiale a Bressanone i duchi di Pistoia, accompagnati dal prefetto di Bolzano. Poiché il vescovo Geisler si trovava in visita pastorale, toccava a Mutschlechner celebrare alle 12 una S. Messa in duomo per gli augusti ospiti. Ci fu un ritardo nell’arrivo dei duchi, ma il prelato, senza attendere gli ospiti, iniziò puntualmente la celebrazione.
Mutschlechner, che fu attivo anche dal punto di vista letterario e che nel 1935 pubblicò anche un’opera sugli antichi diritti municipali brissinensi, morì a Bressanone il 14 Aprile 1939.



JOHANNES XI GEISLER (1930-1952)

Quando il vescovo di Bressanone Raffl (1921-1927) si ammalò gravemente, in previsione della sua morte si presentò il problema della successione, che si rivelò di non facile soluzione; da una parte il prefetto di Bolzano Umberto Ricci si pronunciò contro la candidatura di Waitz, amministratore apostolico di Innsbruck-Feldkirch; questi, originario di Bressanone, era inviso alle autorità locali. Mentre la Santa Sede puntava su un tirolese, il governo insisteva su un candidato italiano, per cui il 10 Marzo rifiutò Geisler, il candidato proposto dalla Santa Sede, la quale si oppose invece alla proposta del governo di nominare Mons. Rocco Beltrami, rettore del Collegio pontificio per la pastorale degli emigranti italiani. Il governo fu contrario anche alla candidatura del ladino Felix Roilo. La Santa Sede nominò allora amministratore apostolico il vicario capitolare Josef Mutschlechner, che però era odiato dal governo.
Fu il Concordato del 1929, che all’art.22 prevedeva come requisito per i vescovi diocesani non la lingua materna italiana ma la conoscenza della lingua italiana, che si rese possibile la nomina di un vescovo di lingua tedesca.
Il ministro della giustizia Rocco in una lettera del 17 Gennaio 1930 sollecitò il ministro degli esteri Dino Grandi affinché il vescovo venisse nominato al pi— presto, poiché la condotta ostile dell’ammministratore apostolico Mutschlechner ostacolava gli atti politici del governo nel Tirolo del Sud.
Una nota del ministero della giustizia dei primi mesi del 1930 schematizzava così la situazione: i candidati presentati dalla Santa Sede erano Johannes Geisler e Felix Roilo. Quelli proposti dal governo erano Giuliano Mortari di Verona, Rocco Beltrami di Roma e Giovanni Mazzi di Monfalcone.
Sebbene Geisler non fosse gradito al governo, il 16 Febbraio 1930 il ministero dell’interno incaricò l’ispettore generale Enrico Marotta di assumere informazioni sul candidato. A fine Febbraio l’ambasciata italiana presso la Santa Sede apprese in via riservata che papa Pio XI su proposta del vescovo di Trento Endrici era intenzionato a nominare Geisler. Il 5 Marzo l’ispettore Marotta fece il suo rapporto al ministero dell’interno, nel quale si esprimeva positivamente circa un’eventuale nomina di Geisler. Dopo che il governo italiano ebbe dato il suo assenso, datato 25 Marzo, papa Pio XI il 2 Aprile 1930 nominò Geisler principe vescovo di Bressanone. Il cedimento del governo era legato anche alla stipulazione del trattato di amicizia italo-austriaco, avvenuta il 25 marzo.
Johannes Geisler fu consacrato vescovo a Roma il 25 Maggio dal cardinale Basilio Pompili. In occasione della sua intronizzazione ebbe a fare un discorso degno di nota: promise di essere, pur appartenendo al gruppo tedesco, un buon cittadino italiano e di curare una leale e cordiale collaborazione con i rappresentanti dello Stato. E al clero della diocesi il nuovo vescovo disse: “Non voglio guerra ma pace, non odio ma amore, non persecuzione ma collaborazione. Ma per gli insegnamenti e le leggi della Chiesa sono anche pronto a divenire martire.....per un clero devoto e capace sono pronto a buttarmi nel fuoco....con ciò spero però anche che il clero stia con il vescovo”.
Johannes Geisler era nato il 23 Aprile 1882 a Mayrhofen, Zillertal; essendo il padre ferroviere la sua famiglia dovette cambiare più volte residenza, per cui Johannes frequentò varie scuole, tra cui il seminario minorile Vinzentinum di Bressanone. Dal 1903 al 1910 fu al Germanikun di Roma, dove si laureò in filosofia e teologia. Ordinato sacerdote a Roma il 13 Marzo 1910, fu cappellano e cooperatore in diverse località. Nel 1914 fu nominato cappellano di corte dal principe vescovo Egger, anche lui originario della Zillertal. Nel 1922 Geisler divenne docente di storia ecclesiastica al seminario di Bressanone. Con il suo vasto sapere e il suo parlare appassionato conquistò non solo le menti ma anche i cuori dei suoi uditori.
Negli anni seguenti la sua nomina il vescovo Geisler si vide esposto ad una crescente pressione, avendo il regime fascista iniziato a procedere contro sacerdoti e seminaristi, comminando loro, con pretesti per lo più futili, pene detentive o espulsioni, tentando anche di inviare sacerdoti italiani in territori di lingua tedesca. Inoltre gli scolari dovevano partecipare alle funzioni religiose in uniforme fascista e accompagnati da maestri italiani.
