GEOFILOSOFIA

Luisa Bonesio

L’attività di studio e ricerca delle radici culturali del nostro passato, oggi, nel mondo della progrediente globalizzazione, in cui è altissimo il rischio di ridurre ad un unico informe e livellante denominatore le molteplici differenze che hanno costituito la ricchezza della Terra, assume una rilevanza del tutto particolare. Non più soltanto come un’attività antiquaria e musealizzante, un lavoro di accumulo e catalogazione di enormi masse di dati, che nell’immaginario comune appaiono come un mondo polveroso e ineffettuale destinato alle cure di esperti fuori dal tempo, né come la sistemazione bizantina e fine a se stessa di un bagaglio culturale che finisce per diventare zavorra sempre meno “trasportabile” in un tempo di accelerazione e di trasformazioni sempre più rapide, il rivolgersi alle testimonianze del passato con la consapevolezza della propria specifica collocazione culturale e temporale, dei compiti di comprensione e di senso che la nostra epoca, forse più di ogni altra, richiede, oggi esige uno sguardo per molti versi inedito. Si tratta certamente della necessità di ricomporre una capacità analitica e interpretativa che vada ben oltre la settorializzazione dello specialismo, sapendo coniugare sensibilità e strumenti di lettura di provenienza disciplinare diversa, ma uniti nell’orizzonte in cui convergono: il senso dell’abitare umano sulla Terra nella sua universalità e specifica localizzazione insieme.

In primo luogo, dunque, la domanda sul senso che può rendere intelligibili unitariamente gli sparsi e necessariamente frammentari dati provenienti dall’antichità più remota, in uno sforzo di ricontestualizzazione che passa anche attraverso, per esempio, la lettura degli ambienti e dei paesaggi, la ricostruzione delle simbolizzazioni spirituali, la segnatura sui terreni, la costruzione di mondi peculiari in cui l’alleanza, la venerazione o l’interpretazione della “natura”, del cosmo,  delle loro manifestazioni, prima e più essenzialmente che le ragioni “materiali” e tecniche, che ne sono subordinate, dettava l’apertura imprescindibile del possibile essere al mondo. Da questo punto di vista, l’approccio geofilosofico alle tematiche dell’abitare, del paesaggio, della simbolizzazione attraverso cui la natura diviene uno specifico mondo per l’abitare umano, in relazione alla concretezza e significatività estetica e simbolica del territorio, può fornire spunti euristici e strumenti di elaborazione concettuale non solo di prevalente ascendenza filosofica, ma anche di derivazione geografica, iconografica, antropologica, religiologica, ecc. In quest’ottica la collaborazione della geofilosofia, del suo modo di guardare e problematizzare un territorio, alla ricerca sul terreno dell’archeologia preistorica ha già dato risultati estremamente significativi, mostrando come la ricchezza degli strumenti culturali, la duttilità con cui possono essere impiegati a partire da un’interrogazione unitaria di senso riescano spesso a “farci vedere” dimensioni e realtà eloquenti, ma che potrebbero rimanere invisibili a partire dai presupposti tradizionali dell’approccio specialistico.

D’altra parte, occorre essere consapevoli che anche l’attività di ricerca e conservazione del passato ha una diretta e importantissima implicazione nel presente – e nel futuro – della cultura in cui opera, a patto di non cadere negli opposti e complementari rischi di una musealizzazione imbalsamatoria, nell’archiviazione che illudendosi di essersi appropriata del passato in realtà lo dimentica definitivamente, o, dall’altra parte, di una spettacolarizzazione falsificante di un patrimonio culturale “ricostruito” e sfruttato nel suo appeal misterioso e arcaico, o reso funzionale all’invenzione di ascendenze inverificate e puramente ideologiche. Chi opera nel patrimonio culturale è investito di un’enorme responsabilità, non solo quanto alla mera conservazione degli oggetti, ma anche in ordine alla consapevolezza di radici simboliche, culturali, spirituali, estetiche e paesaggistiche che fanno parte dell’identità culturale di ogni regione della Terra. Salvaguardare le tracce di queste differenze vuol dire saperle lasciare in un’alterità che le preserva da ogni facile e distorcente appropriazione, essere consapevoli che ogni espressione culturale, che è sempre specificamente connessa a un dato territorio, incomprensibile spesso al di fuori di un determinato paesaggio simbolico, non può e non deve essere ritradotta frettolosamente nei codici dell’obiettivazione contemporanea (occidentale moderna), pena la sua omologazione, e dunque la cancellazione del suo senso irripetibile e singolare. Dunque l’interpretazione e la salvaguardia di ciò che siamo (diventati), in tutta la meravigliosa ricchezza delle differenziazioni, la difesa e la valorizzazione dei volti plurali della Terra (culturali e naturali), una rinnovata coscienza e responsabilità di un mondo che ci è trasmesso come eredità da preservare e incrementare nella ricchezza delle sue forme, dei suoi colori, dei suoi linguaggi, e dunque il progetto di un mondo non livellato all’informe desolazione di una monocultura, trovano un momento fondamentale nell’attività e nella passione di chi sa che è anche da una comprensione dell’antichità e del passato più remoto, che molte delle questioni che oggi ci assillano potrebbero essere fecondamente ripensate.

 

 

Luisa Bonesio

Docente di Estetica presso l’Università Statale di Pavia

(la docente ha tenuto presso il nostro Corso,

durante il primo semestre, il Modulo di Geofilosofia, n.r.)

 

 

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