lLUISA BONESIO

SELCI

 

Lasciarsi guardare dalle cose, sostenere l'occhio delle rocce, l'ascolto e la tattilità degli alberi, la docile prensilità della cotica erbosa che risponde al passo, la trama degli appelli e dei versi degli animali, la passiva sordità del suolo, il precipite dissiparsi dei ruscelli e dei torrenti, candida fantasmagoria verticale dell'estate: come sostenere lo sguardo crudo delle rovine, il muto appello delle pietre che furono umane, calcate dal passo di umani, toccate da mani e conosciute da occhi, che furono fondale di esistenze, su cui trascorse l'insensata onda della “storia”, che sopportarono l'essere tratto alla luce e poi cancellarsi di forme, lentissimo abradersi di emblemi e simboli, insensibile o repentino crollare di monumentalità, palazzi troni e templi e dominazioni, sperdersi di popoli, oscuro reiterare d'umanità inghiottito  dalle gole del tempo, risucchiato nelle faglie dello spazio, enigmatica geografia della cenere.

Quale parola potrà dire questo svanire dell'umano nel filtro oggettivo delle cose e di un tempo che prevede riscatto o gloria postuma del senso? Qui, dove memoria si mostra solo possibile come traccia delle  cose, loro trasmutare, loro perire, rinnovarsi, sparire o rima­nere identiche, dove la  traccia d'umano è affidata al loro impersonale e ingo­vernabile ritmo, dove secoli di storia in un attimo geologico sono inghiottiti, e fatti uguali?

Spazio vuoto. Svuotato dal tempo. L'esistenza che ha potuto farsi, lontana, lo ha scarnito come un teschio, lo ha polito come una soglia di pietra, lisciato e scurito come l'orlo di un'urna. Astratta cimasa delle montagne, cavo delle pendici, ristare delle valli, boschi. Rispecchiar di cielo ed eco del vento, secca polvere del nulla, o della storia, macinata e sfarinata da mandibole feroci. Nessun pieno di sogni, nessuna gloria dei ricordi, facili esaltazioni dell'io: nulla di me o di quanto forse fu mio rimane, né può essere raffigurato in facili illusioni di possesso. Ritorno all'inizio, vuoto e indifferente.

L'occulto, opaco, nitore di tratti quasi indecifrabili nel corpo scabro e ostico, ruvido e indocile, delle dioriti, dei quarzi screziati, in prossimità dei ghiacci millenari, nell'irsuto freddo del vento di bufera che spazza le malghe affacciate su valli finitime, in un unico impossibile giorno, in un solo crepuscolo, nei bagliori dell'orizzonte, mentre la neve cade volubile sui fiori lanosi d'agosto, sull'erba acida e magra dei prati d'altura, sui neri incombenti sfasciumi delle morene.

Temenos di oscure pietre, tinte di antichi fuochi, recinto di castagni scabri e possenti, promananti dal verde metafisico di un'erba pura e sottile: romitaggio di pecore assenti, falò di foglie e frutti bruni in crepuscoli rarefatti, aria che sale tremante dall'aggetto scosceso sul fiume, appartate contemplazioni fra le rupi titaniche posate in sapienza dal monte.

Qui, nell'intenibile intervallo, nella precaria sosta di un peregrinare, nel divaricarsi enigmatico dei sentieri, del silente rovinare delle baite abbandonate in vista delle vette, dell'impenetrabile ricoprirsi di vegetazione delle bocche deserte di antiche miniere. Qui, dove in fondo non si dà che il rapprendersi di poche scarne parole, l'acciottolio e il giacere, pesante e inerte, nell'opaco velarsi di licheni e di muschi. Qui, dove a stento il cuore mantiene dischiuso uno spazio.

L'arma di pietra senza tempo, serica e scabra, immemore, eppure terribile e numinosa, come appena gettata via da una mano mai esistita, nel risuonare di passi e spezzar di rami nel fondo del bosco, quinta immobile, alchimia del tempo.

Pietra scheggiata che origina la scrittura, inciampo del pensiero chiamato a meditare, febbrilità dell'occhio e della mano a cercare sul terreno, fra i sassi, i detriti, sotto la terra, contendendo alle erbe e alle radici un'immota, indecifrabile, pietra: pietra, geroglifico, eco spenta dei millenni, mutezza inesorabile sorda a ogni interrogazione, cieca a ogni scrutare, opaca a ogni entusiasmo.