Sul vescovo Geisler in quel tempo esercitò grande influenza il vicario generale, il cortinese Alois Pompanin, nominato tale nel 1933. Questi contribuì molto all’irrigidirsi negli anni 1934 e 1935 dell’atteggiamento di Geisler nei confronti del fascismo. Quando il governo dopo l’assassinio del cancelliere austriaco Dollfuss prese provvedimenti restrittivi nei confronti delle associazioni cattoliche, Geisler in una lettera del 25 Aprile 1935 rese noto di non essere intenzionato a collaborare nella strumentalizzazione della religione per opprimere la minoranza tedesca. Questa lettera, ritenuta molto pesante sia per il contenuto che per la forma, giunse al ministero degli esteri con un promemoria, in cui si dichiarava essere il vicario generale uno dei peggiori rappresentanti del pangermanesimo e che Geisler, anziché allontanarlo, come auspicato dalle autorità politiche, lo aveva addirittura nominato prevosto del Capitolo, costituito pressoché da elementi antiitaliani. Il promemoria menzionava anche il seminario, i cui docenti erano altrettanto antiitaliani e i cui allievi erano in gran parte stranieri.

Nel 1935 il vescovo Geisler vietò al suo clero di partecipare all’azione propagandistica fascista contro le sanzioni internazionali inflitte all’Italia per la guerra etiopica. Rifiutò inoltre la consacrazione fascista delle fedi nuziali che dovevano sostituire gli anelli d’oro donati alla patria. Col peggioramento dei rapporti tra Geisler e il regime fascista a partire dal 1936 si giunse a temere apertamente per un suo imminente arresto.
Date queste circostanze il vescovo Geisler e soprattutto il suo vicario generale Pompanin si appoggiarono maggiormente alla Germania nazionalsocialista, mentre le simpatie della maggioranza del clero andavano alla vicina Austria. Gradualmente si sviluppò così nell’ambito del governo della diocesi di Bressanone quel contrasto che sarebbe venuto alla luce più apertamente in merito alla questione delle opzioni.
Geisler si impegnò incessantemente per i diritti della popolazione sudtirolese perseguitata. Quando il 7 Gennaio 1937 il governo emanò un decreto legge mirante all’espulsione dei contadini dai propri masi, il pastore diocesano intervenne con altri presso il governo, così che il decreto fu parzialmente revocato.
Il 14 Marzo 1937 uscì l’enciclica di PIo XI “Mit brennender Sorge” contro il nazionalsocialismo, ma essa non poté esser letta pubblicamente; ne é testimone il parroco Staudacher, il quale in un promemoria sulla situazione religiosa in diocesi a fine 1939 scrisse che i sacerdoti sulla situazione religiosa nel Terzo Reich erano informati, oltre che dai fatti notori, anche tramite l’enciclica “Mit brennender Sorge”. Ma in merito i sacerdoti potevano far poco per illuminare il popolo, al quale tale enciclica non poteva essere letta.
Dopo l’accordo del 26 Giugno 1939 tra il governo italiano e quello tedesco sulle possibilità di opzione e conseguente trasferimento di sudtirolesi nel territorio del Terzo Reich, papa Pio XI diede indicazioni ai principi vescovi Geisler ed Endrici, convocati ad un apposita udienza, di esortare il clero alla discrezione su tale questione.
Il 25 Ottobre 1939 sull’ “Osservatore romano” apparve un’ articolo che diceva sì all’accordo sui trasferimenti, rovinando con ciò la speranza dei sudtirolesi su un efficace aiuto da parte del Vaticano, che comunque modificò poi il suo atteggiamento.
Sebbene Geisler nei confronti della questione delle opzioni tenesse in un primo momento ancora una posizione di neutralità, era comunemente noto che lui e il suo vicario generale difendevano le opzioni. Prova di tale atteggiamento fu l’indicazione di fine ottobre del vescovo al clero; ciò mosse i circoli dei “Dableiber” (coloro che intendevano restare nel Tirolo del Sud) a prendere posizione, tra l’altro con una poesia satirica. A dire il vero Geisler era motivato per le opzioni dal timore di un trasferimento in altra provincia d’Italia.
Per prevenire un possibile errore della curia brissinense e per contrastare la propaganda degli agenti dell’emigrazione, che avevano avanzato la tesi che il clero volesse emigrare, nonché per trascinare coloro che erano ancora “fedeli alla Patria e alla Chiesa”, nel novembre i membri del Capitolo del duomo fecero un’inchiesta presso il clero secolare della diocesi. Dei 236 sacerdoti il 90 per cento dichiarò con firma autografa di voler restare in diocesi.
In novembre Geisler fece interpellare Berlino tramite il dr. Petschauer, direttore dell’ufficio di Bressanone dell’emigrazione e immigrazione tedesca, per avere informazioni su alcuni aspetti del trasferimento nel Reich, sull’accoglienza e il sostentamento dei sacerdoti emigrati, sulla sorte del patrimonio ecclesiastico, sull’istituzione di apposita diocesi nel Reich, ecc. In relazione a ciò il 28 novembre Petschauer comunicò ad Himmler che si poteva ritenere per certo che il vescovo fosse deciso ad emigrare.
Una parola chiara sul “restare” la disse invece l’arcivescovo di Trento Endrici il 1° dicembre 1939; fu pubblicata sul bollettino diocesano. Si trattava soprattutto di un’assicurazione ufficiale italiana circa l’infondatezza dei timori su un trasferimento nel Sud. Questo appello del vescovo di Trento apparve contro la volontà di Geisler, e perciò senza la sua firma, sul “Katholisches Sonntagsblatt” e sul “Volksbote”.
Mentre l’appello di Endrici non ebbe alcuna efficacia, poiché venne privato di forza dall’osservazione di essere italiano, l’atteggiamento di Geisler esercitò grande influenza nella popolazione. Presso non poche persone si poté formare l’impressione che il vescovo di Bressanone e i suoi stretti collaboratori simpatizzassero per il nazionalsocialismo. Sicuramente non era così. Ma Geisler e soprattutto Pompanin ritenevano apertamente, rispetto alle offese del fascismo, che il nazionalsocialismo fosse meno pericoloso.
Il parroco Karl Staudacher nel suo promemoria succitato mosse accusa alla curia di non vedere nel movimento hitleriano un pericolo religioso, ma soltanto “pura politica”, “nei confronti della quale si deve essere neutrali”. Il parroco tra l’altro scrisse: “Si sarebbe riusciti in tempo utile a creare una controorganizzazione e a riparare ai danni specialmente tramite le congregazioni e l’Azione Cattolica. Ma con l’indugiare a lungo le associazioni cattoliche fallirono e si lasciò piuttosto andare in rovina l’Azione Cattolica che impegnarla sulla questione cattolica. Anche la stampa cattolica non poté fare nulla in merito”.

Dopo che a fine novembre 1939 fu prorogato fino al 30 giugno 1940 il termine delle opzioni per quanto concerneva il clero, il 22 gennaio 1940 il prevosto del duomo Adrian Egger, il decano del duomo Hermann Mang e il rettore del seminario Josef Steger, si rivolsero con una lettera al vescovo Geisler facendo presente che quasi il cento percento del clero diocesano aveva espresso il desiderio di restare. Ponendo l’accento sui pericoli della persecuzione della Chiesa in Germania pregarono il vescovo di conferire nuovamente in Vaticano e di optare per rimanere in patria.
Come risulta chiaramente dalla documentazione, era contro Geisler e Pompanin anche la maggioranza dei membri del Capitolo del duomo. La spiacevole frattura tra il vescovo e il clero divenne sempre più grande. In una circolare del 6 aprile 1940 ai sacerdoti del decanato di Stilfes il vicario generale Pompanin si rivolse duramente contro il comportamento della maggioranza del clero circa le opzioni, lamentandosi tra l’altro che in certi ambienti del clero non fossero mancate ingiurie e basse insinuazioni contro il vescovo e contro quei sacerdoti che erano dalla sua parte.
Con una lettera del 19 giugno il vescovo Geisler diede ai suoi sacerdoti le ultime indicazioni per le ormai imminenti opzioni. Tra l’altro richiamò il fatto che sulla questione delle opzioni la Santa Sede lasciava a tutti i sacerdoti e chierici la piena libertà. Essi avrebbero però dovuto dichiarare che secondo le prescrizioni canoniche non potevano lasciare il proprio posto senza il permesso della Santa Sede. Tale dichiarazione non doveva però esser rilasciata da quei sacerdoti che volevano mantenere la cittadinanza italiana. Invece quei sacerdoti che desideravano ottenere la cittadinanza germanica dovevano integrare di proprio pugno il modulo dell’opzione con tale dichiarazione. Chi avesse optato per la Germania doveva allora informare l’ordinariato e tempestivamente menzionare tale dichiarazione.
Il vescovo invitò inoltre tutti i sacerdoti ad invocare lo Spirito Santo, affinché ciascuno potesse decidere dinanzi al Signore e in piena libertà di coscienza.
Il Vaticano, che inizialmente aveva salutato l’infausto accordo italo - tedesco sul trasferimento come un atto di giustizia, a metà novembre 1939 mutò il proprio avviso, riconoscendo al clero piena libertà sulla questione delle opzioni, arrivando poi, il 20 giugno 1940, a impegnarsi a favore dell’opzione per l’Italia.
Poco prima della scadenza del termine per le opzioni dei sacerdoti l’ambasciatore del Vaticano al Quirinale, Mons. Giuseppe Misuraca, comparve a Bressanone per indurre il vescovo all’opzione per l’Italia oppure alle dimissioni volontarie. Geisler, che rifiutò entrambe le proposte, il 25 giugno optò per la Germania assieme al vicario generale Alois Pompanin, al cappellano di corte Johann Untergasser e all’amministratore della mensa vescovile, Johann Stifter.
Dopo essersi sfilato l’anello dal dito, il principe vescovo Geisler sottoscrisse solennemente il modulo per l’opzione, dichiarando che un pastore doveva andare col suo gregge.
L’atto di opzione del vescovo fu trasformato in una festa popolare dai responsabili della comunità di lavoro degli optanti per la Germania e degli uffici tedeschi per l’immigrazione e l’emigrazione; tutta la messa in scena, con tanto di bandiere con la croce uncinata, scolaresche in costume e ragazze con fiori, fu fotografata e sfruttata propagandisticamente.