Scritte, le pietre, incise in un soffio volubile eppure fermo del cuore, giunte a sottile consistenza d'immagine come in un incresparsi d'ombre: scritta dalle pietre, ciottoli d'enigma lungo la via, immateriali segni che implodono nell'indefinito contorno della roccia, fino a svanire, svaporando come sogni al mattino, occultandosi nella terra come perdute fondamenta di mondi a venire, come orizzonte primigenio d'ogni paesaggio.

Nell'ampia contrada dei monti, dove nessuna traccia rimane nell'avvicendarsi d'epoche uguali, nel fiorire incantato d'erbe tenaci e minute, viola di campanule e steli, divagazione di ruscelli sgelati, nell'arcaica patinatura dei licheni su rupi glaciali, e soffice il passo affonda nel tessuto del verde, o risonante e secco sfasciuma i camminamenti, qui, dove nessun giorno di gloria vedrà rialzarsi palazzi regali e templi di perdute deità, e i sassi di baite e ricoveri d'animali permarranno nella loro immota rovina, senza umana misura s'annuncia la pietrosa trasfigurazione del tempo, cristallizzata resurrezione del nostro debole respiro di creature attardate in una inospite e severa stagione.

Per dove salire, all'orlo del cielo, nei passi perduti, sul collo dei monti frattura di mondi, ricomposizione di mappe celesti, portolano dell'anima ostinata: dove ancora sperare l'istantaneo cristallizzarsi delle frante immmagini, il mostrarsi dell'invariato ordine delle infinite approssimazioni del sogno e dell'intermittente affondo della memoria.

Uno sbieco, smangiato, rettangolo scavato nella diorite, dove l'acqua ristagna opaca e terrosa, o ghiacciata e come pietrificata anch'essa. Incisioni senza mano e senza tempo, brecce e fenditure in cui s'insinuano i flavi aghi dei larici. E quel silenzio fondo della foresta aerea, della selva buia che si dirada attorno all'enigmatico pozzo roccioso, o si tronca, improvvisa sulle balze precipiti, da dove i sentieri provengono, nulla originario, vento del fiume, evenienza impercorribile. E intorno i segni, che la selva trattiene, o rimescola, o esibisce ingannevole, in un'innocenza disumana, in una misteriosa determinazione: luogo nel nulla, nessundove, riserva e pellegrinaggio, radura nell'impossibile.

Tutto è perduto, nell'abbandono e nello scorrere distruttivo del tempo, nella vita e nella morte, nel radicarsi e nel partire, e perfino in questo ritornare. Perduto anche quel paesaggio tanto caro, che per i viventi si è trasformato in qualcosa che non era, e si smarrisce anche nella memoria, nei nomi e nella sapienza dei mille sentieri che quasi nessuno ormai percorre. Ma tutto salvo, nonostante noi, tutto sorgivo, puro e intatto, nella chiusa determinazione delle selve verticali, nel misterioso plurale tracciato dei sentieri, nell'impercettibile crepitare delle travi antiche e dei pluviali, delle piode sui tetti delle scure baite abbandonate nelle radure aeree o in margine di cammini perduti, che da una stagione all'altra stanno, quasi toccate anch'esse dall'intemporalità, sole nella disumana solitudine dei monti, nel silenzio che a fatica parola umana incide, o sguardo ancora raggiunge.

Non avrò mai finito di esplorare le molteplici vie dell'apprendere a rimemorare questi spazi, moltiplicati dalla mente e dalla scoperta progressiva, come un reiterato pellegrinaggio rivolto sempre di nuovo alla stessa meta, sempre mancandola e sempre illuminandosi e sprofondando nell'abisso di un amore incolmabile e troppo esigente, di una perfezione e una presenza che corrode l'umana incostanza: non avrò mai finito di assistere al mescolarsi di familiarità e rivelazione, di scoperta e memoria, all'emozione contrastante di scoprire il dimenticato, di una gnosi del luogo natale e promesso, del realizzare la propria nascita, dell'attraversare la propria inessenza, dell'essere scomparsi all'interno dell'unico possibile spazio del mondo  e vederlo da fuori, come incalcolato  straniero o  turista per caso, o forse piuttosto come un archeologo privato d'ogni memoria, abbacinato dall'oscuro splendore di un passato inappropriabile.

Rosso squillante le amanite sorprese dal gelo nelle radure del bosco, lucide e vetrine come l'arredo di un mondo di favola.