Geisler aveva pensato apertamente di pubblicizzare il suo atto, senza aver forse riflettuto su come la cosa potesse venire strumentalizzata. Mentre l’opzione del vescovo veniva a giustificare il comportamento di chi aveva scelto di emigrare, essa fu uno choc per i “Dableiber” e per l’Italia un vero e proprio scandalo. Il 20 per cento del clero nella diocesi di Bressanone optò come il vescovo, mentre fu il 10 per cento ad optare così nella parte tedesca della diocesi di Trento; optò in tal modo però ben l’87 per cento della popolazione complessiva.
In effetti vennero trasferiti nel “Großdeutsche Reich” circa 75 mila sudtirolesi, gran parte dei quali dopo la guerra fecero ritorno.
E’ comprensibile che in tale incresciosa situazione si venisse a forti tensioni tra il vescovo e il clero come anche tra gli optanti per la Germania e il resto della popolazione. Così il vicario generale Pompanin contestò al parroco Karl Staudacher d’essersi espresso in presenza di laici in modo disdicevole nei confronti del vescovo. Il parroco si giustificò il 21 settembre affermando di aver dichiarato ai laici, i quali si erano meravigliati per il comportamento del vescovo, che lo stesso non era legato come gli altri alla terra e al popolo “avendo le famiglie dei ferrovieri una patria viaggiante”.

Anche i rapporti tra Geisler con le autorità italiane peggiorarono rapidamente. Quando il governo italiano dopo la morte del vescovo di Trento Endrici, avvenuta il 29 ottobre 1940, pretese che ad occupare le sedi vescovili di Trento e Bressanone andassero personalità leali verso lo Stato, la Santa Sede rispose che Geisler poteva legittimamente restare almeno fino al 1942, anche se non era contraria a che il vescovo lasciasse la diocesi prima del termine. Nell’ottobre 1942 il prefetto di Bolzano giunse a pretendere che il vescovo venisse deportato. Ma, con la proroga fino al 1943 del termine per l’emigrazione, con l’istituzione della “Zona d’operazioni delle Prealpi”, che fece seguito della stipulazione dell’armistizio, non se ne fece più nulla.
Il Gauleiter del Tirolo, Franz Hofer, fu insediato come Commissario supremo di tale zona d’operazioni; il vescovo Geisler riuscì, e soprattutto il suo vicario generale, a instaurare con costui un sopportabile rapporto anche se non privo di qualche conflitto. Con ciò Geisler riuscì ad evitare alla sua diocesi quella persecuzione contro la Chiesa che ebbe luogo invece nel Tirolo del Nord sotto il vescovo Paul Rusch.
Geisler si impegnò ripetutamente a favore dei sacerdoti oppressi, però non poté mantenere ai suoi scopi il seminario minorile Vinzentinum. Furono vani anche i suoi sforzi per la reintroduzione dell’insegnamento della religione nelle scuole e per l’autorizzazione ad un bollettino diocesano.
Dopo che le autorità italiane su pressione tedesca avevano vietato già nel 1941 il “Volksbote”, nel 1943 seguì il divieto da parte delle autorità tedesche circa il giornale cattolico “Dolomiten”. Il direttore responsabile, canonico Michael Gamper, riuscì a mettersi al sicuro a Firenze, mentre altri membri di redazione furono deportati al campo di concentramento di Dachau.
Su alcune questioni, come l’occupazione delle sedi di cura d’anime, il vescovo Geisler venne incontro alle autorità tedesche molto al di là di quanto previsto dal concordato italiano. Su importanti questioni però Geisler e Pompanin seppero intervenire con coraggio e con i mezzi pià appropriati per difendere i diritti della Chiesa.
In un drammatico incontro con Hofer, il 5 aprile 1945 a Gries di Bolzano, Geisler, unitamente al vicario generale Pompanin e al cappellano di corte Untergasser, rifiutò di appoggiare la difesa della “fortezza alpina del Tirolo”. Sebbene l’appuntamento fosse alle 18, il principe vescovo e i suoi accompagnatori dovettero attendere circa mezz’ora. Il colloquio si prolungò fino alle 21. Franz Hofer dichiarò che nei giorni precedenti aveva convocato i tiratori (Standschützen) e numerosi rappresentanti del popolo per fare il punto della situazione. Nell’occasione l’aveva sorpreso e fatto gioire l’unanimità del popolo nella volontà di difesa fino all’ultimo.
Secondo lui il Tirolo, che sempre é stato il baluardo dell’impero tedesco, lo sarebbe stato anche questa volta. Appena si fossero incontrati Russi e Americani sarebbe iniziato tra loro un conflitto, poiché capitalismo e bolscevismo non possono sopportarsi a lungo. Egli aveva già predisposto tutto, da mesi lavorando con 70 mila uomini al confine meridionale della fortezza, da un mese anche a quello occidentale e si iniziava anche a quello orientale, costruendo bunker e sbarramenti anticarro. C’erano già anche fabbriche sotterranee, che dal 1° maggio avrebbero potuto costruire tanti bazooka quanti non se ne erano impiegati in 6 mesi. Erano disponibili anche molti altri mezzi difensivi, aveva anche molti battaglioni addestrati di tiratori e si sarebbe aggiunta anche la Wehrmacht.
Si sarebbe fatto inviare 10 mila ufficiali americani e commissari russi; portati in un bunker sotterraneo, se il nemico fosse stato così sconsiderato con i bombardamenti, gli avrebbe spedito “alcune teste sanguinanti di questi prigionieri”.
Dai colloqui che aveva avuto nei giorni precedenti risultava che tutti fossero concordi a difendersi fino all’ultimo per evitare il bolscevismo. Ora faceva appello a tutte le forze di difesa, per rafforzare il più possibile la volontà di resistenza. La decisione di difendersi sino all’ultimo era stata presa e non poteva esser mutata.

Verso la fine del memorabile colloquio del 5 aprile 1945 Hofer chiese al vescovo la sua posizione in merito e se fosse disposto a dare il suo contributo per il rafforzamento della volontà di resistenza. Geisler rispose di esser contrario al fatto che il Tirolo meridionale divenisse teatro di guerra, perché in ciò non vedeva alcuna possibilità di successo e perché con ciò si sarebbe aggiunto ulteriore danno alla patria e al popolo.
Franz Hofer, molto indignato per questa risposta, disse che la sua decisione sarebbe comunque stata eseguita. Si trattava di essere a favore o contro. Gli sarebbe dispiaciuto dover constatare che il vescovo fosse così male informato sull’opinione del popolo.
Il cappellano di corte fece osservare che il vescovo aveva autorità presso il popolo solo perché era un vescovo cattolico. Non si poteva pretendere che lui facesse qualcosa dalla quale il popolo potesse dedurre che egli non fosse più un vescovo cattolico. A ciò il Commissario replicò che naturalmente non pretendeva che il vescovo salisse sul pulpito e dicesse “Io credo nella concezione nazionalsocialista”, tanto nessuno crederebbe a ciò. Piuttosto si dovrebbe essere avveduti ed esortare il clero alla perspicacia e incoraggiarlo. Essendo prevista l’ istituzione di corti marziali, sarebbe stata una cosa spiacevole dover mettere al muro dei sacerdoti, di cui in fin dei conti il vescovo é responsabile; costoro avrebbero potuto accusarlo di non averli messi in guardia. Hofer concluse dicendo che il vescovo dopo aver riflettuto avrebbe potuto dare la propria risposta tramite il vicario generale.
Il vescovo rispose personalmente il 13 aprile dicendo al Commissario di poter corrispondere alle proposte di Hofer solo se le sue indicazioni al clero rimanessero nell’ambito ecclesiale, poiché un superamento dello stesso porterebbe più danno che utilità. Riteneva inoltre opportuno attendere qualche tempo, fino al mutamento sostanziale della situazione bellica, per evitare nel popolo i turbamenti che potrebbero esser provocati da una intempestiva pubblicazione dei provvedimenti.
Nel caso che gli eventi bellici si avvicinassero ai confini della provincia, potrebbe invitare il clero a rimanere al suo posto, accanto alla popolazione, e di accompagnarla se dovesse esser evacuata, dandole assistenza religiosa e sostenendola con parole ed opere in ogni necessità. Inoltre potrebbe invitare il clero a rafforzare la popolazione, se fosse colpita dalla crudezza della guerra, con la forza delle verità cristiane. Gli sforzi del vescovo e del clero avrebbero ancor più successo, se Hofer tramite appropriate misure potesse tranquilizzare la popolazione circa il suo futuro religioso.
Da ciò risulta come Geisler non fosse disposto ad appoggiare i folli piani di Hofer, ma che egli fece tutto il possibile per guadagnare tempo fino alla definitiva disfatta del Terzo Reich. Fino allora dovette cercare di andare in qualche modo d’accordo con Hofer, che minacciava con l’esecuzione di sacerdoti, per prevenire il peggio. Il piano di Hitler e Hofer sul Tirolo come ultimo bastione da difendere, con conseguenti sofferenze per il popolo e distruzioni del territorio, poté così essere sventato.
Dopo la fine della guerra Geisler appoggiò la neocostituita “Südtiroler Volkspartei”, sostenendola nelle sue iniziali difficoltà materiali.
In una petizione dell’agosto 1945 al premier inglese Clement Attlee il vescovo chiese il rispetto del diritto all’autodecisione per il Tirolo del Sud, e con un memorandum del luglio 1946 alla Conferenza di pace di Parigi sottolineò lo scontento provocato dalla decisione che il Tirolo del Sud rimanesse all’Italia. Il vescovo reclamò con forza la revisione di tale deliberazione, appellandosi di nuovo al diritto di autodecisione.
Si curò molto anche del rientro di coloro che erano emigrati a causa delle opzioni e per il rilascio e l’assistenza dei prigionieri di guerra sudtirolesi.
Negli anni postbellici Geisler trovò un ricco campo di lavoro anche dal punto di vista caritativo.
Si prese a cuore inoltre la cura d’anime della minoranza di lingua italiana della sua diocesi; nel 1940 era stato ammesso per la prima volta un italiano nel suo Capitolo del duomo.
Geisler, che fu l’ultimo vescovo di Bressanone a detenere il titolo di principe, ha guidato la diocesi in uno dei più difficili periodi e ha difeso i diritti della minoranza sia al tempo del fascismo che dopo la guerra. La sua tattica negli anni 1943-1945 ha fatto risparmiare alla provincia la persecuzione della Chiesa che ebbe luogo altrove. Meno felice fu forse la sua decisione in merito alle opzioni.
Dopo essersi ripetutamente ammalato, nel 1952 chiese alla Santa Sede di poter ritirarsi; il 23 aprile 1952 Pio XII accettò le dimissioni del vescovo Geisler, che morì a Bressanone il 5 settembre dello stesso anno e fu sepolto in duomo.