L'erba reseda dei piccoli dossi arrotondati, tra prato e bosco, incanutita dalla seminagione stellata delle minuscole ive, albicante presagio d'inverno, ordito di nivee consonanz 

Pietre: muri a secco, sassi, rocce spezzate, sfasciumi, e piccole lamelle trasparenti, dorsi sottili e vitrei, quasi indistinguibili dai cristalli di rocca da cui vennero, per giacere, perdute o abbandonate dai secoli, sugli altopiani battuti dai venti, verdi lembi di corta erba, precaria e rada, smangiati sugli strapiombi, in faccia alle vette grige, aspre e taglienti nei profili come le antiche lame litiche, schegge di un presente intemporale, lievi minuzie che non si sa più se geologiche o umane, acciottolate, mescolate e calpestate dai ritmi equorei, abrase dall'intermittenza epiglaciale. Schegge come appena tagliate, nitore metafisico di un rilucere occulto e minimo, invisibile, ininventabile, sottilissimo taglio che recide ogni possibile consistere, ogni certezza, ogni ansia, ogni pena dell'io.

Andare dritti alle cose, con la semplice necessità con cui si raccoglie una pietra riconosciuta dal terreno.

La pietra, inapparente meraviglia cristallina, statica attesa, dorso del tempo, occhio fermo come di un immobile geco azzurrino al limitare del vento.

Innumeri guerre del mondo, incise sulla corteccia diseguale del tempo, come l'arricciarsi inapparente di un lichene rugginoso in vista di un'acqua immota, sconosciuto volto del cielo fra cosmiche pietraie: segno che si riassorbe tra le abrasioni glaciali, il passo del vento e della neve, il divallare delle pietre; raggelato grido dell'umano fra le incomputabili voci del silenzio.

Camminare fra sguardi invisibili, sulle praterie vaste d'altura, erte quinte oscure di pietra e fossili tagli di vedrette, grigio ferrigno e inchiostri d'immemori grafi glaciali, profondità schiacciante, silenzio che lievita nella nivea panna delle nuvole sul frastagliato deserto di vette, immobile transito, eppure rapidissimo equoreo svariare di tempi e luci, su di noi, passo dopo passo sulle sottili eppure fermissime orme dei morti, liquefarsi e riapparire d'ombra nell'intermittenza dei cieli, nella sospesa e immutabile stagione quando gli sguardi tornano a sfiorarsi muti.

L'anfiteatro dei monti, parete selvosa che dirimpetto guarda le muraglie e le arcate, appena illeggiadrite dal glicine: coppa di sopraeminente silenzio, non incrinato luogo dell'attenzione, ascesa e caduta d'opposti, inosservata epifania del mattinale volto delle cose.

 

Seguendo le suggestioni del bel saggio di Luisa Bonesio, pubblichiamo qui una pagina “memorabile” dal Diario di Giuseppe Tucci della sua spedizione nel Tibet occidentale del 1935

 

…All’estremo orizzonte il gelido bagliore del Kailasa emerge da una fuga di cime giganti e pare si rifletta sul cielo di turchese: è come una rivelazione immediata di Dio che fa piegare le ginocchia e chinare la fronte. Troppo spesso dimentichiamo la componente estetica nella creazione dei miti: le colonne dei pellegrini che forse traggono dall’India a questi luoghi fin dall’alba dei tempi, giunti sul valico dove siamo saliti sostano e pregano: cumuli si sassi bianchi sono stati ammucchiati dai tibetani che seguono le stesse strade, per ricordo delle preghiere dette o dei voti sciolti. Abbiamo accampato sulle rive del lago sotto un vento che sconquassa le tende e ci sferza con raffiche ghiacciate; alle ultime luci del tramonto, la cui cima del Kailasa lancia lampi infuocati spezzando l’assalto delle nubi temporalesche. Su questa terra desolata, siamo come smarriti in un’afona solitudine: in tali silenzi l’uomo sembra confondersi con le forze cosmiche; scompare in lui ogni velleità demiurgica: lo abbandona il demone che lo sospinge ad inseguire le sue tragiche fantasie ed i suoi sogni folli. Lo riafferra il senso dell’unità delle cose; germoglio espresso dalla terra egli si personifica identificandosi con la versiforme energia fluente nel Tutto. Sul lago pesa un velo di tristezza: santi e asceti lo hanno abbandonato. Sulle sue rive non sorge eremo o monastero: lago demoniaco lo dice la tradizione indiana, ché qui Ràvana compose il suo celebre inno a Sciva e praticò i severi ascetismi che gli valsero da quel dio il dono di taumaturgici poteri. Ma egli li adoperò per la rovina del mondo e allora Iddio scese sulla terra sotto forma di Rama, lo vinse e l’uccise dopo una lotta avventurosa che Valmiki cantò nell’epopea Ramayanica…

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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