JOSEPH III GARGITTER (1952-1964)

Papa Pio XI, che il 23 Aprile 1952 aveva accettato le dimissioni del principe vescovo Geisler, il 26 Aprile nominò come successore il docente di dogmatica al seminario di Bressanone, Joseph Gargitter, che fu consacrato vescovo nel duomo di Bressanone il 18 Maggio; nel pomeriggio dello stesso giorno ebbe luogo l’intronizzazione.
Il nuovo vescovo, l’ultimo ad occupare la sede vescovile di Bressanone, nato il 27 Gennaio 1917 a Luson, era uno dei 17 figli del contadino Joseph Gargitter e di Anna Oberhauser. Dopo la scuola elementare a S. Leonardo, località dove il padre si era trasferito nel 1923, per passare nel 1928 a Bressanone, Joseph dal 1929 al 1934 fu al seminario minorile Vinzentinum e successivamente frequentò il ginnasio statale di lingua italiana di Bressanone. Per non gravare troppo sul padre, fece la settima classe privatamente in estate e superato con pieno successo l’esame di maturità nel 1936, da tale anno al 1944 come convittore del Germanikum frequentò l’università pontificia Gregoriana di Roma, dove si laureò in teologia. A Roma, il 25 Ottobre 1942, fu anche ordinato sacerdote. Tornato in patria fu cooperatore a Bressanone dall’Aprile fino all’autunno 1945; con l’autorizzazione del principe vescovo svolse per qualche tempo le funzioni di sindaco di Luson.
Riapertosi con la fine della guerra il convitto Kassianeum, Gargitter ne fu rettore dal 1945 al 1950 ed operò anche come docente di religione presso il neocostituito ginnasio in lingua tedesca di Bressanone. Dal 1950 fu anche direttore della cura d’anime e docente di dogmatica del seminario di Bressanone.
Divenuto vescovo, intraprese con dinamismo giovanile, quale vescovo trentacinquenne, il rinnovamento della diocesi: per le donne era il vescovo ®bello¯, per gli uomini ®l’energico¯, per i sacerdoti il ®severo¯.
Già nel 1952 Gargitter nominò Johann Untergasser, docente di filosofia al seminario, cancelliere dell’ordinariato e l’anno successivo vicario generale, mentre il vecchio vicario Alois Pompanin fu elevato alla dignità di prelato domestico pontificio e più tardi di prevosto del duomo.
Il vescovo Gargitter acquistò grandi meriti per i suoi sforzi volti ad una pacifica soluzione della questione altoatesina e per un’armonica convivivenza tra i diversi gruppi linguitsici della provincia. Già all’assunzione delle funzioni vescovili, nel 1952, era consapevole che la Chiesa avesse da svolgere un ruolo straordinario nel Tirolo del Sud sotto questo aspetto, per cui non voleva esporla alle eventuali giustificate accuse di aver mancato all’impegno nell’ora storica così importante.
Il vescovo era anche convinto che non si sarebbe lasciato influenzare nè da lodi nè da intimidazioni, nè da calunnie, e neanche da qualsivoglia altro mezzo di pressione per farlo dissuadere dagli sforzi per una soluzione pacifica.
Si sentiva obbligato a seguire la propria strada nello spirito del Vangelo, anche se talvolta dovesse esser frainteso dall’uno o dall’altro gruppo e avesse perciò la sensazione di essere isolato.
Gargitter ha compiuto passi concreti con visite in Vaticano e preso influenti personalità di qua e di là dal Brennero, per contribuire alla pacifica e giusta soluzione della questione altoatesina. Nel tempo travagliato degli atti di violenza e degli attentati dinamitardi non ha tralasciato nulla per ripudiare tali azioni e prendere energicamente posizione contraria.
Quando poi apprese delle violazioni da parte delle forze dell’ordine e dei maltrattamenti nelle carceri, si sentì in dovere di far presente alle più alte sfere di ordine pubblico come al presidente del consiglio dei ministri e al ministro dell’interno, che nessuno avrebbe potuto assumersi la responsabilità di ciò che nel Tirolo del Sud sarebbe potuto accadere, se questi maltrattamenti non avessero subito a cessare. Come in proposito ha ricordato il senatore Friedl Volgger, il vescovo di Bressanone e
amministratore apostolico di Trento l’11 gennaio 1962 mise in agitazione le autorità italiane dichiarando alla stampa ®Il fatto che nel giro di poco tempo due detenuti politici siano improvvisamente morti in carcere ha suscitato grande preoccupazione nella popolazione e fatto sorgere l’opinione che siano fondate le voci, già in corso da mesi, su maltrattamenti di detenuti politici da parte degli organi di sicurezza. Come un incubo c’è nel cuore di molti il timore che in questa terra di confine non a tutti i cittadini sia assicurata in misura sufficiente la tutela giuridica da parte dello Stato¯.
Con questa presa di posizione del vescovo anche quei sudtirolesi che avevano mantenuto una certa distanza nei suoi confronti lasciarono cadere ogni riserva. Lo sviluppo successivo ha dato piena ragione al lavoro del vescovo per la pace, pur se da qualcuno veniva ancora chiamato il “walscher Seppl”.

Il vescovo Gargitter è entrato nella storia della diocesi anche come il grande annunciatore del messaggio cristiano. Le sue prime lettere pastorali hanno trattato i temi dell’atteggiamento di fondo del cristiano, della condotta cristiana. Dalla preoccupazione per la pace sono sorti a partire dal 1960 gli scritti importanti riguardanti l’ordinamento poliitco e sociale nella nostra provincia. Nota fondamentale, che è risuonata di continuo nelle lettere pastorali e in numerosi discorsi del vescovo, è l’insegnamento della croce, come ad esempio nell’omelia di S. Silvestro del 1954 e nella lettera pastorale per la Quaresima 1956.
Gargitter si prese particolarmente a cuore l’istruzione del clero e del popolo. Per la formazione di organisti e di direttori di coro istituì nel 1953 a Bressanone una scuola diocesana di musica sacra. A Sarnes presso Bressanone nel 1955 fece costruire per la formazione permanente della gioventuù contadina la Casa di San Giorgio e a Brunico un convitto per studenti esterni.
Nell’Ottobre 1962 fu solennemente inaugurata dal vescovo la neocostruita Accademia ®Niccolò Cusano¯. In tale circostanza il vescovo disse che dai consolanti frutti del lavoro con la gioventù si era sentito incoraggiato a istituire un’analoga casa per gli adulti, cioè una casa dll’incontro tra Chiesa e mondo ai fini dell’attuazione di un mondo orientato al Vangelo. Gargitter in questa costruzione diede prova di coraggio architettonico, perché l’Accademia fosse presentabile come biglietto da visita della diocesi e per dare degno domicilio alla cultura ecclesiale del dialogo.
Speciale cura dedicò però al seminario di Bressanone, il cuore della diocesi, il cui edificio fece ristrutturare a fondo. Dopo un lavoro di nove mesi esso fu solennemente inaugurato nel Febbraio 1958 e vi poterono tornare gli studenti di teologia, che dal 1ø ottobre 1957 avevano trovato sistemazione nel palazzo vescovile.
Solo la chiesa e la biblioteca - di rilievo storico - non subirono modifiche.
Nel 1958, in occasione dei 200 anni del duomo, Gargitter indisse un anno di riflessione e organizzò a Bressanone un grande congresso eucaristico.
Poiché dal precedente Sinodo dicoesano del 1900 le condizioni della diocesi di Bressanone erano molto mutate, Gargitter decise di convocare un nuovo Sinodo, che si svolse a Bressanone dal 12 al 15 Settembre 1960. Il 28° e ultimo Sinodo della diocesi di Bressanone fu aperto solennemente in duomo dal vescovo, mentre le altre sedute si tennero nell’aula magna del seminario.
Il vescovo, che avev presieduto tutte le sedute, al termine dei lavori così si rivolse al clero: “Il grande pericolo per noi è la mezza misura, la mediocrità, la scarsa tensione al più alto e al sommo, verso la vetta della santità sacerdotale: per non sottostare a tale pericolo dobbiamo curare la vita spirituale, la costanza negli esercizi spirituali, molta preghiera, venerazione profondia della madre di Dio e un infaticabile spirito di lavoro; in ciò è la salvezza, l’unica salvezza”.
Gargitter giocò un ruolo importante anche al Concilio ecumenico Vaticano II; fu membro di una delle dieci commissioni preparatorie istituite da papa Giovanni XXIII, quella “De Episcopis et de dioeceseon regimine”, riguardante i vescovi e il governo delle diocesi; Gargitter si distinse talmente in tale commissione, che i vescovi a larga maggioranza lo elessero a membro della commissione conciliare omonima. Ciò fu particolarmente significativo, dato che molti membri della commissione preparatoria non furono più rieletti.
Il ruolo del vescovo Gargitter fu determimante anche in sede di proposta di decreto conciliare ®De pastorali Episcoporum munere in Ecclesia¯, riguardante l’ufficio pastorale dei vescovi nella Chiesa. Il 4 Novembre 1963, in qualità di presidente del sottocomitato per il primo capitolo della citata proposta di decreto, Gargitter relazionò nella sala conciliare.
Anche dopo il Concilio Gargitter fu nominato membro della commisisone postconciliare concernente i vescovi e la guida delle diocesi.
Come il vescovo di Bressanone Vinzenz Gasser era stato deciso propugnatore al Concilio Vaticano I dell’infallibilità ponitificia e del primato papale di giurisdizione, così il vescovo Gargitter ha dato un importante contributo nella citata commissione; la posizione del papa attraverso la corresponsabilità collegiale dell’episcopato non è più così isolata, così come risulta anche dalla costituzione conciliare “Lumen Gentium” e dal decreto conciliare “Christus Dominus”, al quale ha contribuito anche il vescovo di Bressanone.
Il Concilio ha influito profondamente su Gargitter a livello personale, come a più riprese egli stesso ha dichiarato. Da vescovo molto energico e severo è divenuto un padre sommamente saggio e amorevole, che precisamente come prima si impegnò per principi chiari nella vita della Chiesa, ma per il resto fu dell’opinione che ci debba esser posto per un ampio margine di tolleranza ed un legittimo pluralismo.

A metà Febbraio 1961 Grgietter si trovava a Roma in occasione dei lavori preparatori del Concilio. Il 17 stava accingengondosi a tornare a Bressanone quando fu avvertito che Giovanni XXIII desiderava parlargli prima della partenza. Così il 18 Febbraio fu ricevuto in udienza privata dal Santo Padre, udienza che durò un’ora. Il papa comunicò a Gargitter che con decreto della Congregazione concistoriale del 10 Febbraio era stato nominato Amministratore apostolico dell’arcidiocesi di Trento; ciò in quanto il papa aveva sollevato, per motivi di salute, l’arcivescovo di Trento, Carlo de Ferrari, dalla guida della diocesi. Questa nomina fu senza dubbio la dimostrazione che Gargitter godeva della illimitata fiducia del papa. Come Amministratore apostolico Gargitter guidò la diocesi di Trento fino al 1ø Maggio 1963.
Che si fosse affidato un tale delicato e non certo grato compito al vescovo di lingua tedesca di Bressanone, diede adito nautralmente alla speranza che Gargitter dovesse preparare anche la definitva sostemazione dei confini diciosani. Nonostante le disposizioni del Concordato del 1929 prevedessero che i confini diocesani combaciassero nei limiti del possibile con i confini della provincia, nei decenni successivi non se ne era fatto nulla.
L’8 Agosto 1964 si verificò ciò che si era ardentemente atteso per 40 anni: il Tirolo del Sud era unificato in una diocesi; così quell’8 Agosto del 1964 entrò nell storia della Chiesa locale come uno dei giorni più memorabili degli ultimi 50 anni.
Il “Volksbote” di Innsbruck scrisse in tali giorni che “neanche uno dei più grandi ottimisti” avrebbe osato sperare nella soluzione trovata. Con la Bolla “Quo aptius” del 6 Agosto fu staccata dalla diocesi di Trento quella parte che si trovava nella provincia di Bolzano e unita alla diocesi di Bressanone.
La nuova unità diocesana ricevette la denominazione “Bolzano-Bressanone” e associata alla neocostituita provincia ecclesiastica di Trento.
A dire il vero alla grande gioia della popolazione del Tirolo meridionale si mescolò il dolore di vedere andare alla diocesi di Belluno i decanati di Buchenstein (Livinallongo) e di Cortina.
La nuova diocesi era costituita da 129 sedi di cura d’anime della diocesi di Bressanone con 105.840 abitanti cvi se ne aggiungevano 181 della parte di Bolzano con 268.879 abitanti, per complessive 310 sedi di cura d’anime e 373.870 abitanti. Con la superficie di 7400 Km quadrati, di cui 3895 provenienti dalla diocesi di Bressanone e 3505 da quella di Trento, la nuova diocesi di Bolzano-Bressanone venne ad essere la più grande diocesi d’Italia.
Nel contempo con la Bolla “Sedis Apostolicae” l’esistente Amministrazione apostolica Innsbruck-Feldkirch fu elevata a diocesi e associata come diocesi suffraganea al metropolita di Salisburgo.
Con ciò risultava chiaro come la sistemazione nel suo complesso assumeva un rilievo internazionale e come la questione perciò fosse doppiamente delicata. Nelle trattative tra la Santa Sede e il governo federale austriaco giocò un ruolo importante l’atteggiamento del governo del Tirolo, che accettò una definitiva sistemazione della situazione ecclesiale a nord del Brennero solo in presenza di un nuovo ordinamento a sud del confine.
Ciò si è potuto conseguire grazie anche alla coerente, decisa e imparziale condotta di Gargitter e non ultimo alla comprensione e all’apertura del nuovo arcivescovo di Trento, Alessandro Maria Gottardi.
Il 1° Settembre 1964 si svolse nella sede del patriarcato di Venezia la solenne consegna della diocesi di Bolzano-Bressanone al vescovo Gargitter. Con ciò la Chiesa in generale e il Vaticano in particolare ha fornito un contributo, da non sottovalutare, alla questione dell’autonomia del Tirolo meridionale.
Nel 1972 Gargitter trasferì la sede diocesana a Bolzano; il 24 Gennaio 1973 ricevendo l’Associazione dei Giornalisti spiegò il motivo per cui era giunto alla decisione di trasferirsi a Bolzano.
Già in occasione del nuovo ordinamento dei confini diocesani nel 1964 Roma aveva evidenziato come in futuro il baricentro ecclesiale sarebbe stato il capoluogo provinciale, come del resto ciò era espresso dalla stessa denominazione “Bolzano-Bressanone”. Per questo motivo egli aveva già allora preso in affitto un’abitazione provvisoria a Bolzano e si era nell’estate precedente trasferito definitivamente nel sottotetto ristrutturato della canonica della prepositura. Si era con ciò tentato di tener conto del reale evolversi e non si poteva aspettarsi che la Chiesa non stesse al passo con i tempi.
In una celebrazione liturgica del 3 Maggio 1975 a Bressanone Gargitter motivò nuovamente il suo trasferimento a Bolzano. Il vescovo disse però come esso dovesse esser inteso in relazione all’istituzione delle due diocesi di Innsbruck e Bolzano-Bressanone.
Bolzano è il centro della provincia, dove il vescovo diocesano deve lavorare e perciò anche vivere. Il cuore della diocesi comunque rimane Bressanone, dove si trova il seminario, l’Accademia Cusano e il duomo; ne deriva che il vescovo anche in futuro si sarebbe recato spesso a Bressanone.
Queste parole diedero alla popolazione la sensazione che l’antica città vescovile non fosse divenuta completamente orfana.

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